guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

mercoledì 14 settembre 2011

13.09.2011 Numeri e mostri
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 13 settembre 2011
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Numeri e mostri»
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Numeri e mostri

Grazie alla segnalazione di un'amica, sono arrivato a un dato sconvolgente, l'elenco dei morti in guerre e conflitti negli ultimi sessant'anni di "pace", dopo la Shoà, dunque, dopo le stragi della Seconda Guerra Mondiale e delle rivoluzioni russe e cinesi (http://conflict.colorado.edu/pacs2500-s09/war-dead-since-1950.shtml). Sono 85 milioni circa. E' interessante che quasi la metà sia stata prodotta nella Cina di Mao, altri dieci milioni dalle ultime ondate dello stalinismo, che la guerra del Vietnam abbia prodotto meno morti (1,8 milioni) delle stragi del Khmer rossi (1,87). I dati da mettere in evidenza sarebbero molti, perché in generale la nostra percezione della gravità dei conflitti, prodotta sostanzialmente dalla stampa, non coincide affatto con la realtà. Per dirne una, la serie di guerre della ex Jugoslavia ha prodotto meno vittime (175 mila) del regime di Tito (200 mila); ma sono comunque sei volte di più della repressione in Argentina (30 mila); mentre le stragi più gravi in Sudamerica sono stati quelle del Brasile contro i suoi indigeni (500 mila), di cui nessuno ha praticamente mai parlato.

Quel che ci interessa qui è comunque la guerra del Medio Oriente, qualla che minaccia la pace del mondo, a quanto dicono i giornali. Sapete complessivamente quanti morti ci sono stati nel conflitto fra Israele e gli arabi dalle due parti (incluse le guerre del '56, del '67 ecc.)? Un milione? Due? Cinque? Neanche per sogno. I morti sono stati 50 mila, compresi i civili, e anche le vittime del terrorismo. In termini numerici, fa lo 0,05 del totale, la metà dell'un per mille. I conflitti armati censiti da Gunnar Heinsohn fra il 1950 e il 2009, che abbiano prodotto più di 10 mila vittime sono stati 67; quello che coinvolge Israele è al posto numero 49. La guerra fra Iran e Iraq è stata 20 volte più luttuosa, avendo fatto 1 milione di vittime; le guerre curde di Iran, Iraq e Turchia hanno fatto 300 mila morti; altrettanti ne ha fatti Saddam delle sue minoranze; la guerra del Kuwait del 90-91 è costata 140 mila cadaveri, quella dello Yemen 100 mila. Insomma, anche nella fortunata regione del Medio Oriente il sangue sparso non corrisponde affatto all'inchiostro sciupato dai giornali.

E allora perché una tale concentrazione su Israele? Mah, chiedetevi perché gli egiziani si sono così agitati per alcuni dei loro militari (5) finiti sotto il fuoco con cui Israele ha respinto i terroristi di Eilat provenienti dal territorio egiziano e nessuno se l'è presa coi terroristi stessi che hanno provocato l'incidente, ammazzando 8 israeliani. Anzi, un articolo sul sito della Fratellanza Musulmana spiega che "se non fossero intervenuti gli americani avremmo impartito a Israele una lezione di morale", immagino facendo a pezzi le guardie dell'ambasciata, un po' come i bravi palestinesi di Ramallah linciarono brano a brano due sfortunati riservisti israeliani che avevano sbagliato strada, undici anni fa. (http://www.memri.org/report/en/0/0/0/0/0/0/5631.htm).

 O meglio, chiedetevi perché le 3000 vittime siriane fatte da Assad negli ultimi mesi (http://www.corriere.it/esteri/11_settembre_12/siria-bilancio-morti-nazioni-unite_c8da5d86-dd1d-11e0-a93b-4b623cb85681.shtml) non emozionano nessuno e ormai le imprese criminali di Assad e del suo esercito non passano neanche per i giornali. In fondo i siriani sono arabi anche loro, no? Non c'è niente da fare, Israele è diverso, le cifre non c'entrano. Il mostro è lui, per gli arabi, per i (neo)comunisti, per i cattolici "progressisti", per la grande stampa. E poi ditemi che l'antisemitismo non c'entra.

