guerra all'italico declino
FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE
venerdì 23 settembre 2011
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Deborah Fait, Abu Mazen con Yasser Arafat
Molti anni fa, a Trento, organizzai una conferenza per dare un aiuto al popolo Curdo, nella triste occasione di un ennesimo attacco ai loro villaggi da parte dell'esercito turco. Migliaia di profughi e fuggiaschi sulle montagne, senza cibo, acqua, abbandonati nel freddo e nella neve di quei luoghi. Alla conferenza presero parte le numerose associazioni per la pace di cui pullula, credo ancora oggi, la cattolicissima Trento, membri della politica locale quasi tutti di sinistra o ex democristiani che poi è la stessa cosa.
Avevo invitato a parlare del suo Popolo un ragazzo curdo in esilio, studente a Venezia. Non ricordo purtroppo il suo nome ma ho ben impresso nella memoria il suo viso, i suoi occhi neri e tristi, il suo camminare un po' curvo in avanti quasi a volersi nascondere.
Presentai il ragazzo all'assemblea raccontando brevemente la sua storia e poi gli diedi la parola.
Incominciò a parlare timidamente, raccontando degli attacchi turchi alla sua gente, dei villaggi distrutti, della proibizione di parlare la lingua curda, di avere scuole curde, di esprimere l'anima curda, raccontò della situazione disperata del suo popolo, popolo antico e disperso in tre paesi che si erano divisi il Kurdistan: Iraq, Iran e Turchia.
Chi ascoltava non la smetteva di fare ohhh, ahhhh, io guardavo in giro e aspettavo quello che temevo sarebbe accaduto...conoscendo i polli, non miei, presenti in sala. Dopo tutti quegli ohhhh e ahhhh e " poveretti", prese la parola il presidente dell'assemblea esordendo "dobbiamo fare una raccolta di coperte, di cibo e vestiti, chi se ne incarica?". Che grande cuore, vero?
Bene, dopo l'alzata di mano di un paio di volontari cosa è successo?
Io scommetto che lo avete già indovinato! Ci scommetto quello che volete.
Cosa è successo? Hanno incominciato a parlare dei palestinesi, anzi dei poveri palestinesi, del cattivo Israele, di ‘sti ebrei del cavolo cui la Shoà non aveva insegnato niente e che stavano genocidiando il popolo palestinese. A quel punto sono scattata in piedi urlando"Questa è una conferenza sul Popolo curdo e l'avete liquidata in un quarto d'ora? Cosa c'entrano i palestinesi? Avete là al vostro tavolo un ragazzo in esilio che verrebbe ucciso se tornasse in patria, che tra l'altro non ha più perchè se la sono mangiata, la cui famiglia è stata sterminata e voi lo liquidate con due coperte e un pacco di riso? Non vi vergognate?" La risposta del moderatore è stata "Se non ti va bene puoi andartene".
Seguii il consiglio e, accompagnata da occhiate di ironico compatimento da parte del pubblico, me ne andai fuori dove, dalla rabbia, dalla frustrazione, dal nervoso avrei fumato venti sigarette in una volta sola.
Dopo qualche minuto fui raggiunta dal ragazzo curdo che aveva le lacrime agli occhi."Hai capito cosa succede in questo mondaccio cane? Di voi non frega niente a nessuno, mica sono gli ebrei che vi ammazzano, mica e' Israele che vi toglie ogni diritto civile. A questa gente interessa solo dei palestinesi ma solo per un motivo, perché la loro controparte sono gli ebrei e Israele."
"la vostra sfiga, continuai , è che a voi vi maltrattano i turchi, gli iracheni, gli iraniani, quindi gli islamici, quindi è una sfiga che vi meritate perché l'islam non si tocca e voi potete crepare nell'indifferenza di tutti.
Vi danno due coperte e un pacco di riso o spaghetti, che magari non vi piacciono? Dite grazie e non rompete le scatole! Questo è il messaggio di questa assemblea, capito?"
Aveva capito molto bene e se ne andò ancora più curvo di quando era arrivato.
Oggi, dopo più di vent'anni , le cose non sono cambiate, tutti a dimostrare per la creazione di uno stato palestinese, anche i sinistri cretini di Israele. Uno stato palestinese rappresentato da un tizio che non ne ha il diritto da almeno tre anni perché finito il suo mandato, le cui credenziali sono state presentate all'ONU da una tizia madre di 7 figli di cui cinque sono in galera in Israele condannati a ergastoli che vanno dai duecento ai settecento anni per terrorismo.
