guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

lunedì 5 dicembre 2011

Perorazione divertita per un po' d'inflazione e libertà

Per salvarci dalla crisi dateci "tutta la moneta del mondo" e meno Stato

  

Paul Krugman fotomontato su una foto 'iperinflattiva' di Weimar
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Per come vengono generalmente presentate, le cause delle crisi economiche sono spesso destinate a rimanere del tutto incomprensibili. Durante una depressione, si dice, le persone perdono l'incentivo a spendere il proprio danaro, imboccando con decisione la strada del risparmio. A seguito di ciò, la domanda aggregata (ente superiore, dotato di autonoma capacità decisionale) è destinata a contrarsi e le aziende, in crisi di ricavi, sono costrette a licenziare i propri dipendenti ed a chiudere.
Partendo da questi presupposti, parrebbe del tutto banale indicare la soluzione: se la gente ricominciasse gagliardamente ad utilizzare il proprio bancomat nei POS della città, lo stallo potrebbe, di fatto, risolversi da sé. Tanto, si argomenta, è sicuro che i soldi da qualche parte ci sono (non possono mica sparire, i soldi): è sufficiente tirarli fuori. E dunque, è la conclusione, un piccolo sforzo di buona volontà da parte di ciascuno risolverebbe, alla radice, il problema.
Per inciso, se questa tesi dovesse apparire anche solo un po' naive, conviene qui ricordare che attorno ad essa è stata, in buona parte, costruita la leggenda di J.M. Keynes (con la variante che, se le persone, com'è molto probabile, dovessero non decidersi alla spontanea apertura dei cordoni della borsa, allora sarebbe lo stato a dover intervenire, oliando le presse).
Già, ma se è tutto così semplice, perché mai le crisi continuano a ripetersi con così sinistra puntualità, sconvolgendo radicalmente le nostre vite? Siamo, forse, singolarmente prese, creature talmente irresponsabili che ci viene spontaneo, per gretta avarizia, di rifiutare il nostro contributo alla ripresa collettiva?
A questo punto del suo cammino negli aridi territori dell’economia, il pensiero tende naturalmente a concentrarsi sulle abitudini di spesa del vicino di casa. Sì, proprio lui, quello che c'ha i milioni in banca, ma capirai se li spende per risanare l'economia. Epperò, anche questo momentaneo cedimento ad un approccio di stampo così marcatamente riduzionista (ed in pesante deficit di neutralità) finisce presto per dimostrare tutti i suoi limiti: perché magari è pure vero che il confinante c’ha parecchio liquido, ma è altrettanto certo che gli ordini di grandezza delle cifre in ballo sono (in qualche misura, almeno) più estesi di quello.
Appurato, dunque, che il facoltoso dirimpettaio non potrebbe, da solo, ed a colpi di televisori, auto, lavatrici e vacanze, salvare il mondo, non resta che spostare l'attenzione verso il settore pubblico ed il sistema creditizio. La responsabilità della crisi, si finisce con il convincersi, è della politica e del mondo della finanza.
Attorno a questi ultimi soggetti, di solito, la lente indagatrice del pensiero indugia, sospettosa, molto a lungo. E non a torto, naturalmente, perché è proprio al loro interno che si annida il virus della crisi. Ma dove, esattamente?
Nella ingordigia della casta? Anche, ma solo in parte. Nei bouns stratosferici dei super managers? Ma non scherziamo! Nella mancanza di regole, regolatori, regolati? L’esperienza ed il senso comune suggeriscono che la possibilità di aggirare le normative esistenti (in questo, come in tutti gli altri ormai iper regolamentati settori dell’umano interagire) sia inversamente proporzionale alla loro quantità (e complessità).
Nella stretta creditizia praticata dalle banche? Certo, quest’ultima non aiuta, ma anche gli istituti di credito finiscono necessariamente con l’essere condizionati dalla situazione generale. Nella sfrontata aggressività degli speculatori? Boh … loro fanno il proprio mestiere: scommettono in proprio su un risultato al cui verificarsi attribuiscono probabilità accettabili. In questo senso, agiscono un po’ come degli spazzini, finendo spesso con l’integrare, con dosi suppletive di coscienza critica, il funzionamento dei meccanismi di controllo del sistema.
Difficile dire a che punto saremmo arrivati, oggi, se un manipolo di pervicaci scommettitori, qualcuno ai limiti dell’autismo, non si fosse accanito contro la dilagante aberrazione dei mutui subprime e dei prodotti derivati ad essi associati, copiosamente sfornati, per anni, sotto gli occhi miopi di innumerevoli agenzie di controllo (e di rating) ed all’ombra delle tranquillizzanti dichiarazioni del governatore della Fed. E non è, forse, incoraggiante vedere le minacciose ganasce della scommessa globale inseguire da vicino chi ha responsabilità politiche, obbligando (legittimando) i Governi a porre finalmente mano al risanamento dei bilanci nazionali, sempre annunciato, ma mai effettivamente perseguito?
Rimane, alla fine, un ultimo posto in cui il pensiero può tentare di scovare le misteriose radici delle crisi: l’etica. Signora mia, si afferma, se tutti questi potenti si mettessero finalmente una mano sul cuore, ed alzassero lo sguardo dal proprio portafoglio, allora sì che le cose ricomincerebbero a funzionare per il verso giusto. Epperò, già nel complice annuire in risposta alle enfatiche considerazioni della persona in coda davanti a noi, sentiamo, nel fondo, come il senso di una speranza tradita già prima del suo formularsi e sappiamo intimamente che, a rincorrere queste chimere, perdiamo tutti il nostro tempo.
