guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

venerdì 22 ottobre 2010

19 Ottobre 2010

Negli ultimi mesi, com'è noto, i rapporti tra Israele e la Turchia hanno subito un precipitoso deterioramento. I dissapori tra i due principali interlocutori di Washington sono stati il risultato del sanguinoso assalto alla nave Marmara dello scorso maggio, l'imbarcazione "pacifista" abbordata dalle teste di cuoio isrealiane, che ha fatto 9 vittime fra i turchi. A nulla sono valse le perplessità statunitensi verso il cambio di rotta fra le cancellerie di Ankara e Tel Aviv, la cui relazione sembra destinata ad un finale affatto pacifico. La Turchia, potenza in grande crescita, va contenuta, e allora il governo israeliano si sta dando da fare per stringere e approfondire i suoi legami con la Grecia, avversario storico di Ankara.

Il premier greco Papandreou sarebbe stato il primo a lanciare l'esca, stabilendo una serie di contatti con israeliani e amici dello stato ebraico, uomini d'affari, politici e ambienti dell'intelligence interessati a sviluppare uno scenario del genere. Papandreou, insomma, vorrebbe fare della Grecia il nuovo bastione della Nato nei Balcani e in Europa meridionale, un Paese cristiano pronto a prendere il posto dell'esercito turco. Le forze armate israeliane e greche negli ultimi tempi hanno svolto delle esercitazioni militari comuni e i cieli di Grecia offrono ampi orizzonti per l'aviazione di Gerusalemme. La grave crisi finanziaria di Atene ha bisogno dei floridi mercati di Gerusalemme: esportare gas in Europa è una delle ipotesi se il legame dovesse rinsaldarsi. Senza contare che la Grecia per gli israeliani può essere un canale di comunicazione in più con Bruxelles.

Questa realtà non farebbe altro che spingere la Turchia sulla strada di quel "neo-ottomanesimo" già enunciato dal ministro degli esteri del governo Erdogan: espansione nei Balcani, ingresso in Europa messo sotto formalina, nuove trattative e accordi col mondo arabo meno disposto a trattare con Israele. Eppure lo stretto legame economico e militare che per anni aveva unito turchi e israeliani aveva prodotto una interdipendenza che per entrambe i Paesi sarà difficile rimpiazzare. Ankara si era dimostrata un buon alleato, nella compravendita di armi o nel portare ambasce a Siria e Iran. E’ certo, comunque, che i sottili equilibri del Mediterraneo e del Vicino Oriente stanno cambiando. Per quanto la Turchia abbia rappresentato uno snodo centrale della strategia israeliana, la Grecia potrebbe offrire ampie e insondate prospettive geopolitiche per lo stato ebraico. Forse non tutti i mali vengono per nuocere.

Come tagliare il deficit del 9% di Pil: a Londra però Stampa E-mail
Scritto da Oscar Giannino
giovedì 21 ottobre 2010
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C’è di che riflettere, per i tanti politici italiani che da due anni a questa parte ripetono che tutto sommato ce la passiamo molto meglio dei Paesi anglosassoni, le cui banche all’aria hanno fatto esplodere il debito pubblico. E’ verissimo.

Ma da Londra è venuta una risposta di segno opposto allo statalismo krugmanista che continua a dominare l’America di Obama, vedremo con quale frenata elettorale nelle ormai vicine elezioni del Midterm. La manovra finanziaria varata ieri dal governo Cameron ha un solo aggettivo per essere compresa: epocale. Come abbattere il defit pubblico dall’11% di Pil quest’anno al 2%, entro soli 4 anni. La più grande correzione di finanza pubblica britannica dal secondo dopoguerra, per intensità e concentrazione temporale superiore addirittura per molti versi alla svolta thatcheriana: ben 94 miliardi di euro di tagli alla spesa, 32 miliardi di nuove entrate. In media, ogni ministero subisce un taglio del 19%, ma la logica non è quella lienare adottata in Italia. Il governo cameron sceglie le sue priorità. Le lezioni per l’Italia? Non è vero che le riduzioni in termini reali di spesa pubblica non si possono fare. Non è vero che, facendole, non si debba scegliere che cosa tagliare tantissimo e che cosa tagliare comunque, ma meno o anche per nulla.

Le spese per l’ambiente, ad esempio, e quelle per la cultura incassano i tagli maggiori, del 28%%. La difesa – di cui tanto si parla perché il Regno Unito resta pur sempre al quarta potenza militare mondiale – fanno strepitare i militari ma sono solo dell’8%. I tagli degli apparati ministeriali dell’Interno, della Giustizia e degli Esteri sono del 24%, ma della polizia solo il 16%. I tagli alle Autonomie sono solo del 7%, quelli alla Casa Reale del 14%. L’età pensionabile viene innalzata di 2 anni da 64 a 66 a cominciare dal 2020, cioè 6 anni prima di quanto previsto sino a ieri, ma 30 miliardi di pounds sono riservati a un piano straordinario per le infrastrutture, soprattutto ferroviarie.