Uno stato palestinese terrorista, rappresentato da un presidente decaduto, negazionista, complice di quel sordido uomo che era Arafat e dalla madre orgogliosa di cinque assassini.
Ma che bella cosa!
Quale Nazione al mondo, oltre ad essere circondata da stati arabi che la vogliono distruggere, potrebbe accettare di avere a tre, cinque chilometri un confine con uno stato i cui cittadini saltellano di gioia per le strade ad ogni ebreo morto ammazzato dai loro pargoli?
Quale Nazione al mondo potrebbe accettare un fatto del genere, cedendo a un sedicente popolo territori conquistati dopo guerre di difesa e regalando a questo sedicente popolo che si bea davanti a un neonato ebreo sgozzato, metà della propria Capitale?
Quale nazione?
Nessuna perché ogni paese del mondo vuole pace e sicurezza per poter vivere e prosperare.
Gli israeliani sono stati tanto bravi e coraggiosi da aver prosperato nonostante un guerra infinita iniziata ancora prima della fondazione dello Stato Ebraico, un guerra divisa in tante battaglie per la nostra distruzione ma vinte tutte dal nostro esercito.
Una lunga guerra per farci mangiare sabbia e poi gettarci in mare e hanno perso sempre, sempre, urlavano "a morte Israele" e scappavano come conigli. Nasser diceva ai soldati egiziani "lasciate vive solo le belle donne, gli altri ammazzateli tutti" e poi, dopo aver perso due guerre con la speranza di riempire il suo harem di belle ebree da seviziare, gli e' venuto il coccolone per la gran rabbia e ha donato la sua sordida anima a Allah.
Lo stesso vale per Arafat e per tutti i capi e capetti arabi sbavanti odio. Hanno perso sempre e tutti contro Israele e adesso sto tizio negazionista e ex terrorista di Abu Mazen, che non rappresenta nemmeno se stesso, va all'ONU per dichiarare l'esistenza dello Stato Palestinese?
Lo so che il mondo è con lui, lo so che c'è chi si scompiscia dalla voglia di vedere finalmente questa Palestina infilata come un pugno di ferro arrugginito nel fianco di Israele.
Lo so ma sarebbe più seria la proclamazione a stato sovrano di Disneyland.
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=9
libertà di pensiero2
Siria: orrore per ragazza deapitata e smembrata
Amnesty: Catturata per indurre fratello attivista a consegnarsi
BEIRUT - Decapitata, smembrata, e scorticata: in queste condizioni le autorità siriane hanno riconsegnato alla famiglia il corpo di Zainab al Hosni, ragazza di 18 anni, prelevata dalla sua casa lo scorso luglio da uomini sospettati di essere membri dei servizi di sicurezza di Damasco. E' quanto afferma oggi Amnesty International, secondo cui la giovane, originaria di Homs, sarebbe stata arrestata per indurre suo fratello, Muhammad Dib al Hosni, 27 anni, uno degli organizzatori delle proteste anti-regime nella terza città siriana, a consegnarsi alle autorità. La notizia della consegna del corpo, fatto a pezzi, di Zainab, si era diffusa nei giorni scorsi a Homs e nel resto della Siria suscitando orrore. Le autorità dell'ospedale militare di Homs avrebbero comunicato alla famiglia di Zainab che la ragazza era stata rapita, uccisa e il suo corpo smembrato da non meglio precisate bande armate. La madre della giovane era stata convocata a fine agosto a ritirare quel che restava della salma del figlio Muhammad, arrestato pochi giorni prima, e anch'egli forse morto sotto tortura. In quell'occasione, la donna avrebbe trovato per caso anche il corpo della figlia.