Ma allora, se non è colpa del vicino e non c’è modo di individuare la responsabilità dei Governi e dei protagonisti della finanza, come possiamo portare a termine questo goffissimo tentativo di trovare le cause delle crisi? Però però, a ben pensarci, non abbiamo ancora messo il naso nel vicino retrobottega, dal quale sentiamo uscire un molesto rumore di macchinari, accompagnato da un forte odore di inchiostro.
Ci affacciamo curiosi, aprendo con circospezione la porta. Chini su gigantesche presse, decine di uomini si danno da fare alla fioca luce di lampadine impolverate. Stampiamo moneta, rispondono distratti alla nostra, ingenua domanda. Certo che possiamo, ce l’ha detto il Governo, è la successiva risposta. Gli ordini ci arrivano di continuo. Ed anche la terza domanda è soddisfatta.
Poi le dichiarazioni si fanno spontanee. Noi spediamo alle Banche, poi queste ultime ci costruiscono sopra il leverage. Cos’è il leverage? E’ quando noi diamo loro uno ed esse prestano dieci ai clienti. O qualcosa del genere. Quanta ce n’è in giro di questa roba? Tanta. Non mi chieda quanto vale un biglietto di questi: posso solo dirle che un biglietto vale un biglietto. Altro non saprei aggiungere. Oro? Cosa c’entra l’oro? E’, forse impazzito?
Ecco, appunto. Quotidianamente, il sistema creditizio riceve e moltiplica danaro cartaceo creato dal niente, rendendo disponibile credito relativamente abbondante a tassi contenuti. Scambiando questa liquidità per un segnale di disponibilità di risparmio (e cioè, in ultima analisi, di decisioni di spesa differita da parte dei consumatori), fiduciosi imprenditori decidono di fare il loro mestiere: intercettare, domani, i consumi oggi rimandati. Essi danno, dunque, il via a progetti, più o meno rilevanti, di nuovi investimenti, finendo, così, per modificare in modo definitivo la preesistente struttura finanziaria e produttiva.
Ed è esattamente qui che si nasconde il virus cercato così a lungo nel nostro astratto vagabondare. Già, perché il risparmio a suo tempo segnalato era puramente fittizio: nessuno aveva effettivamente rinviato al futuro alcuna decisione di spesa, così che, quando i nostri ignari eroi shumpeteriani potranno finalmente esporre i nuovi, rivoluzionari prodotti sulle bancarelle, troveranno il mercato sorprendentemente vuoto.
Il risultato? Ma guarda un po’ … la più classica delle depressioni: fabbriche chiuse, gente per strada e contrazione della domanda. Toh … siamo tornati esattamente al punto da cui eravamo partiti. Già, ma perché, in definitiva, i Governi stampano la moneta che poi passano al leverage delle Banche? La risposta è, adesso sì, banale: perché puntano a essere rieletti e, per farlo, il modo più diretto è quello di indebitarsi. Dunque: molta ambizione, molta spesa, molti debiti, molto inchiostro, molto credito, molti investimenti, molte fregature.
Cosa fare, allora, per uscirne? Governi tecnici a parte, la soluzione che in questi giorni va per la maggiore a Bruxelles e dintorni è, come si sa, stampare più moneta. Anzi, come direbbe un bambino allargando le braccia in ludica e divertita ed incontenibile espressione di potenza: tutta la moneta del mondo.
Geniale. E qui ci proviamo umilmente noi a dare un suggerimento (banale, per carità, come è ovvio per chi poco, ben poco ne sa): che ne direbbero, lor signori, se procedessimo ad avviare, parallelamente a drastiche riduzioni dei budget di Stati sociali impazziti, una lunga, lunghissima, lenta, lentissima fase di recessione pilotata (e comune a livello europeo), lasciando ai mercati l’arduo compito di riallineare, riconvertendoli, i nostri poveri sistemi produttivi, deformati ormai da decenni di letalissime iniezioni di cellulosa colorata, alle reali aspettative dei loro partecipanti e cioè, in sostanza, di tutti noi? (reintroducendo, al contempo, una fra le più fantastiche invenzioni di ogni tempo, assieme alla ruota e ad Internet: la moneta merce).
Tutto questo significherebbe, tra l'altro, una progressiva cacciata (con ignominia) della politica dalla sfera dell’economia. Sembra una cattiva idea, visto quello che è successo? Arcigni professoroni, pesantemente organici all'attuale sistema, stanno facendo appello al nostro senso di responsabilità, affinché non ci ribelliamo ai prossimi, feroci prelievi forzosi, pur sapendo che essi serviranno solo da tampone, fino alla successiva apocalisse. Molto più onesto sarebbe, invece, prospettare alla popolazione la reale natura delle cose: il calo della domanda non è la causa, ma l'effetto della crisi e, dunque, ulteriori stimoli non faranno che peggiorare la situazione, avvicinando ulteriormente l'economia continentale alla completa sovietizzazione (a braccetto con quella americana).
Costrizione in cambio della calda coperta di uno Stato sempre più pervasivo, contro libertà in cambio di una dolorosa, spontaneissima riorganizzazione: una alternativa epocale, davanti alla quale gli appelli alla responsabilità ed alla solidarietà di tutti sarebbero, una volta tanto, pienamente giustificati. Ecco, il pensiero è arrivato alla fine del suo accidentato percorso. Quanto precede è banalizzazione di ben più profonde teorizzazioni, inizialmente elaborate da uno sparuto, ma tosto gruppo di economisti austriaci. Già perché oltre al Valzer, alle Palle di Mozart ed al bluff freudiano, quella simpatica nazione ha saputo esportare anche qualcosa di parecchio più convincente.
FONTE: http://www.loccidentale.it/node/111883