C’è da imprarare anche quanto al metodo: a tutti i ministeri è stato riservatamente chiesto negli ultimi due mesi di preparare due bozze di tagli, uno pari al 25% e uno pari al 40% degli stanziamenti a legislazione invariata. Solo il ministero della Salute e quello allo Sviluppo erano esentati. Il risultato è stato non solo il coinviolgimento preventivo di ciascun ministro e del suo apparato nei tagli selettivi, ma soprattutto ha obbligato ciascuno di essi ad incorporare nelle aspettative un taglio che, alla fine, è stato inferiore a quanto il premier e il cancelliere dello Scacchiere aveva chiesto a ciascuno. L’esatto opposto di quanto di solito avviene in Italia, dove da decenni non c’è ministro che non tenti di sottrarsi con polemiche pubbliche in nome dell’eccezionalità del proprio portafoglio.

Quanto alle reazioni, Telegraph e Times hanno dato ampia eco alle prime valutazioni dell’Institute for Fiscal Studies, il più autorevole think tank undipendente britannico in materia di conti pubblici, secondo il quale la manovra è ancora insufficiente. Idem ha fatto il Wall Street Journal. Mentre persino il popolarissimo Sun, invece di cavalcare l’eslosione di malcontento e protesta che sarebbe avvenuta in Italia all’indomani, ha presentato ai suoi lettori la decisione con un secco titolo “Son dolori, ma ne vale la pena”. Ben 490 mila dipendenti pubblici usciranno dal perimetro degli occupati pagati dal contribuente britannico. Ci pensate, a qualcosa di simile in Italia?

Nell’Unione europea, il compromesso franco-tedesco appena celebrato sul nuovo patto di stabilità è di segno opposto, e come ho scritto su questo blog penso che le serie storiche mostrino con abbondanza di esempi che posso capire un patto non rigido, ma senza sanzioni automatiche non è credibile. Ci credo che Trichet punti i piedi, e che in Germania tutti i media abbiano sparato a zero contro la cancelliera Merkel, per aver dato il via libera al fronte lassista. Ma il segnale che viene da Londra è di grande speranza, per chi la pensa come noi ed è convinto che crescita e libertà si ottengano meglio con meno spesa pubblica e meno tasse. Finalmente qualcuno nel mondo anglosassone risolleva vigorosamente la bandiera dello Stato leggero, unica condizione perchè sia efficace con chi ha davvero meno del necessario invece di dispensare rendite a lobby di ogni tipo. E lo fa malgrado guidi un governo di coalizione coi Lib-Dems, non proprio una manica di liberisti. Cameron e il suo cancelliere Osborne mostrano che la soluzione Obama – debiti pubblici galoppanti e banche centrali che li monetizzano – è fatalmente destinata alla sconfitta politica, oltre che alla stagnazione economica.

Da:http://www.chicago-blog.it/

Sembra Blade Runner..è la realtà!



Lotta al terrorismo e strategie hi-tech
Con la "biometrica" gli americani mettono all'angolo i Talebani
Gabriele Cazzulini22 Ottobre 2010
Come disse una volta Mao, i ribelli sono come pesci che nuotano in un mare di uomini. Invisibili e dispersi: per debellare i Talebani in Afghanistan occorre una continua presenza sul territorio unita ad una serrata sorveglianza sull’intera popolazione. La potenza di fuoco delle armi, le grandi strategie militari, le alleanze politiche non sono più fattori discriminanti.
Per neutralizzare questa asimmetria sul piano militare, che sembra paradossale pensando alla potenza della macchina bellica degli occidentali, gli americani hanno messo in gioco il fattore tecnologico – che può veramente ribaltare la situazione perché la tecnologia è quanto di più irraggiungibile ci sia per i Talebani. Così in Afghanistan la Nato, d’intesa col governo di Kabul, ha iniziato ad utilizzare le tecniche biometriche nella prevenzione degli attentati, nel monitoraggio delle infiltrazioni talebane nella polizia e nelle forze armate, e in una sorveglianza più attendibile della popolazione nelle zone più critiche. In linea di massima, la biometrica è un insieme di tecniche per il riconoscimento dell’identità basate su caratteristiche comportamentali o fisiologiche.
Nel caso dell’Afghanistan, gli americani utilizzano il rilevamento dell’iride e delle impronte digitali. Il successo in Iraq, risale addirittura ai tempi dell’assedio di Fallujah del 2007, quando gli americani ricorsero alla biometrica per controllare ingressi e uscite dei civili e così individuare i ribelli. Il metodo è stato esportato in Afghanistan dal generale Petraeus. Ora è in corso un “tecno-censimento” degli abitanti delle aree a rischio. Il coordinamento è nelle mani della Biometric Task Force (Btf) istituita già nel 2004 presso il Pentagono. Per operare sul campo, la Btf ha inviato ai militari della Nato in Afghanistan un Biometric Automated Toolset (Bat). E’ un kit di dispositivi per il rilevamento dei dati e il loro invio nel server di raccolta. Il successo è innegabile: le prime postazioni per i controlli biometrici furono installate nell’area intorno all’aeroporto di Kabul. Il risultato fu una sensibile riduzione non solo degli attacchi terroristici, ma dei tentativi di attacco.
Nell’ottica della contro-guerriglia, questa è una vittoria indiscutibile. Tra Iraq e Afghanistan, nel solo 2009 grazie alla biometrica sono stati individuati e arrestati oltre quattrocento ricercati di primo piano. Anche politicamente è una strategia molto più sicura e mirata rispetto all’impiego della forza militare e della sua quota fissa di vittime civili, un effetto collaterale politicamente sgradevole. Per questo le truppe Nato stanno procedendo ad un censimento biometrico sempre più ampio della popolazione, così da creare una “terrorist watch list” basata su proprietà che non sono alterabili, come invece accade con liste basate soltanto sui nomi.
La guerra al terrorismo delinea un quadro sempre più hi-tech. I Droni aerei si muovono nei cieli dell’Afghanistan per intervenire sulle alture più impervie, le aree desertiche e i luoghi dove è più radicata la guerriglia talebana. Le telecamere fisse ad alta risoluzione che sorvegliano i centri più importanti iniziano ad essere dotate di scansione termica e infra-rossi per individuare ogni movimento sospetto. Infine il pattugliamento, finora il più esposto agli attacchi, si rafforza con la rilevazione biometrica per sradicare con massima efficacia gli elementi ostili – basta uno strumento grande come un iPod. Più che le armi, la tecnologia è la vera forza che può consentire all’Occidente di stroncare il terrorismo senza ricorrere ad altra violenza.