Ugo Volli
FONTE:
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

sabato 10 settembre 2011

11 settembre


09.09.2011 Sharia, il futuro dell'Egitto post Mubarak in mano ai Fratelli Musulmani
Cronaca di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 09 settembre 2011
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Fratelli indistruttibili»
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 09/09/2011, a pag. 1-4, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Fratelli indistruttibili".

Giulio Meotti

Roma. Nel 2007 Foreign Affairs, organo ufficiale dell’establishment americano di politica estera, fece scoppiare un caso pubblicando un saggio di Robert Leiken e Steven Brooke. I due studiosi chiedevano al Dipartimento di stato americano di avviare un dialogo con i Fratelli musulmani, definiti “moderati”, sulla base della loro “evoluzione non violenta”. Leiken e Brooke descrivevano il maggiore gruppo egiziano come una macchina pragmatica che l’occidente non doveva temere. Il Foglio ne trasse un’inchiesta in tre puntate per capire se ci fosse del vero.
Adesso Foreign Affairs fa marcia indietro e pubblica un dossier di venti pagine dal titolo emblematico: “Gli indistruttibili Fratelli musulmani”. Sottotitolo: “Le pessime prospettive per un Egitto liberale”. Il dossier è costruito su trenta interviste a membri della Fratellanza, dati per favoriti in autunno alle elezioni, le prime dopo la caduta di Hosni Mubarak.
Scrive Eric Trager, autore dell’inchiesta, che “i manifestanti che hanno guidato la rivolta in Egitto erano giovani e liberali. Lungi dall’emulare l’ayatollah Ruhollah Khomeini, si abbeveravano da Thomas Paine, chiedevano libertà civili, uguaglianza religiosa e fine della dittatura. La loro determinazione ha alimentato l’ottimismo che la Primavera araba fosse finalmente esplosa e che il medio oriente non sarebbe più stato una eccezione autocratica in un mondo democratico. La transizione politica seguita alla rivolta ha soffocato l’ottimismo”.
I Fratelli musulmani stanno dominando il processo politico seguito alla fine di Mubarak. La Fratellanza “non tempererà la propria ideologia”, dice Foreign Affairs, perché per diventare un “fratello” si deve superare un percorso di otto lunghissimi anni, “in cui gli aspiranti membri sono osservati da vicino nella loro lealtà e indottrinati all’ideologia della Fratellanza”. “Quando emergerà in autunno con un potere elettorale, se non con una aperta maggioranza dei voti, la Fratellanza userà la posizione conquistata per spostare l’Egitto in una direzione teocratica e antioccidentale”.
Foreign Affairs racconta il reclutamento della Fratellanza che inizia addirittura “con i bambini di nove anni”. Il ciclo si apre con il “muhib”, il seguace, che entra in una “usra”, famiglia, guidata da un “naqib”, un capitano. Poi si diventa “muayaad”, un sostenitore, quindi “muntasib”, membro, si passa a “muntazim”, un organizzatore, concludendo il noviziato con il titolo di “ach ‘amal”, fratello. “Nessun altro gruppo egiziano può contare sulla stessa rete”, spiega Foreign Affairs.
“Dopo la caduta di Mubarak, la Fratellanza ha continuato a dimostrare la propria capacità unica di mobilitare i sostenitori”. Foreign Affairs sfata il mito della rivolta solo “laica”. Scrive invece che la Fratellanza ha avuto un ruolo “pivotal”, centrale. “La Fratellanza all’inizio ha evitato un coinvolgimento nelle manifestazioni, iniziate il 25 gennaio, a causa della minaccia di arresto di Mohammed Badie, Guida suprema della Fratellanza. Ma il giorno dopo il bureau ha reso ‘obbligatoria’ la partecipazione alle proteste del 28 gennaio. Sebbene la maggioranza dei dimostranti non fossero affiliati a partiti politici, l’ordine della Fratellanza ha catalizzato il trionfo sulle forze di sicurezza. Non appena finivano le preghiere nelle moschee, attivisti stazionavano all’ingresso e ordinavano un confronto con la polizia di Mubarak. Molti erano Fratelli musulmani”.
Secondo l’organo del Council on Foreign Relations, uno dei più prestigiosi think tank di politica estera, “la Fratellanza si appresta a vincere la grande maggioranza dei seggi in cui si presenta”. Il progetto è chiaro: “L’islamizzazione della società egiziana”. Politicamente, “Washington deve guardare con preoccupazione l’ascesa della Fratellanza, perché nonostante l’insistenza dei Fratelli secondo cui i loro obiettivi sono ‘moderati’, loro definiscono il mondo in modo diverso dall’occidente”. La Fratellanza cercherà di “incrementare i legami con la grande nemesi americana, l’Iran, e di denigrare gli accordi di Camp David con Israele”.
La Casa Bianca dovrebbe aumentare “gli aiuti ai liberali”, “deve promettere che riconoscerà il risultato elettorale soltanto se chi vincerà si impegnerà a non partecipare in conflitti fuori dai confini egiziani” (riferimento a Israele) e “deve parlare a nome dei cristiani ogni volta che sono attaccati”. “I 600 mila Fratelli sono devoti a idee non moderate. Gli Stati Uniti devono concentrarsi sugli altri 81 milioni di egiziani. La Fratellanza può conquistarli se gli Stati Uniti non agiranno velocemente per un’alternativa – la visione liberale per la quale i giovani di piazza Tahrir hanno combattuto valorosamente”. 