Vietato criticare..bisogna proporre:

RIFORME LIBERALI A COSTO ZERO!... come le liberalizzazioni e le privatizzazioni, che (quelle sì) avrebbero un impatto positivo immediato sulla crescita. Abbattimento delle barriere d'accesso alle professioni, liberalizzazioni dei servizi, dismissione e valorizzazione del patrimonio immobiliare. Misure che colpirebbero direttamente le posizioni di rendita, che l'economia liberista considera come le più malefiche per lo sviluppo economico di un paese. L'agenda delle riforme di Monti dovrebbe, quindi, partire da queste considerazioni. Bisogna essere coscienti che solo diminuendo le tasse e abolendo queste posizioni si può trovare il giusto fine-tuning rigore e crescita.

Monti: i salassi uccidono il paziente...

Insegnava Laffer, economista del presidente Reagan, che oltre una certa soglia di prelievo gli effetti distorsivi delle tasse sono talmente elevati che il gettito diminuisce, anziché aumentare. Perché, quando le aliquote sul lavoro sono troppo alte, la gente trova più conveniente starsene a casa che non andare a lavorare. Perché, quando la tassazione sulle imprese è troppo elevata, gli imprenditori restituiscono le chiavi delle loro imprese e preferiscono trovarsi un lavoro sicuro.

Giuseppe Prezzolini: il Manifesto dei Conservatori


Il viaggiatore sopra il mare di nebbia Caspar Friedrich foto
Quando pubblicò il Manifesto dei Conservatori (1972), Giuseppe Prezzolini aveva 90 anni. 
E tuttavia era lucidissimo.
Quindi ben chiaro gli appariva quale dovesse essere il compito del conservatore. E da quali insidie dovesse ben guardarsi:
Prima di tutto il Vero Conservatore si guarderà  bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, i tradizionalisti, i nostalgici; perché il Vero Conservatore intende “continuare mantenendo”, e non tornare indietro e rifare esperienze fallite. Il Vero Conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principi permanenti” (pagina 47, Rusconi Editore).
Quindi il Vero Conservatore non ha nulla a che spartire con il tradizionalista.
Con chi rifiuta il tempo, le innovazioni quanto i cambiamenti, suggerendo soluzioni sempre eguali.
Il Vero Conservatore è diverso da chiunque consideri ogni aspetto della Tradizione come sacro e intoccabile.
Il Vero Conservatore, di contro, vuole conservare – della tradizione – solo ciò che ancora abbia utilità  per il proprio popolo.
Non già ciò che – rivelatosi sbagliato e dannoso – possa produrre nocumento.
In più, il Vero conservatore (che nulla ha a che vedere con i retrogradi), ovviamente mai potrebbe essere omofobo o xenofobo.
Il Vero Conservatore, inoltre, mai potrebbe farsi dettare l´agenda politica dal Clero:
Il Vero Conservatore rispetta la libertà  dei culti religiosi, ma non permette ad alcun gruppo religioso di esercitare influenza sulla vita politica della società ” (pagina 54).
Il Vero Conservatore si guarderà  bene dal dare un sigillo religioso alla propria dottrina, perché la dottrina del Vero Conservatore non è fondata sopra una rivelazione ma sopra i fatti e il ragionamento” (pagina 48).
Il Vero Conservatore, poi, mai potrebbe farsi “braccio armato” del Clero, cercando di fare proseliti, crociate e “convertire alla fede” persone:
La religione ha certamente un grande valore. (…) Ma quando il sentimento religioso si va logorando o scompare, come accade oggi da per tutto e per tutte le religioni (già  si parlava di “secolarizzazione”, ndr), non lo si può far rivivere semplicemente per ragioni e con mezzi politici” (pagine 43 e 44).
Da che se ne desume – ovviamente – che il Vero Conservatore sia altro rispetto ai cosiddetti teocon o atei devoti (espressioni evidentemente recenti): o conservatori religiosi (altresì detti: tradizionalisti).
Ancora.
Il Vero Conservatore è ovviamente un innovatore:
Il Vero Conservatore è persuaso di essere, se non l´uomo di domani, certamente l´uomo del dopodomani” (pagina 47).
Il Vero Conservatore accetta la necessità  di cambiamenti politici, poiché la storia è cambiamento continuo; ma vuole che il cambiamento avvenga con prudenza, con calma, con successivi e tempestivi gradi” (pagina 49).
Il Vero Conservatore è sempre e solo massimamente pragmatico:
Il Vero Conservatore è per la natura contro l´astrattismo, per il provato contro il teorizzato, per il permanete contro il transeunte” (pagina 48).
Il Vero Conservatore, mai si sognerebbe di imporre il “proprio credo”, i propri valori (come ben dice anche Desiderio) ad altri.
Al Vero Conservatore è sufficiente essere tale. Nella sua vita:
Il Vero Conservatore sa che la fonte maggiore del rispetto sociale è l´autorità , che l´esempio vale più dei discorsi; e quindi cercherà  di essere un campione, insieme con la propria famiglia, delle virtù che fanno generalmente guadagnare l´autorità : ossia il compimento dei propri doveri, l´onestà  personale, la capacità  di giudizio non partigiano, il mantenimento della parola data, la specchiatezza dei costumi, la coerenza dell´azione con il pensiero, la modestia nella vita sociale” (pagina 53).
Il Vero Conservatore non crede che gli uomini siano delinquenti o bravi cittadini in virtù delle istituzioni; ma che ci sia in ciascun individuo qualche principio che lo rende, fin dalla nascita, contento e desideroso o no di giovare alla società ” (pagina 56).
Inoltre – e mi riferisco ai tempi nostri – il Vero Conservatore mai si sognerebbe di accusare la società  – e soprattutto il mercato (la televisione, la pubblicità , le “veline”, i “tronisti” ecc. ecc) – per il fatto che i cittadini mostrino forme di devianza:
Il Vero Conservatore è piuttosto pessimista per natura; non crede che gli uomini nascano buoni e siano fatti cattivi dalla società , bensì che quel poco di buono che ci si può aspettare dagli uomini è il risultato lento di secoli di lotta e di compressione della società  per ottenere da esseri naturalmente aggressivi uno sforzo alla collaborazione. Il Vero Conservatore sa che la devozione alla patria, il senso del dovere, il rispetto umano sono virtù di pochi” (pagina 57).
Il Vero Conservatore, poi, aborrisce gli utopisti. Che cagionano danni e non risolvono problemi. In più è sempre realista:
Il Vero Conservatore non ha nostalgia del passato, giudica severamente il presente, e non gli sorride l´immagine del futuro; egli sa che i governi son tutti, all´incirca, oppressivi, tutte le rivolte creatrici di tirannie, e le felicità  sognate tutte irraggiungibili; perciò teme i trapassi, le rivoluzioni, le agonie delle attese, le turpitudini delle promesse, i trionfi dei profittatori; e dice agli uomini di contentarsi di ritocchi sensati, di riforme serie, di pazienti creazioni di nuovi sistemi” (pagina 60).
Essendo pessimista e realista, ovviamente, il Vero Conservatore non può che essere un antistatalista e un iperliberista:
Il Vero Conservatore sa che l´estensione della burocrazia, (…) l´aumento progressivo delle tasse, la svalutazione della moneta sono stati sempre il principio della decadenza delle società  e hanno annunziato il principio della fine della loro indipendenza” (pagina 55 e 56).
In conclusione.
Sebbene buona parte di questi argomenti appaiono – o possano apparire – ovvi, scontati e finanche dozzinali (si tenga sempre presente che li ha scritti un signore nato nel 1882), si può partire da queste considerazioni per fare alcune valutazioni.
Primo: la più parte di quelli che si definiscono conservatori – penso ai tradizionalisti, agli atei devoti o ai teocon – conservatori veri, almeno per Prezzolini (che in materia aveva titoli per parlare), non sono.
Secondo: la più parte di coloro che – avversandoli – parlano di conservatori, nemmeno sanno di cosa stiano parlando (e questo avviene soprattutto tra i sinistri).
Terzo: ovviamente le argomentazioni di Prezzolini sono “antiche”, anche perché non tengono conto – e come potrebbe essere diversamente (visto che il libro è del 1972) – delle evoluzioni che – ad esempio negli anni ´80 – avrebbe avuto il movimento conservatore.
Il conservatorismo mondiale, infatti, nei decenni successivi alla pubblicazione del Manifesto dei Conservatori, venne assumendo tratti ancora più marcatamente liberali e liberisti.
Intrecciando rapporti sempre più stretti anche con il mondo libertarian (da sempre fucina di elaborazioni economiche essenziali).
Le supply-side economics, le nuove teorie sulla tassazione e nuove formulazioni sui compiti dello stato (deregulation), hanno contribuito a dare voce ad una politica più improntata al sincretismo e al “meticciato”, in casa conservatrice.
Dando più compiutamente sostanza a quella “creatura” – il “liberal-conservatore” – che nascendo dal meglio delle due tradizioni politiche (quella liberale e quella conservatrice), ha prodotto nel mondo intero – non solo l´emulazione da parte della sinistra vincente: Blair e Clinton, ad esempio – ma anche risultati concreti e utili ovunque: più occupazione, più ricchezza pro capite, minore povertà , più libertà  individuali, più benessere.
Dunque il termine conservatore non è una parolaccia (anzi: è più di un complimento).
Il problema, è che nove volte su dieci, è usato – e per autodefinirsi – da individui che conservatori non sono.
Per questo quelli come me, per seguire il monito di Prezzolini (per cui il Vero Conservatore “deve guardarsi bene dal confondersi” con altri che conservatori veri non siano), preferiscono usare l´espressione “liberale di destra” quando parlano di sé.