Non c'è rimedio Chiudete la RAI subito


di Marcello Veneziani
Impossibile perdere tempo ogni giorno dietro a conduttori che insultano i loro direttori. Mettiamo le tre frequenze sul mercato, al miglior offerente. Grottesche le mezze misure, le tirate d'orecchi e le sospensioni: meglio affidarsi alla libera competizione
Sciogliete la Rai. Non c’è altra soluzione. Lo dice uno che credeva al servizio pubblico e, pensate, perfino al ruolo educativo della tv. Ma l’Italia, il governo e il Parlamento non possono occuparsi ogni giorno delle parole di Santoro, dei contratti di Benigni, degli ultimatum di Fazio e degli arrangiamenti di Masi. Un Paese non può dividersi sui contratti agli artisti e sugli insulti ai direttori. Meglio chiudere baracca e burattini e lasciare campo al libero mercato. Le tre reti principali lasciatele ai migliori offerenti, con diritto di prelazione a cooperative di dipendenti, amatori e ispiratori della rete. Chi ama Raitre si paghi il canone per farsene carico; chi ama il suo rovescio faccia altrettanto con un’altra rete, per esempio Raidue, che non esiste più da quando finì l’era craxiana. O paghi un canone per Raiuno chi pretende un’informazione più ufficiale, meno schierata, tendenzialmente governativa a prescindere dai governi in carica. Non sono un seguace entusiasta del federalismo fiscale, ma in questo caso ci starebbe bene: ognuno paga la rete che vuole e la rete spende i soldi che i suoi utenti versano a lei. Più quello che ciascuna rete raccoglie di pubblicità sul mercato. È la fine del servizio pubblico, direte, è l’apoteosi della lottizzazione al suo stadio più esplicito e brutale. Sono d’accordo e mi dispiace un sacco. Ma non si può sopportare questo scempio quotidiano, questa porcata giornaliera, e questa impossibilità di venirne fuori. Ci sono censure vere che passano sotto silenzio perché fanno comodo un po’ a tutti i dignitari politici della Rai: spariscono dal video o non vi approdano gli irregolari che non appartengono ai blocchi di potere e ai partiti dominanti, compresi i partiti editoriali che ci sono in Italia. Non trovano spazio gli incontrollabili che, pur avendo un’identità precisa, non vanno in quota partiti e non prendono ordini dai poteri. Ci sono invece mezze censure, o censure presunte, che diventano oggetto di guerra, di vertenza e di teatro. La Rai fa molto più spettacolo fuori dai suoi schermi che dentro. Se la Rai è in trattativa con un divo «de sinistra» ed entrambi tirano sul prezzo, la trattativa viene presentata come una lotta per la libertà contro il fascismo e un’eroica resistenza contro un tentativo di censura. L’azienda non può cercare di contenere i costi, inguaiata com’è; se lo fa, vuol dire che usa a pretesto i soldi per censurare i programmi. Dammi centomila o ti sputtano come dittatore: questo in sintesi il «raicatto» della malavita organizzata in sinistra televisiva. E non c’è giorno che non emetta ultimatum come se fosse una potenza straniera pronta alla dichiarazione di guerra e all’attacco armato: dacci carta bianca o ti facciamo a pezzi. Un giorno o l’altro recapiterà a Berlusconi un orecchio, un testicolo e un baffo di Masi. No, non si può andare avanti a discutere se bisogna lasciar fare per non farsi accusare che si è tiranni o se censurare, fregandosene bellamente degli attacchi. Ancora più grottesche le mezze misure, le tiratine d’orecchi e le sospensioni con ampia facoltà di esternazione in video, che amplificano il martirio senza fermare l’abuso. Non è meglio, a questo punto, rompere le righe e affidarsi alla libera iniziativa? Lo dico da cittadino e da utente, ma anche da ex-consigliere e collaboratore della Rai. Se la Rai non fosse ingessata dai padroni di fuori e dai vigliacchi di dentro, se la Rai non fosse eterodiretta e succuba di troppi poteri, non giocherebbe sempre in difesa, ma andrebbe all’attacco. Smetterebbe di studiare come frenare Santoro, il predicozzo di Benigni o il «dossieraggio» di Report (lo chiamo così come loro chiamano le inchieste giornalistiche mirate, come quelle che riguardano Fini o Berlusconi). Lascerebbe loro libero campo, magari convogliandoli nella stessa rete per coerenza editoriale e garanzia dell’utente; ma poi andrebbe all’attacco. Il miglior modo per rilanciare la Rai e bilanciare le presenze moleste è rompere gli equilibri, svecchiare, innovare. Per esempio, una Raidue vivace si sarebbe accaparrata un Antonello Piroso, indipendentemente dalle sue opinioni politiche, dopo che è stato ingiustamente accantonato da La7 per far posto ad un altro bravo come Mentana. Dico ai lottizzatori cretini: la bravura fa più fatturato politico di un programma allineato che non vede nessuno. Una Raiuno vivace non lascerebbe il monopolio all’ottimo Vespa, che è sì la sua colonna principale, ma neanche San Pietro regge su una sola colonna, bensì su un colonnato: e allora magari avrebbe puntato al suo interno su Minoli, che ha il difetto di essere in quota se stesso; avrebbe cercato di portarsi il meglio che offre la concorrenza (facendo scouting nelle private). Avrebbe corteggiato spietatamente un Giuliano Ferrara, che si chiama fuori dal video. Avrebbe sperimentato in reti secondarie e in fasce orario marginali nuovi talenti interni, magari di diversa opinione; immetterebbe come editorialisti di rete o di testata firme giornalistiche mordaci della carta stampata. Invece il nulla. Lo so per esperienza personale, avendo vanamente proposto, quando ero in consiglio, non pochi innesti e perfino una rete ad hoc per testare emergenti promesse. Ma ai politici queste cose non interessavano: l’importante è vedere come sono trattati loro dalla Rai e i loro famigli, suocere incluse. Al partito Rai nemmeno: guai a toccare la mummia, se sposti un cameraman metti a rischio la democrazia Ma se non si riesce a stare sul mercato, a essere agili e innovativi, in sintonia con i propri tempi, se non si ha la possibilità sovrana di decidere, meglio tagliare la testa al toro e sciogliere la Rai. Questo braccio di ferro su quanto spazio concedere e fino a che punto sopportare il Nemico o l’Invasore, è tristemente ridicolo ed è pure noioso. Cambiate programma, per favore.