Sulla salma del ragazzo - sempre secondo Amnesty International - erano evidenti i segni di tre fori di pallottole al petto, uno alla gamba destra, e un altro al braccio destro, di bruciature di sigarette su tutto il corpo e contusioni sulla schiena. Secondo l'organizzazione umanitaria internazionale basata a Londra, si tratta del quindicesimo caso di morte nelle carceri siriane solo ad agosto. Il 103/mo dall'inizio della repressione oltre sei mesi fa. Analogo orrore aveva suscitato lo scorso aprile la sorte di Hamza al Khatib, tredicenne siriano della regione meridionale di Daraa, il cui corpo era stato riconsegnato alla famiglia dai servizi di sicurezza governativi con evidenti segni di torture mostrati in alcuni filmati amatoriali, la cui autenticità era stata smentita dai media ufficiali di Damasco. Anche in quel caso, il regime siriano aveva attribuito la morte del piccolo Khatib a bande armate, che dopo averlo ucciso con colpi di arma da fuoco ne avevano martoriato il corpo. Più di recente, un altro caso di morte nel periodo di detenzione in Siria risale a due settimane fa: la salma del giovane attivista Ghiyath Matar, di Daraya, sobborgo di Damasco, era apparsa su numerosi video amatoriali che mostravano una lunga ferita, ricucita con vistosi punti di sutura, tra lo sterno e l'inguine. Alle condoglianze funebri in onore di Matar, si erano recati anche gli ambasciatori americano, francese, danese e giapponese in Siria, suscitando proteste di Damasco.
Sulla salma del ragazzo - sempre secondo Amnesty International - erano evidenti i segni di tre fori di pallottole al petto, uno alla gamba destra, e un altro al braccio destro, di bruciature di sigarette su tutto il corpo e contusioni sulla schiena. Secondo l'organizzazione umanitaria internazionale basata a Londra, si tratta del quindicesimo caso di morte nelle carceri siriane solo ad agosto. Il 103/mo dall'inizio della repressione oltre sei mesi fa. Analogo orrore aveva suscitato lo scorso aprile la sorte di Hamza al Khatib, tredicenne siriano della regione meridionale di Daraa, il cui corpo era stato riconsegnato alla famiglia dai servizi di sicurezza governativi con evidenti segni di torture mostrati in alcuni filmati amatoriali, la cui autenticità era stata smentita dai media ufficiali di Damasco. Anche in quel caso, il regime siriano aveva attribuito la morte del piccolo Khatib a bande armate, che dopo averlo ucciso con colpi di arma da fuoco ne avevano martoriato il corpo. Più di recente, un altro caso di morte nel periodo di detenzione in Siria risale a due settimane fa: la salma del giovane attivista Ghiyath Matar, di Daraya, sobborgo di Damasco, era apparsa su numerosi video amatoriali che mostravano una lunga ferita, ricucita con vistosi punti di sutura, tra lo sterno e l'inguine. Alle condoglianze funebri in onore di Matar, si erano recati anche gli ambasciatori americano, francese, danese e giapponese in Siria, suscitando proteste di Damasco.
libertà di pensiero...
Gaza, Hamas vieta cortei pro Abu Mazen
Opposizione vuole festeggiare richiesta stato palestinese a Onu
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Ritenendo questa iniziativa azzardata e ''pericolosa per gli interessi nazionali'', Hamas ha vietato lo svolgimento di qualsiasi manifestazione.
Tuttavia gruppi di oppositori si dicono determinati a festeggiare egualmente l'evento anche a rischio di doversi misurare con le forze di sicurezza di Hamas.
martedì 20 settembre 2011
L'Onu, i combattenti e i pensionaticartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, La Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebberoo riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele.
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha? Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno ne voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).
FONTE:http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=115&sez=120&id=41483
Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, La Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebberoo riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele.
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha? Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno ne voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).
FONTE:http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=115&sez=120&id=41483
mercoledì 14 settembre 2011
L’elefante Italia e il suo baldacchino
Prima della serie di manovre estive di finanza pubblica la nostra economia era nei guai, dopo lo è molto di più:- A seguito della crisi di fiducia sul debito pubblico il governo si è impegnato a conseguire il pareggio di bilancio nel 2013, colmando in un biennio circa quattro punti di Pil di disavanzo pubblico;
- L’operazione si verifica quasi integralmente attraverso aumenti di tasse.
- Conteggiando solo gli incrementi palesi delle imposte (e lasciando fuori gli aumenti dei tributi locali che saranno attuati per compensare i tagli nei trasferimenti dal governo centrale) la pressione fiscale, calcolata come rapporto tra il gettito atteso e il Pil, aumenterebbe di due punti percentuali.
- Calcolata invece come rapporto tra il gettito atteso e il solo Pil emerso, che il Centro Studi Confindustria stima nell’80% del Pil totale, aumenterebbe di due punti percentuali e mezzo passando dal 53% al 55,5%.