FONTE:http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=8&sez=120&id=41342

sabato 20 agosto 2011

La primavera Araba è ROSSO SANGUEbreo

La primavera araba è arrivata con un mare di sangue in Israele. Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, senza esitazioni ha gettato tutta la responsabilità su Hamas e ha subito bombardato un obiettivo specifico, forse una casamatta, di Rafiah: Hamas, ha detto, ha scelto la strada del Sinai, ma tutta la preparazione si è svolta, come quella di mille altri attentati, dentro la Striscia. Hamas naturalmente ha detto che non c’entra, ma uno dei leader Ahmad Yussuf  ha detto che Hamas approva.

Se si guarda la carta geografica si capisce al volo che cosa abbia inteso Barak: Hamas ha aggirato l’ostacolo del confine con Israele utilizzando la strada egiziana apertasi di bel nuovo con la rivoluzione, sia che l’Egitto abbia responsabilità di incuria o peggio, sia che il suo terreno sia stato solo la strada prescelta subdolamente per colpire Israele con un attentato plurimo, complicato, fatto apposto per dimostrare la determinazione e l’accanimento nell’ uccidere la gente di Israele, un soldato e sei civili, come sempre, sia con i  missili che con una cintura esplosiva ritrovata sul corpo di uno dei morti.

Hamas ha avuto in questi mesi un bel regalo dall’Egitto del dopo Mubarak: fra le demagogiche dichiarazioni soddisfatte del nuovo gruppo dirigente egiziano dai toni panarabisti-islamisti, negli scorsi mesi il suo confine volto verso l’Egitto è diventato labile e elastico, le cellule variamente armate di missili o di esplosivo che preparano attentati anti israeliani non solo possono godere di libero accesso nel Sinai per poi insinuarsi da oltre confine nel Negev, ma possono anche con molta facilità coltivare i loro rapporti e i piani comuni, favoriti dalle solite tribù beduine prezzolate, con le cellule di gruppi salafiti e di al Qaeda, una vecchia amicizia molto fruttifera. A Hamas non piace tanto ricordarla, dal momento che gli aliena simpatie internazionali cui invece il gruppo terrorista che domina Hamas tiene, ma è dal 2000 che Ariel Sharon denunciò il rapporto, concretizzatosi in passaggi da e per l’Afghanistan, in piani comuni, in armi e training in Libano nei campi palestinesi, in attentati come quelli del pakistano inglese che fece saltare nel 2003 per aria il bar di Tel Aviv “Mike Place”.