La Guerra contro gli Ebreidi Rupert Murdoch(Traduzione a cura di Laura Camis de Fonseca)
Rupert Murdoch
Nel vedere il Primo Ministro d'Israele attaccato dal Presidente Americano, la gente vede lo stato d'Israele più isolato.
Oggi nel mondo è in corso una guerra contro gli Ebrei. Nei primi decenni dopo la fondazione dello stato di Israele la guerra fu di natura convenzionale, l'obbiettivo diretto: distruggere Israele a mano armata. Ma ben prima che cadesse il muro di Berlino questo approccio era fallito. Allora giunse la seconda fase: il terrorismo. I terroristi presero di mira gli israeliani a casa e all'estero: dal massacro degli atleti israeliani a Monaco alla seconda intifada. I terroristi continuano ad attaccare gli Ebrei nel mondo anche oggi. Ma non sono riusciti ad abbattere il governo israeliano, nè a indebolire la determinazione degli israeliani. Ora la guerra è in una terza fase: è una guerra 'soffice' che vuole isolare Israele delegittimandolo. Il campo di battaglia è ovunque: nei mezzi di comunicazione, negli organismi internazionali, nelle ONG. In questa guerra l'obbiettivo è fare di Israele lo stato pariah. Il risultato è la assurda situazione odierna: Israele subisce sempre più l'ostracismo, mentre l'Iran, che non nasconde di volere la distruzione di Israele, si dota di armi nucleari apertamente, orgogliosamente, apparentemente senza tema di ritorsioni.
Per me che questa sia guerra è una ovvia realtà: ogni giorno i cittadini della nazione ebraica si difendono da armate di terroristi dotati di carte geografiche che rappresentano l'obbiettivo: un Medio Oriente senza Israele. In Europa gli Ebrei sono sempre più nel mirino di persone che hanno lo stesso scopo. E qui negli USA temo che la nostra politica estera sostenga a volte gli estremisti.
Due cose soprattutto mi turbano: la nuova preoccupante accoglienza che l'antisemitismo trova nella buona società, soprattutto in Europa. E l'incoraggiamento che alla violenza e all'estremismo giunge nel vedere il maggiore alleato di Israele prendere le distanze.
Quando noi Americani pensiamo all'antisemitismo, tendiamo a pensare alle volgari caricature e agli attacchi della prima metà del XX secolo. Oggi i filoni più virulenti di antisemitismo sembrano essere a sinistra. Spesso questo antisemitismo si ammanta della veste del legittimo disaccordo. Già nel 2002 il presidente di Harvard Larry Summers diceva: "mentre l'antisemitismo e le opinioni radicalmente nemiche di Israele sono tipiche di demagoghi di destra di basso livello culturale, opinioni profondamente anti-israeliane trovano sempre più sostegno in sfere intellettuali progressiste. Seri intellettuali sostengono o intraprendono azioni che sono anti-semite nei risultati, anche se non lo sono negli intenti". Summers parlava degli ambienti universitari, ma anche lui era, come me, preoccupato dagli sviluppi in Europa.
Ben lungi dall'essere rifiutato a priori, l'antisemitismo oggi ha il sostegno degli strati più bassi e più alti della società europea: dall'elite politica alle periferie-ghetto a preponderanza islamica. Gli Ebrei europei si trovano presi in questa tenaglia. Ne abbiamo visto un esempio quando il Commissario Europeo per il Commercio ha dichiarato che la pace in Medio Oriente è impossibile per colpa della lobby ebraica in America. Ecco le sue parole: "La maggior parte degli Ebrei hanno la convinzione - difficile definirla diversamente - di aver ragione. E non dipende dall'essere Ebrei religiosi o no. Anche gli Ebrei laici condividono la convinzione di avere ragione. Così non è facile avere una discussione razionale su quanto avviene in Medio Oriente neppure con gli Ebrei moderati." Il Commissario non ha indicato una specifica politica israeliana come fonte del problema. Il problema, così come lui l'ha espresso, è la natura degli Ebrei. Per poi aggiungere assurdamente, in risposta alle critiche, che ‘l'antisemitismo non ha spazio nel mondo contemporaneo ed è contrario ai valori fondamentali dell'Europa’. Naturalmente, è ancora al suo posto di Commissario Europeo.