 FONTE:http://www.camelotdestraideale.it/2007/07/01/giuseppe-prezzolini-il-manifesto-dei-conservatori/

sabato 3 dicembre 2011

BORDER line..Il confine dell' occidente è presidiato dai guerrieri noi siamo troppo molli per pensarci...


Israele e’ la nostra sola speranza di democrazia e di civilta’ in un Occidente che si avvia verso il declino, in ginocchio davanti ai petrodollari che invadono le banche occidentali, che comprano  giornali e  network televisivi, e che in nome del moderno multiculturalismo sono in grado di farci accettare come buona, la penetrazione della Legge Islamica o Sharia, prospettandoci che magari in Egitto quello dei Fratelli Musulmani sia un partito democratico.
I Fratelli Musulmani anche se sono acculturati professionisti e d’aspetto occidentale, magari in giacca e cadillac come lo era Said Ramadan padre di Tariq, sono solo dei fanatici islamisti, nipoti dei loro nonni antisemiti, autori di pogrom,  alleati dei nazisti e che aprirono l’Europa alla penetrazione islamista da cui sono partiti i terroristi del The World Trade Center di New York.
Ora sono i diretti eredi del nazismo.
E’ un conforto pensare che Israele esista, viva e prosperi e che sia difesa dalle forze armate di Tzahal, Israel Defence Forces,  pronte a combattere e a vincere nella difesa del paese come gia’ nel 1948,  1956,  1967, 1973 e nel 1982, nelle intifade palestinesi e nelle guerre in Libano. “The same resilience will continue to ensure “THE GREATEST MIRACLE OF MODERN TIMES” . (Yaakov Katz, military corrispondent and defense analyst for J.Post e for Jane’s Defence Weekly).
Anche noi guardiamo con stupore alla meraviglia di Israele che ha avuto la forza di resistere attraverso i millenni alle forze avverse sempre incombenti, affinando il suo pensiero a tal punto da essere capace d’usare un moderno warfare e cyberfare nella difesa del paese per ritardare il processo d’arricchimento dell’uranio dei mullah, solo mandando in tilt migliaia di centrifughe, senza sparare un colpo.
Ben fatto! Israele, di questo passo, mettera’ tutti nel sacco, ne siamo sicuri.
Tutti gli occhi ora sono puntati verso Israele, come quelli di Barack Obama che ha chiesto a Bibi Netanyahu d’essere avvertito nel caso l’amministrazione israeliana decidesse di attaccare l’Iran in un pre-emptive attack.
Ma il PM israeliano ha risposto che se ne guardera’ bene dal farlo.
Quello che ci sgomenta e che tutti stanno prendendo alla leggera la minaccia atomica iraniana, tutti tranne Israele, incapaci come sono di discernere i confini tra il bene e il male.
“Time is running out” il tempo sta per scadere, con un’Europa tentennante e un Barack Obama che se non prendera’ subito una decisione, sara’ ricordato dalla storia come quel presidente di una grande nazione democratica come l’America che ha permesso a dei pazzi come gli ayatollah con Khamenei in testa, di munirsi di armi atomiche.
Ma finche’ esiste Israele nulla e’ perduto, Israele, uno stato piccolo ma forte di millenni di storia e di civilta’, in cui la legge mosaica di non uccidere, di onorare il padre e la madre, di rispettare il giorno del riposo settimanale dalla fatica del lavoro per gli uomini e per gli animali, ha influenzato per la sua universalita’ il mondo intero sin dalla notte dei tempi.
E’ ora diventato uno stato moderno e avanzato in tecnologia elettronica, e’ esperto nell’arte della guerra sui campi di battaglia e al computer, e cosi’ ha perfezionato il suo potenziale bellico, la sua difesa.
Che l’Iran abbia quasi ultimato i suoi ordigni di distruzione di massa sembra chiaro e nessuno puo’ negarne l’evidenza ormai, compresa l’agenzia AIEA che ha allertato anche coloro che fanno finta di niente.
Sono quelli che si cullano all’idea che potrebbero scansarsi se il mondo crollasse loro addosso. Potenza della stupidita’ di coloro che credono che sia piu’ importante farsi amico un Iran governato da quei pazzi -come ieri tutti sostenevano quel pazzo forsennato di Hitler- piuttosto che sostenere la causa di Israele e la propria libertà.
Israele non si arrende, deve affrontare la prova da solo e sta mettendo a fuoco nuove strategie belliche del terzo millennio, tramite l’utilizzo di alta tecnologia informatica, elettronica e satellitare: (Wall Street Journal, Jamsheed K. Chosky “How to Topple the Ayatollahs” Front Page Magazine e American Thinker)
1) Una buona strategia militare che pero’ non e’ nuova, e’ l’utilizzo della “misdirection”, l’arte di indirizzare il nemico nella direzione sbagliata, cioe’di far credere a lui e a tutti gli altri che colpira’ i siti nucleari iraniani quando invece si sta concentrando su ben altro come per esempio, distruggere le Forze di Difesa Aerea iraniane, Iran’s Air-Defence capabilities, quando ancora sono a terra, prima che possano decollare, una tattica che Israele uso’ nel ‘67 in Egitto nella Guerra vittoriosa dei 6 Giorni. Anche i missili di fabbricazione sovietica
S-300 SAMs e le rampe di lancio devono essere distrutti prima, tramite incursioni aeree. E cosi’ anche le navi e i sottomarini nel Golfo Persico e negli stretti di Hormuz. Israele potrebbe attaccare qua e la’ e poi di nuovo riattaccare, disorientando il nemico, sfruttando sistemi sofisticati elettronici.
2) Israele, grazie alle sue spie satellitari, ai sofisticati GPS e ai suoi droni telecomandati, potrebbe colpire i siti atomici uno dopo l’altro, dopo aver scompaginato le forze armate paramilitari iraniane. Forse non e’ nemmeno necessario distruggere quei siti atomici, sepolti in gallerie sotterranee, basterebbe ostruirne il passaggio in entrata e in uscita, intrappolando chi gia’ sta dentro, tra scienziati e operatori ed impedendo ad altri di entrarvi. Ci vorrebbe molto tempo prima di riaprire i passaggi e riattivare tutti i congegni.
4) ll popolo iraniano inoltre e’ notoriamente filo-occidentale  ed e’ pronto a sollevarsi contro il dispotismo dei mullah, data la repressione e l’isolamento internazionale in cui e’ tenuto, chissa’ che non avvenga prossimamente e quello sarebbe il momento di attaccare le postazioni dei Guardiani della Rivoluzione e le forze paramilitari Basij che sono al servizio di Ali Khamenei e del suo lacche’ Ahmedinejad e non degli Iraniani, prima che possano nuocere, promuovendo l’abbattimento di quell’odiato regime.
Israele e’ isolato e non puo’ fare affidamento sugli Stati Uniti, il suo tradizionale alleato, con un presidente Obama che non ha mai nascosto la sua avversione ad Israele. Sappiamo che qui negli Stati Uniti la minaccia dei missili iraniani a testata nucleare che potrebbero colpire citta’ americane, e’ sentita come seria soprattutto negli ambienti militari e dall’opposizione che si raccoglie intorno ai candidati presidenziali, ma sappiamo anche che Obama come Commander in Chief non e’ convincente e non ha mai preso la decisione di attaccare per primo ma preferisce accodarsi, come e’ avvenuto in Libia.
Il presidente d’Israele, Shimon Peres ha detto che la possibilita’ di un attacco militare contro l’Iran e’ ora piu’ vicina di un’opzione diplomatica. “The possibility of a military attack against Iran is now closer to being applied than the application of a diplomatic option” e se il Mossad e’ dietro la recente esplosione alla base missilistica iraniana, e’ chiaro che Israele si sta muovendo nella sua e nell’altrui difesa. Proprio oggi 2 dicembre, il quotidiano israeliano Haaretz ,a proposito, cosi’ titola la notizia: “The war against Iran’s Nuclear Program Has already Begun”, la guerra contro il programma nucleare iraniano e’ gia’ iniziata. Piera Prister Bracaglia Morante

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

venerdì 2 dicembre 2011

Ecco perchè guardiamo massacrare i siriani senza muovere un dito...


Chi uccide i siriani ?
di Mordechai Kedar(traduzione dall’ebraico di Danielle Elinor Guez, a cura di Angelo Pezzana)
Uscito oggi su Makor Rishon