- Nessun paese al mondo ha una pressione fiscale così elevata, neppure i paesi scandinavi caratterizzati dai sistemi di welfare più estesi.
- Le entrate totali del settore pubblico arriverebbero, secondo le stime di Tito Boeri, al 49% del Pil nel 2014. Se rapportate al solo Pil emerso arriverebbero invece al 61% (sempre ipotizzando, irrealisticamente, che gli enti territoriali facciano fronte ai tagli dal governo centrale senza alcun incremento dei tributi locali).
Per far comprendere l’insostenibilità della situazione anche ai non esperti di questioni economiche si può utilizzare una metafora ispirata da una vecchia canzone dello Zecchino d’Oro: l’ “elefante indiano con tutto il baldacchino” che la bimba che voleva un gatto nero era disponibile a scambiare è una buona rappresentazione del nostro affaticato paese: al livello inferiore il sistema produttivo, l’elefante stanco, sfiancato dal peso crescente e insostenibile del sovrastante settore pubblico, un baldacchino sovraffollato all’inverosimile da distributori di rendite (la classe politica) e cacciatori di rendite (i suoi clientes): corporazioni, portatori organizzati di interessi particolari, imprenditori di stato (ma anche caste e cricche).
Se utilizziamo questa metafora per svolgere confronti internazionali possiamo osservare tre differenti casi: 1) baldacchini grandi su elefanti grandi; 2) baldacchini piccoli su elefanti grandi; 3) baldacchini piccoli su elefanti piccoli. Il caso residuale di baldacchini grandi su elefanti piccoli non sembra proponibile e infatti è il modello (in crisi) adottato dall’Italia. Il primo caso (elefanti grandi e robusti che amano caricarsi baldacchini di grosse dimensioni) identifica i sistemi pubblici ‘pesanti’ che poggiano tuttavia su mercati sviluppati, come nell’area franco-tedesca e scandinava (che ha anche mercati molto liberalizzati); il secondo caso identifica paesi caratterizzati da stati snelli su mercati (almeno prima della crisi) robusti (Stati Uniti, UK e paesi sviluppati anglofoni in generale); il terzo caso paesi di taglia più ridotta (come nell’area est europea) che hanno preferito stati leggeri per non ostacolare il processo di crescita. L’Italia, infine, è l’unico caso tra i paesi maggiori di baldacchino grande su elefante piccolo, di settore pubblico con peso rilevante e crescente che grava su un sistema economico gravemente indebolito. Non è però sempre stato così: negli anni della ricostruzione e del boom economico l’elefante si è accresciuto più rapidamente del baldacchino; dopo, tuttavia, il nostro paese non ha adottato né il modello liberista (stato snello su economia di mercato sviluppata) né quello socialdemocratico (stato ampio su economia di mercato robusta) ed è l’unico ad aver creduto, erroneamente, che un settore pubblico di dimensioni tendenzialmente crescenti fosse praticabile indipendentemente dalle caratteristiche e dalle performance della sottostante economia di mercato: è il modello del baldacchino come variabile indipendente!
A causa di questo errore, che si manifesta attraverso una pressione fiscale crescente trainata da una crescente spesa pubblica, si è pervenuti in due occasioni, nei primi anni ’90 ed ora, a preoccupanti scricchiolii del sistema. Ora il baldacchino, il settore pubblico e la politica che lo amministra, scricchiola come nel 1993 ma per le conseguenze della grave recessione internazionale il sistema produttivo, l’elefante sottostante, scricchiola molto più di allora. La molteplice manovra estiva di Tremonti non fa che confermare il modello del baldacchino come variabile indipendente (che ricorda molto da vicino i privilegi delle classi non produttive prima della rivoluzione francese): se servono più risorse per le esigenze di chi sta sul baldacchino, è l’elefante che deve procurarle, indipendentemente da quale possa essere la sua robustezza e stato di salute.
E’ evidente che, in assenza di rapide correzioni di rotta, l’intero sistema è destinato a crollare. Serve allora un governo che sappia dire a tutti coloro che stanno sul baldacchino e non sono poveri e bisognosi: “signori, siamo arrivati alla fine della corsa, bisogna scendere”. E un governo di questo tipo non può, ovviamente, essere fatto da politici nati e cresciuti sul baldacchino e da esso mai scesi.
FONTE:http://www.chicago-blog.it/2011/09/11/lelefante-italia-e-il-suo-baldacchino/
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