Israele negli anni, fiducioso nel rapporto di pace con l’Egitto, ha disinvestito dal confine col Sinai spostando le truppe verso il nord e sul confine di Gaza. Ma adesso si capisce che è stato un errore: dalla rivoluzione di piazza Tahrir i segnali sono stati tutti pessimi, e i tre attentati al gasdotto fra Israele e l’Egitto, le dichiarazioni infiammatorie dei politici più svariati, che prevedono una revisione del trattato di pace, la paurosa presenza ad Al Arish e persino a Sharm el Sheich della Fratellanza Musulmana, che lambisce sempre più minacciosa il potere, le grandi aperture verso Hamas che invece Mubarak non poteva soffrire... sono tutte minacce aperte e un invito al rafforzamento della fazione palestinese che fa del terrorismo e della promessa di morte a tutti gli ebrei (scritta nella sua Carta) il programma costitutivo. C’è chi dice che, ingrata, Hamas avrebbe travestito da soldati egiziani tre dei sette terroristi uccisi per portare il trattato di pace a una crisi definitiva.

Questo attacco è una grande prova dimostrativa della follia della richiesta all’ONU della leadership palestinese di riconoscere unilateralmente a settembre uno Stato Palestinese, senza trattative, ancora in mezzo a un mare di terrorismo, all’indomani dall’accordo fallimentare fra Fatah e Hamas, mentre Fatah si spezza in fazioni e Hamas si dimostra il solito macellaio. Può mai essere uno Stato quello che disegnano oggi i palestinesi? Quali palestinesi? Forse Abu Mazen intende uno Stato di Fatah, e non dei palestinesi? Come intende incamerare Hamas in un disegno pacifico? Il pallido Abu Mazen tratterrà il sanguinario Hamas, o prevede senza colpo ferire, come sembra, che, durante le sue cerimonie all’ONU, i capi di Hamas, manderanno ancora e ancora fuori i loro terroristi?
www.fiammanirenstein.com

martedì 5 luglio 2011

Oscar giannino e i contributi SALASSitalico

Dal prossimo numero in edicola di Tempi
Domanda: sapete come funziona in Germania il sistema contributivo nella parte previdenziale obbligatoria? Me ne ha rinfrescato memoria l’amico Tobias Piller, corrispondente nel nostro Paese della prestigiosa e rigorosissima Frankfurter Allgemeine Zeitung, a mio giudizio uno dei più seri giornali al mondo, perché ha ottimi giornalisti e ottime regole che difendono da decenni la loro autonomia (merito degli Alleati, che in Germania per impedire che la stampa riappoggiasse partiti autoritari promossero fondazioni che fanno da filtro tra soci proprietari e direttori delle testate). Ebbene in Germania sui salari fino a 5500 euro lordi mensili i lavoratori pagano fino al 10% di contributi, cioè fino a 550 euro, e l’impresa fa lo stesso, con un altro 10%. Il totale dei contributi previdenziali obbligatori è pari al 20% del salario lordo. In Italia la parte di contributi previdenziali obbligatoria per il lavoratore dipendente è pari al 9,8% , e a questo si somma un 32% a carico dell’impresa, per un totale che fa quasi 43%, a cui si aggiungono fino al 52% del salario lordo altri contributi obbligatori per altri fini. Da noi, le pensioni che si ottengono con questa percentuale spaventosa di contributi è mediamente molto bassa. In Germania, con meno della metà proporzionalmente di contributi obbligatori, al massimo dei versamenti il rendimento mensile è di 2400 euro circa. Bisogna rassegnarsi, oppure c’è di che riflettere? Prosegui la lettura…
(CHICAGOblog)

GUERRA! Channel