Mordechai Kedar

La gravità dei fatti che da nove mesi accadono in Siria pone una domanda inquietante: perché il mondo non interviene ? Perché la Nato è intervenuta in Libia per rovesciare il regime di Gheddafi mentre in Siria continuano i massacri senza che nessuno alzi un dito ? Davvero il ‘liquido nero’ libico è più prezioso agli occhi del mondo del ‘liquido rosso’ siriano ?
Oggi vediamo come il complesso groviglio dei legami tra la Siria e gli altri paesi paralizza ogni volontà di intervento per salvare i civili siriani, dei quali circa quattro mila sono già stati assassinati, senza contare le migliaia di coloro che sono scomparsi dopo essere stati arrestati.
Il mondo intero sa che la Siria riveste una fondamentale importanza per l’Iran, rappresentandone il cavallo di Troia nel mondo arabo, e il suo territorio è una base logistica per l’Hezbollah libanese. La caduta del regime siriano segnerebbe la fine dell’ in Libano, insieme al sostegno siriano verso Hezbollah. L’Iran ha ammonito il mondo intero che qualsiasi intervento straniero in Siria verrebbe considerato come una aggressione al proprio territorio, generando rappresaglie contro Israele e la Turchia. La Turchia, attraverso le dichiarazioni di Erdogan, si è espressa più volte su quanto accade in Siria, ma perché Israele ? Che cosa ha fatto Israele alla Siria per giustificare un attacco iraniano ?
TurchiaLa Turchia mostra moltissima attenzione verso la Siria. Non passa giorno che i suoi leader – i quali, diversamente da Assad, sono legittimi – non gli chiedano di andarsene, accogliendo in Turchia migliaia di rifugiati siriani. Di recente si è costituito in Turchia un campo per l’addestramento alla guerriglia di civili e soldati disertori siriani. Sono loro che attaccano i campi militari, i centri di formazione e i mezzi militari siriani, con le armi e l’equipaggiamento fornito da Ankara. Queste unità hanno già ucciso centinaia di lealisti di Assad, obbligando l’esercito siriano a stare sulla difensiva all’interno delle stesse basi militari. La Turchia sta conquistando alcuni chilometri di territorio al confine nord con la Siria, per creare una zona franca nella quale i profughi possano trovare rifugio e proteggersi dall’esercito siriano. L’Iran ha reagito minacciando di attaccate le postazioni della Nato in Turchia se quest’ ultima dovesse aggredire la Siria. Il che significa chiaramente una guerra fra Iran e Turchia.
IranL’Iran potrebbe intervenire alla caduta del regime di Assad non soltanto in Turchia o in Israele, ma anche nel Golfo Persico. Se l’Iran scopre il coinvolgimento dell’Europa contro il regime siriano, potrebbe minare lo Stretto di Ormuz, una sola mina sarebbe sufficiente. Non avrebbe nemmeno bisogno di concretizzare questa minaccia, il solo minacciarla basterebbe a far salire alle stelle il prezzo del petrolio nel mondo, e l’economia europea, già in crisi, ne subirebbe un colpo fortissimo. L’Iran potrebbe anche danneggiare le installazioni petrolifere degli Stati del Golfo senza ricorrere alle armi, potrebbe pagare degli sciiti dell’Arabia Saudita perché facciano esplodere i gasdotti che attraversano i loro paesi, come fanno i beduini del Sinai con il gasdotto egiziano che trasporta il gas in Israele e Giordania.
Europa e Stati UnitiCi sarebbe una reazione da parte dell’Europa e degli Stati Uniti all’azione iraniana, che degenererebbe subito in una guerra tra l’Iran e la Nato. Una delle conseguenze di questa guerra causerebbe lo stop delle esportazioni di petrolio iraniano alla Cina, con un aumento enorme del suo prezzo in tutto il mondo. Una guerra della Nato in Iran potrebbe provocare un cambio di regime, dove potrebbero essere annullati gli accordi tra gli ayatollah e la Cina, che perderebbe i miliardi investiti in Iran nelle industrie petrolchimiche. E’ in base a queste ragioni, che la Cina sostiene Iran e Siria.
RussiaLa Russia, che ha investito miliardi in Siria e in Iran, temendo di perdere i propri investimenti, sostiene anch’essa la Siria. Ma un problema molto più grande la preoccupa: la caduta del regime siriano e la guerra che potrebbe esplodere nel Golfo causerebbero un grave danno all’economia cinese, che già adesso subisce le conseguenze della recessione mondiale. Un tasso elevato di disoccupazione, spingerebbe milioni di disoccupati cinesi ad aggiungesi ai milioni che già adesso entrano in Russia alla ricerca di un lavoro. Se c’è qualcosa che i dirigenti russi temono più di qualsiasi altra cosa, è essere inghiottiti demograficamente dai cinesi , soprattutto a causa del declino demografico russo.
La Russia possiede in Siria delle basi militari e le sue navi da guerra stazionano abitualmente nei porti di Lataqia, Tartous e Banias, uniche basi nel mare mediterraneo. Privilegi che avrebbero termine con il rovesciamento di Assad da parte della Nato e l’instaurazione di un nuovo governo favorevole all’Occidente.