Sfortunatamente si vedono esempi simili ovunque in Europa. La Svezia, per esempio, è stata a lungo sinonimo di tolleranza liberale. Ma in una delle sue maggiori città, a Malmoe, gli Ebrei denunciano crescenti episodi di intimidazione. E quando una squadra di tennisti israeliani venne per un torneo fu accolta da tumulti. Come reagì il sindaco? Equiparando l'antisemitismo all’antisionismo, e suggerendo agli Ebrei svedesi di prendere le distanze dall’operato di Israele a Gaza, se vogliono sentirsi più sicuri in città. Non occorre andar lontano per trovare altri segnali di pericolo: il governo norvegese proibisce a un costruttore di navi tedesco - che produce in Norvegia - di usare le acque norvegesi per l'immersione di prova di un sottomarino per la marina israeliana. E l'Inghilterra e la Spagna boicottano un congresso turistico a Gerusalemme. In Olanda, le statistiche della polizia mostrano un incremento del 50% di incidenti antisemiti.
Forse non dovremmo sorprenderci. In una tristemente famosa indagine di qualche anno fa gli Europei indicarono in Israele il maggior pericolo alla pace mondiale, dopo l'Iran e la Corea del Nord!
Oggi in Europa molti attacchi contro Ebrei, simboli ebraici e Sinagoghe sono condotti dalla popolazione musulmana. Sfortunatamente la reazione ufficiale, anziché render chiaro che tale comportamento non è tollerabile, troppo spesso è quella che abbiamo visto nel sindaco di Malmoe, che implica che gli Ebrei e Israele se la sono cercata. Quando i capi politici europei non si oppongono ai prepotenti, danno credito all’idea che Israele è la fonte dei problemi del mondo- e istigano altra violenza. Se questo non è antisemitismo, non so che cosa sia.
Questo mi porta al secondo punto: l'importanza del rapporto fra Israele e gli USA. Alcuni pensano che, se gli USA vogliono acquisire credibilità nel mondo islamico e operare in favore della pace, debbano prender le distanze da Israele. Secondo me è esattamente il contrario. Anzichè rendere più plausibile la pace, renderemmo più certa la guerra. Anzichè migliorare le condizioni dei Palestinesi, inasprire i rapporti fra gli USA e Israele garantirebbe la continuazione delle sofferenze dei Palestinesi. La pace che tutti vogliamo ci sarà quando Israele si sentirà al sicuro, non quando Washington si sentirà lontana dalla mischia.
Ora c'è una condizione di guerra. La guerra è condotta da molte parti. Alcuni fanno saltar per aria i ristoranti. Altri lanciano razzi sulle case dei civili. Altri si dotano di armi nucleari. Altri combattono la guerra 'soffice' tramite boicottaggi e risoluzioni di condanna di Israele. Ma tutti guardano con attenzione ai rapporti fra Israele e gli USA. Mi è piaciuto, a questo riguardo, il chiarimento del portavoce del Dipartimento di Stato la scorsa settimana, circa la posizione americana. Ha detto che gli USA riconoscono “la natura speciale dello stato di Israele, che è lo stato del popolo ebraico. E' un messaggio importante per il Medio Oriente. Ma se la gente vede un Primo Ministro ebreo attaccato dal Presidente americano, vede uno stato ebraico più isolato. Questo incoraggia soltanto quelli che preferiscono le armi ai negoziati.
Nel 1937 un certo Vladimir Jabotinsky faceva pressione sull'Inghilterra perché aprisse una via di fuga per gli ebrei che fuggivano dall'Europa. Soltanto una patria degli Ebrei poteva proteggere gli Ebrei d'Europa dall'imminente catastrofe, diceva. Con parole profetiche descriveva così il problema: "noi patiamo non tanto per l'antisemitismo delle persone, ma per l'antisemitismo della realtà, per l'inerente xenofobia degli organi sociali ed economici".
Il mondo del 2010 non è quello degli anni '30. I pericoli per gli Ebrei oggi sono diversi. Ma sono pericoli reali. E sono pericoli ammantati di una linguaggio odioso ben noto a chiunque sia abbastanza vecchio da ricordare la seconda guerra mondiale. Si tratta di pericoli che non si possono affrontare con successo se non capiamo che cosa sono: parte della guerra in corso con gli ebrei.

mercoledì 20 ottobre 2010

Pensiero zero by Celentano



di Vittorio Sgarbi
L’Italiano è precipitato. E si manifesta nelle idee, nella lingua e nella vita di Adriano Celentano. Un uomo titolare di un pensiero gratuito che fa pagare a caro prezzo. Una singolare antinomia che si manifesta tutta nell’articolo apparso sul Corriere di ieri, dal quale (...)(...) risulta una incondizionata ammirazione per un altro depensante come lui: Beppe Grillo, inventore di un partito che non è un partito. In realtà, non sapendo cosa pensare, Celentano, finge di attaccare e dà ragione a tutti. Così, nel suo argomentare sconclusionato, prima che sgrammaticato, riesce a dar ragione (e torto) contemporaneamente a Fini, a Berlusconi, a Bossi, a Maroni, a Rosy Bindi, a Di Pietro, a Santoro, a Veronesi, a Belpietro. Il suo procedere è ammiccante, fatto di gomitate e pacche sulle spalle, in un sostanziale perbenismo che è tipico dell’Italiano che non vuole grane. La spara grossa, ma cerca complicità, anche con colui che attacca. Alla fine dei vaniloqui, nel genere «io confido nella “DEMOCRAZIA della LIBERTÀ”», ovvero «tutto mi fa pensare che il vero democratico ha il senso della misura in ogni sua manifestazione», mi fa piacere che gli unici di cui parla male siano Masi e Sgarbi. È naturale che per uno che è andato in televisione per non dire nulla, ma con la leggenda del grande cantante che è stato, ottenendo compensi miliardari, un direttore della Rai che è obbligato a mandare in onda un programma con un conduttore imposto, negli orari stabiliti dalla magistratura, non è un direttore dimezzato che cerca di reagire a gratuiti insulti, soverchiato da una ridicola demagogia, ma un dittatore che vuole «limitare la libertà d’espressione». Come sempre, in chi parla a vanvera, la falsa indignazione, l’atteggiamento scandalizzato prevalgono sulla verità dei fatti. Così Celentano si dimentica di dire che il crudele dittatore che ha pensato di sospendere Santoro non ha ottenuto alcun risultato. Perché, con tutto il vittimismo di Santoro, la sospensione è stata sospesa. Di cosa parla, dunque, Celentano? Poi, reduce da una delle sue tante noiose serate in cui sta in casa e guarda la televisione, si occupa di me, e scrive che sono «in ritardo di qualche decennio» non avendo «la minima cognizione di cosa significhi la parola “INNOVAZIONE”». Così, non accorgendosi di annaspare nella contraddizione e di riconoscere inconsapevolmente l’espressività del turpiloquio, cerca di spiegare ciò che non capisce. Premette: «Democrazia vuol dire anche perfezionare i toni durante un dibattito». Spiega, di me, che «in netto contrasto con l’arte di cui faccio professione, disconosco invece un elemento fondamentale che è insito nell’ARTE e che è appunto IL CAMBIAMENTO». Afferma che dal 1989 non sono cambiato di una virgola, faccio sempre le stesse cose. Cioè insulto. Così, per essere diverso e «perfezionare i toni», pensa bene di imitarmi: «Ma vaffanculo Sgarbi, adesso ci hai proprio rotto i coglioni!!!». Non potevo sperare in un migliore allievo, e devo ringraziarlo dell’attenzione e anche del privilegio di non leccarmi il culo come fa con Fini, Grillo, Berlusconi, Maroni, Bindi, Santoro. Poi dice a me: «Il tuo prevedibile e nauseante sbraitare è un registro vecchio e stravecchio come la guerra del ’15-18. Cosa aspetti a cambiare? Lo sai almeno in che anno siamo?... Poi non piangere se in televisione non ti invita più nessuno». E qui non lo seguo. Io vado in televisione tutti i giorni, esprimo il mio pensiero, spesso in modo pacato, ogni tanto incontro un cretino a cui, in modo schiettamente «rock» e talvolta «rap», dico quello che si merita per evitare che continui a dire scemenze. È il caso di «fascista, fascista, fascista», all’indirizzo di chi ignora che in democrazia, come sa perfino Celentano, i partiti sono la libertà. Perché, non essendoci un partito unico, uno può scegliere di essere liberale, repubblicano, socialdemocratico, radicale, restando indipendente. Come lo furono, in condizioni difficili, Gramsci e Croce. Appartenere