EuropaNon va dimenticato che anche l’Europa ha investito nell’economia iraniana. Migliaia di imprese europee, particolarmente tedesche, francesi e italiane sono coinvolte fino al collo con l’industria iraniana, avendoci investito miliardi, e non soltanto nel petrolio. Un attacco europeo alla Siria avrebbe dunque le stesse conseguenze di quello contro l’Iraq di otto anni fa: la perdita di questi investimenti sarebbe un brutto colpo per l’economia europea.
CinaLa crisi economica cinese, a seguito di una guerra nel Golfo, avrebbe delle conseguenze sull’economia americana, perché la Cina ha imprestato miliardi agli Usa in questi ultimi anni, sostenendo gli sforzi della Casa Bianca di mantenere stabile la propria economia. La crisi potrebbe spingere la Cina a richiedere indietro i prestiti oppure ad aumentare i tassi di interesse. Questa prospettiva potrebbe mettere fine agli sforzi del governo americano per rilanciare l’economia americana e comprometterebbe la rielezione del Presidente.
Il forte aumento del petrolio aggraverebbe a situazione economica dei paesi del terzo mondo e in particolare dell’Egitto e dell’Africa. Il deterioramento dell’economia in questi paesi aumenterebbe l’immigrazione verso l’Europa - e anche verso Israele - aggravando ancora di più lo stato dell’economia europea già in pessime condizioni.
IsraeleLa caduta del regime siriano colpirebbe anche Israele, da un lato la Siria si troverebbe a essere un paese diviso in vari Stati:  curdo al nord, alauita a ovest, druso al sud, beduino al centro, e poi Damasco e Aleppo, tutte popolazioni che non hanno mai avuto rapporti cordiali fra loro. Questa divisione renderà l’atmosfera migliore in tutta la regione, eliminando un regime illegittimo, che da anni si dedicava soltanto alla propaganda contro Israele, al solo fine di tenere unite le varie etnie con la scusa di uno scopo comune. Ma la caduta del regime potrà anche creare seri problemi: le armi siriane potrebbero finire a Hezbollah o ad altri gruppi terroristi i cui leader si trovano in Siria. L’aggravarsi della guerra tra governo e civili siriani, può spingere  migliaia di profughi  a cercare rifugio . magari temporaneo- nel Golan. E’ importante che Israele risponda a questa situazione per ragioni umanitarie, e anche per stabilire buoni legami con la popolazione siriana. Ma i rifugiati non è detto che ritornino poi al loro paese di provenienza, in particolare se il pericolo sussiste ancora. E questo può rappresentare un pericoloso precedente per i rifugiati palestinesi. Infatti, come potrà Israele giustificare il fatto che accoglie dei rifugiati siriani nel 2011 e rifiuta quelli palestinesi che – secondo quanto affermano – abitavano lì fino al 1948 ?
ConseguenzeDopo la fine del regime siriano, gli alauiti potrebbero vendicarsi su quelli che hanno provocato la caduta del governo, inviando gruppi di terroristi a programmare attentati in Turchia, in Europa e negli Stati Uniti, aumentando l’elenco dei problemi che preoccupano l’Europa in questo momento.
L’Iran, preoccupato per la situazione in Siria, aggrava la sua pressione sull’Iraq affinché la maggioranza sciita rivesta il ruolo di cavallo di Troia iraniano nella nazione (Umma) araba, in particolare dopo il ritiro delle truppe americane che avverrà fra un mese. Certi segnali sono significativi, in particolare la serie di visite in Iraq del vice-presidente americano Joe Biden, con lo scopo di favorire la creazione di un governo pro-americano che sappia resistere alle pressioni iraniane. Gli Stati Uniti vogliono mantenere in Iraq delle basi per servirsene in caso di guerra con l’Iran, ma il governo iracheno si è opposto. Un rifiuto che preoccupa gli americani, che temono il dominio dell’Iran sull’Iraq, la prima tappa per arrivare poi ai paesi del Golfo e infine all’ Arabia Saudita.
ConclusioniIl mondo è retto da interessi economici e militari e non dal rispetto dei diritti umani. L’Onu è stata creata dopo la seconda guerra mondiale per impedirne altre, eppure non fa nulla per impedire che questa crisi peggiori, per cui è possibile che una escalation si verifichi quando i siriani che aspirano alla libertà rovesceranno questo dittatore sanguinario, degno erede di suo padre, che aveva instaurato un potere di vita e di morte sui siriani 41 anni fa.
La caduta del regime siriano potrà produrre altri scismi sulla scena regionale e mondiale, un’onda che potrà raggiungere Iran,  Golfo Persico,  Cina,  Russia, gli Stati Uniti come anche Israele. I leader del mondo sono ben coscienti di tutte queste conseguenze possibili, per questo non si comportano con il regime siriano come meriterebbe. E’ il prezzo che i siriani pagano alla mondializzazione: ciò che avviene in un paese ha conseguenze su altri, e i siriani pagano con il loro sangue il prezzo degli interessi economici altrui. Ma grazie a questi fatti e malgrado i rischi che questo implica, il mondo, senza il questo governo siriano inondato di sangue, sarebbe un posto migliore. Così come lo sarebbe ancora di più, se insieme ad Assad scomparisse anche il regime degli ayatollah, il mondo sarebbe tranquillo e molto meno pericoloso.
Mordechai Kedar fa parte del Centro Studi sul Medio Oriente e sull’Islam della Università Bar Ilan, Israele. Collabora con Informazione Corretta