a un partito non vuol dire essere servi o dipendenti, vuol dire scegliere idee e valori. Se, per affermarlo, devo interrompere uno che dice le banalità alla Grillo, il quale per essere libero, contro i partiti, fa un partito, lo interrompo con forza. Una differenza fra me e Celentano, nell’andare in televisione, invitato, è che io, non volendo rinunciare a essere Sindaco, orgogliosamente, per dignità civile, non vengo pagato. Celentano invece il suo pensiero lo mostra soltanto a pagamento, e senza offrire una merce particolarmente pregevole. Io continuerò ad andare gratis, perché voglio esprimere il mio pensiero, non venderlo. Ed è per questo che sto dalla parte di Masi, e mi fanno ridere le false vittime come Santoro e i piagnoni come Fazio. Dunque, esiste una pseudo-norma per cui chi fa politica non può essere pagato dalla Rai. Per questo, io, Sindaco, non vengo pagato. Benigni, che non ha ruoli, ma fa politica, per esprimere le sue libere idee è stato invitato a Sanremo e pagato 370mila euro per mezz’ora. Ora, per andare da Fazio, a esprimere le sue originalissime idee, ha chiesto «solo» 250mila euro. Per evidenti ragioni economiche, Masi non ha firmato il contratto e, per le stesse ragioni, non invita tutti i giorni Celentano, il cui pensiero è «caro». Ma la traduzione di questo elementare impedimento è: «Alla Rai hanno paura dei contenuti». Fazio fa la vittima, e soltanto adesso apprendiamo che Benigni ha dichiarato di essere disponibile ad andare anche gratis. Stiamo a vedere. Invito a farlo anche Celentano, in un confronto con me a Domenica In o dove vuole lui. Così possiamo vedere chi ha qualcosa da dire, e come, e in che lingua. Intanto io suggerisco, come già ho fatto, al direttore Masi, non di ospitare gratuitamente Benigni o Celentano, ma di offrire loro una cifra equa, solo dieci volte (non 250) lo stipendio mensile di un professore di italiano, 15mila euro, a puntata. Darebbero una prova di serietà e di civiltà, non invocando le leggi di mercato e il loro valore, ma facendo quello che faccio io, che vado gratis, e valgo più di loro.

martedì 19 ottobre 2010

quando lui ha ragione(?!) e noi torto..

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Annamaria Fornara ha tre figli, un maschietto e due ragazze. Il suo ex marito, Said Soukri, l’ha conosciuto agli inizi degli anni Novanta quando lo intervistò per parlare di immigrazione. Iniziarono a frequentarsi, si sposarono, e la loro sembrava una vita tranquilla come tante. Poi l'uomo ha iniziato ad andare sempre più spesso in moschea, imponendo ai familiari l’osservanza dei precetti religiosi musulmani e chiedendo alle moglie di convertirsi. Quando Annamaria ha scelto di separarsi, Said ha lasciato l’Italia portandosi via due ragazzi in Marocco. Ma la donna non si è arresa e ha raggiunto Casablanca per avere giustizia. Le abbiamo chiesto di raccontarci com’è andata e a che punto è questa vicenda.

Annamaria, come sta andando il processo in Marocco?

Sta andando bene nonostante le difficoltà iniziali. La Convezione dell’Aja per i diritti dell’infanzia purtroppo non viene ancora applicata da Italia e Marocco, nonostante sia stata sottoscritta e ratificata da entrambi i Paesi. Ma ci sono delle incongruenze legislative, per esempio sulla cittadinanza da attribuire ai miei figli.

Si dice che il Marocco stia sperimentando un diritto di famiglia innovativo rispetto al resto del mondo islamico

Se in passato il padre aveva tutti i diritti sui figli ora anche la madre ha voce in capitolo. E' a lei che vengono affidati i minori in prima battuta in caso di separazione. Peccato che nei prossimi dieci anni questa legge verrà applicata accanto a quelle tradizionali... C’è poi un ulteriore difficoltà: in Marocco non si fa differenza fra separazione e divorzio; alle autorità marocchine non è bastato far seguito alla sentenza sull’affido dei miei figli, hanno dovuto “delibarla”, cioè emetterne un’altra uguale ai sensi della legge marocchina. Questo ha allungato i tempi processuali. Aspetto a giorni la sentenza definitiva.