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IL DON VERZE'..UN VERO DON

| 2 dicembre 2011
    Ordina: <Bruciate!> e il picciotto va e appicca il fuoco. Don Luigi Verzé è il primo prete capomafia della storia d’Italia e il silenzio del Vaticano  o è  rassegnato o è omertoso, decidete voi. Ma per noi siciliani  è un sollievo che almeno sia padano questo ‘don’ che è due volte ‘don’, per il turibolo e per la coppola storta. Attenzione: non un prete mafioso, non un prete al servizio della mafia, che ce ne sono stati tanti, ma un boss che amministra i sacramenti,  un don Calogero Vizzini con il crocifisso portato – fateci caso – all’occhiello, lì dove si mettono gli stemmi dei Lyons e del Rotary, e i massoni vi appuntano il ramo d’acacia e i gagà la mitica pansé.
     Anche don Calogero non pagava mai con le mazzette tipiche della corruzione diciamo così normale, ma con bigliettoni ‘impilati’. <Le buste di don Verzé – raccontano i testimoni oculari – erano alte  tre o quattro centimetri  con biglietti da 500 euro>. Don Calogero Vizzini le chiamava appunto ‘pile’. E don Verzé non comunica con i pizzini come i più rozzi tra i corleonesi,  ma si attiene ai classici che affidavano le sentenze ‘allo sguardo e al silenzio ’.E se proprio deve farsi intendere  don Verzé <manda l’autista – tutte le citazioni sono prese dai verbali  – anche all’estero>. Trasmette gli ordini <attraverso messaggeri umani>. Il pizzino infatti è mafia stravagante, deviazione sbruffona, <niente di scritto e niente al telefono> raccomanda  Marlon Brando Vito Corleone: <La polizia  registra, poi taglia e cuce le parole per farvi dire quello che vuole>.
      Il codice di don Verzé  non è quello classico del danaro cattolico, neppure nella variante diabolica della simonia. Don Verzé non è uno di quei generosi mostri italiani che hanno messo insieme mammona e il Padreterno, come direbbero gli evangelisti Matteo e Luca, l’ingordigia e la bontà. E’ invece un don Luciano Liggio per la gloria di Dio. Anche  don Luciano bruciava una campagna e poi si presentava al proprietario: <Non rende, vendetemela>. Sono gli stessi metodi criminali di don Verzé che  aveva deciso di comprare i terreni confinanti con il suo ospedale, ma il proprietario non voleva vendere perché vi aveva costruito campi da tennis, da calcio e da calcetto, spogliatoi e bar… Ebbene nel 2005 e nel 2006 quegli impianti subirono  due incendi dolosi. Poi don Verzé convocò Pollari, capo del Sismi e gli disse: <Mandaci la Finanza>.
     In quel periodo il prete fondatore dell’ospedale San Raffaele pubblicava con Bompiani ‘Io e Cristo’ per spiegare come la <la Fede si fa opera>. E infatti la Finanza andò, controllò e multò. Ma il proprietario resisteva  . E allora <sabotate> ordinò letteralmente don Verzé  prendendosi  una pausa dalla pia esegesi neotestamentaria  (pag. 123 sgg) del famoso <verbum caro factum est>, il verbo si è fatto carne. E specificò: < Sabotate, ma state attenti all’asilo e ai cavalli che sono nostri>. Il picciotto, che stavolta è un ingegnere, lo rassicura: <Sarà sabotato il quadro elettrico, quindi i campi non potranno essere illuminati e quando gli ‘amici’ andranno a fargli la proposta di acquisto, lui sarà in ginocchio…>. ‘Gli amici’, ‘in ginocchio’…: il linguaggio cristologico qui diventa cosco- massonico. Qualche giorno dopo ‘l’ingegnere’, che sembra il personaggio misterioso dei romanzi di Le Carrè, titolo nobile e funzione ignobile, spiega a un Don Verzé in partenza : <Quando lei sarà in Brasile ci sarà del fuoco>.  Come si vede, è un dialogo in argot, allusivo al crimine e alla mafia. E infatti don Verzé indossa  i gessati dei mafiosi  di una volta, ha la faccia  anonima dei veri malacarne, con  il cappello che richiama la coppola ma la nega, e forse perché un prete capomafia poteva nascere solo nel Lombardo Veneto, nella terra dei ‘buli’ e dei ‘bravi’, la terra sì del cardinale Borromeo e di Manzoni ma anche della Colonna  Infame, dell’investimento economico come pietas, delle opere benedette da don Giussani, del capitalismo dell’Opus dei.’ E infatti il titolo del dialogo tra Carlo Maria Martini e don Verzé è ‘Siamo tutti nella stessa barca’ (non banca): < Eminenza, posso chiamarla eminente padre?> . E il cardinale: <Chiamami padre Carlo Maria Martini>. Don Verzé recita  la parte del piccolo uomo davanti al santo: < amore, verità, libertà di scelta>.  E’ un libro tutto compunzione e incenso. Il cardinale lo loda e lo legittima: <nessuno meglio di lei…>,< capisco la sua posizione, don Luigi>, <comprendo i suoi sentimenti>, <trovo bella questa sua espressione>.   A quel tempo don Verzé è già chiacchierato ma molto potente, nessuno immagina che organizza attentati e distribuisce mazzette e che i suoi ospedali sono fondati su una corruzione enorme, ma certo i suoi lussi sono già evidenti, le sue spese folli non passano  inosservate,   i suoi uomini gestiscono misteriose società in mezzo mondo, dal Sudamerica alla Svizzera, hanno conti correnti i dappertutto, e don Verzé ha comprato un aereo e ne prenota un altro e tratta una intera flotta perché non vuole perdere tempo negli aeroporti, e tutti sanno che l’aereo è l’arma principe dei malavitosi e dei guerrieri.
   Inoltre don Verzé  non parla come un Marcinkus alle prese con la volatilità della finanza ma come un capobastone, un campiere  che controlla il territorio: <la Moratti, l’ho convinta io a fare il sindaco>, <il cardinale Tettamanzi l’ho fatto venire io a Milano>  e Formigoni, che il faccendiere di don Verzé  ospita nel suo yacht, è sotto controllo perché <l’abbiamo salvato noi>. E Berlusconi  <dono di Dio> è  <legatissimo alla famiglia>, anche se, <ha fatto qualche giro di valzer>. Ecco: Dio non s i cura del sesso  quando si fanno affari. Perché appunto il verbo si è fatto carne.
     Ma non bisogna credere che don Verzé sia un ateo mascherato e che tutto quei suoi libri di dottrina siano solo copertura. E’ al contrario un devoto in missione mafiosa per conto di Dio perché le vie della provvidenza sono infinite e se c’è la necessità di un attentato, beh, Dio non è certo un moralista. Don Verzé è come quei preti medievali che, convinti di essere illuminati dalla grazia , commettevano in nome di Dio ogni nefandezza, vivevano a statuto speciale, in sospensione dei peccati,  in deroga.
     Del resto don Verzé non ha sedotto solo il cardinale Martini e tutta la credula Milano cattolica. Come ogni rispettabile padrino aveva bisogno della copertura laica e dunque l’ ha ingaggiata. Massimo Cacciari ed Ernesto Galli della Loggia sono due intelligenze di prima grandezza nella cultura italiana, di quelli che  braccano e scovano e mettono alla gogna i vizi del paese, uno come grande vedetta lombarda e l’altro come doge dei mari del sapere, callido Ulisse  di Venezia: <mio carissimo amico dell’anima>dice don Verzé. Eppure anche  loro sono stati impaniati, sono caduti nella panie dell’imprenditore in Cristo, del Christusunternehmer, avrebbe detto Cacciari se non fosse stato  professore e rettore  della sua università. Anche il facondo Vendola, quello che scioglie in bocca le parole come caramelle ideologiche, non ha mai avvertito  nel comparaggio per l’ ospedale a Taranto il sentore dell’imbroglione in Cristo, e gli ha invece fornito la legittimazione della sua pregiata griffe di sinistra.
   Vaticano, cultura laica e sinistra comunista: nessun mafioso siciliano era riuscito a superare tutti questi livelli. Con don Verzé siamo ben oltre i colletti bianchi. E certo la Chiesa se fosse coerente dovrebbe scomunicarlo come scomunicò quei quattro frati di Mazzarino che, unico caso nella storia della mafia, taglieggiavano i contadini, facevano caporalato, decidevano vita e morte, controllavano il territorio: trasformarono il loro convento in un covo di prepotenza. E quando, era il 1960, furono processati, turbarono gli animi degli italiani al punto che gli stessi giudici ebbero soggezione e si  misero a somministrare gli ergastoli  come fossero sacramenti. Ma la Chiesa  –pensate, la Chiesa complice di allora -  non ebbe pietà per quei sai sporcati e per quella mania di  fra bruciare  i terreni,  proprio come ha fatto don Verzé, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.

 FONTE:http://www.francescomerlo.it/

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