Qual è il suo stato d’animo?

Se la legge dice che i figli devono essere affidati alla madre, nonostante tutto, sono fiduciosa.

Che atteggiamento hanno avuto le autorità marocchine?

Non sono state un ostacolo se è quello che vuol sapere, lo scontro fra Italia e Marocco per adesso è stato evitato. Devo dire che a sostenermi c’è anche il centro culturale islamico di Omegna: hanno condannato mio marito e promosso una manifestazione pubblica a mio favore.

E quelle italiane?

C’è stata una buona risposta, sia a livello locale, sia da parte del nostro consolato a Casablanca, sia alla Farnesina. Non avrei mai sperato tanto.

Che farà se non dovesse farcela a riportare a casa i ragazzi?

Non ho un “Piano B”. Sono qui per riportarli indietro e basta. Quando torneremo avremo tempo per parlare di Dio e dei diversi modi per pregarlo, in modo che ognuno sia libero di compiere le proprie scelte sulla base della fede. Ma in fondo, da quando ci siamo sposati, in casa nostra c'è sempre stato spazio per discorsi del genere.

Ecco, appunto, cosa vuol dire vivere in una famiglia musulmana?

Se la famiglia garantisce il rispetto delle diversità – com’è accaduto crescendo ai miei ragazzi – e se il capofamiglia si adegua a questo clima, credo che si tratti di una opportunità di fare scelte consapevoli, un'opportunità che pochi hanno a disposizione. Se invece il rispetto non c'è diventa una spada di Damocle, è solo una questione di tempo.

Quand’è che ha capito che la relazione con suo marito si stava deteriorando?

Dalla fine del 2008 i rapporti fra la mia figlia maggiore e il padre hanno raggiunto momenti drammatici e riconosco che allora non gli diedi il giusto peso. Volevo solo mantenere unita la mia famiglia al di là di tutto. Nel 2009 il mio ex marito mi ha proposto di convertirmi all’Islam. "Non voglio obbligarti – disse – ma se non ti converti non possiamo più restare assieme".

Che consigli darebbe a chi vive una condizione simile alla sua?

Di prendere i propri figli e trasferirsi in un luogo sicuro, protetto, da cui eventualmente discutere con calma e serenità. Occorre tempo per leggere e studiare le leggi, gli usi e i costumi del Paese natale del coniuge, se non si conoscono. Probabilmente sembrerò poco diplomatica nel dire queste cose, ma le mie ferite sono ancora fresche e sanguinati.

Ci sono donne che ignorano i rischi a cui vanno incontro?

Una ragazza italiana che si sposa tende a dare per scontato molte cose che invece all’interno di una cultura diversa dalla nostra non lo sono e hanno un peso enorme. Penso all’autorità sui figli davanti alla legge o alla libertà religiosa. Ma credo che questo discorso valga per qualsiasi cultura, si parli di Europa o Sud America. La legge italiana dovrebbe permettere ai figli nati da matrimoni misti di fare una esperienza diretta delle culture di provenienze dei genitori. Ci sono donne che oltre alla persona che amano sposano anche il mondo da cui proviene.

Che mondo è quello islamico?

Non ci sono prescrizioni per gli uomini che vogliono sposare donne cristiane o di fede ebraica; sembrerebbe, dico per dire, un atto di generosità. In realtà si dà per scontato che la donna, presto o tardi, seguirà la religione del marito, e ovviamente questo potrà avere delle ripercussioni sulla educazione religiosa dei figli. Non so se sia possibile normare una situazione del genere, quello che si può fare è rendere applicabile la Convenzione dell’Aja. Se lo fosse a quest’ora le scriverei dal mio pc di casa litigando con i ragazzi che vogliono usarlo per giocare.

Lei che percezione ha dei rapporti tra Islam e Occidente?

L'islam è vicinissimo, a noi e ai nostri figli, e il dialogo non è un’opzione ma una necessità assoluta. Ci vivo a contatto da quasi vent’anni e devo dire che dopo l’11 Settembre sono cambiate molte cose, in peggio. C’è stata una chiusura da entrambe le parti. Ci sono ambienti del mondo islamico che vedono ogni passo verso l’Occidente come un attentato alla propria fede.

E Casablanca?

Qui si sente ancora voglia di cambiamento. Ogni casa, ogni singolo appartamento, ha una antenna parabolica, e alle donne comincia a stare stretto il ruolo che hanno avuto per generazioni. Sanno che appena al di là del mare le cose funzionano diversamente. Sono convinta che saranno le donne a cambiare questa realtà. Saremo noi.

C’è uno spiraglio di luce?

Qualche giorno fa ho potuto rivedere i miei figli.

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