| Maximilien Robespierre |
M.Robespierre,Sui principi di morale e politica che devono guidare la Convenzione nazionale nell'amministrazione interna della Repubblica, 17 piovoso Anno II (5 febbraio 1794) in U. Cerroni (a c. di), La rivoluzione giacobina, trad.it. di F. Fabbrini, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 166-168. La grande purezza dei fondamenti della rivoluzione francese, la sublimità stessa del suo oggetto, è precisamente ciò che ha fatto la nostra forza e la nostra debolezza. La nostra forza, perché ci dà la superiorità della verità sopra l'impostura e dei diritti dell'interesse pubblico sopra quelli degli interessi particolari. La nostra debolezza perché allea contro di noi gli uomini viziosi, tutti coloro che meditavano nel loro cuore di spogliare il popolo e tutti quelli che vorrebbero averlo potuto spogliare impunemente; sia quelli che hanno respinto la libertà come una calamità personale, sia quelli che hanno abbracciato la rivoluzione come un mestiere e la Repubblica come una preda. Da qui la defezione di tante persone ambiziose o avide, le quali, dopo la partenza ci hanno abbandonato lungo il cammino, per il motivo che non avevano iniziato il viaggio con il nostro medesimo scopo. Si direbbe quasi che i due geni contrari, che abbiamo rappresentato come disputantisi il dominio della natura, combattano in questa grande epoca della storia umana per fissare definitivamente i destini del mondo, e che proprio la Francia sia il teatro di questa terribile lotta. Al di fuori tutti i tiranni vi circondano, all'interno tutti gli amici della tirannia cospirano: cospirano finché al crimine non sia tolta perfino la speranza. Bisogna soffocare i nemici interni ed esterni della Repubblica, oppure perire con essa. Ora, in questa situazione, la massima principale della vostra politica dev'essere quella di guidare il popolo con la ragione, e i nemici del popolo con il Terrore. Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è a un tempo la virtù e il Terrore. La virtù, senza la quale il Terrore è cosa funesta; il Terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il Terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. Si è detto da alcuni che il Terrore era la forza del governo dispotico. Il vostro Terrore rassomiglia dunque al dispotismo? Sì, ma come la spada che brilla nelle mani degli eroi della libertà assomiglia a quella della quale sono armati gli sgherri della tirannia. Che il despota governi pure con il Terrore i suoi sudditi abbrutiti. Egli ha ragione, come despota. Domate pure con il Terrore i nemici della libertà: e anche voi avrete ragione, come fondatori della Repubblica. Il governo della rivoluzione è il dispotismo della libertà contro la tirannia. La forza non è dunque fatta che per proteggere il crimine? E non è forse per colpire le teste orgogliose che il fulmine è destinato? La natura impone a ogni essere fisico o morale la legge di provvedere alla propria conservazione. Il crimine uccide l'innocenza per regnare, e l'innocenza si dibatte con tutte le forze nelle mani del crimine. Che la tirannia regni un giorno soltanto e l'indomani non resterà più un solo patriota. Ma fino a quando il furore dei despoti sarà chiamato giustizia, e la giustizia del popolo barbarie o ribellione? Come si è teneri verso gli oppressori e inesorabili verso gli oppressi! Nulla di più naturale: chiunque non odia il crimine non può amare la virtù. Tuttavia, occorre che l'uno o l'altra soccomba. «Indulgenza verso i realisti» gridano certuni. «Grazia per gli scellerati!» No: grazia per l'innocenza, grazia per i deboli, grazia per gli infelici, grazia per l'umanità! La protezione sociale è dovuta solo ai cittadini pacifici e nella Repubblica non vi sono altri cittadini se non i repubblicani. I realisti, i cospiratori, non sono che stranieri, per essa, o piuttosto dei nemici. Questa guerra terribile che la libertà sta sostenendo contro la tirannia non è forse indivisibile? I nemici dell'interno non sono forse alleati con i nemici dell'estero? E gli assassini che lacerano la patria all'interno, gli intriganti che comprano le coscienze dei mandatari del popolo, i traditori che le vendono, i libellisti mercenari che sono assoldati per disonorare la causa del popolo, per far morire la virtù pubblica, per attizzare il fuoco delle discordie civili e per preparare la controrivoluzione politica per mezzo della controrivoluzione morale: tutti questi individui sono forse meno colpevoli o meno pericolosi dei tiranni di cui stanno al servizio? |
guerra all'italico declino
FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE
mercoledì 14 dicembre 2011
DECAPITIAMOLI -3-
DECAPITIAMOLI
L'On.Mazzocchi (Pdl) svela il trucco: ma quale tagli. Aumenteranno stipendi deputati italiani
Antonio Mazzocchi, il questore del Pdl che riceve in uso gratuito l'attico sopra la sede parlamentare di Palazzo Marini e prende al tempo stesso 3.600 euro mensili di rimborso per le spese di soggiorno a Roma, in un fulgido barlume di onestà, ha confessato pubblicamente quale sarà la vera strategia che metteranno in campo per impedire il taglio degli stipendi parlamentari. Mentre i giornali discutono da giorni del rimpallo tra governo e parlamento sull'adeguamento degli stipendi parlamentari alla media europea, Mazzocchi ha già pronta la soluzione al problema. Avevamo già denunciato nei giorni scorsi il trucco dell'adeguamento alla media europea, ma la conferma viene ora direttamente dalle parole di uno dei questori della Camera. Lo svela in questa intervista di domenica scorsa sul quotidiano romano Il tempo.Il questore della Camera Mazzocchi: "Negli altri Paesi europei i deputati costano di più che in Italia. Abbiamo ridotto il vitalizio e gli aumenti dello stipendio sono fermi da anni".
«Ma quale Casta! I parlamentari italiani costano meno che nel resto d'Europa». Antonio Mazzocchi (Pdl) è uno dei tre questori della Camera e non ci sta a rimanere vittima di quella che chiama «demagogia». Poi avverte: «Però alcuni tagli si possono fare».
Onorevole Mazzocchi, anche questa volta gli stipendi dei parlamentari si salvano.
«Voglio sfatare un mito. Un deputato italiano costa allo Stato 20 mila euro al mese, uno francese 23 mila. Stessa cifra per tedeschi o inglesi. La differenza è che a un parlamentare che vive fuori Parigi, la Francia gli paga casa, studio e ben due assistenti. Da noi, invece, i soldi vengono dati direttamente agli onorevoli». Dunque il taglio dell'indennità è un falso problema. «La nostra indennità è già in linea con quella dei parlamentari degli altri Paesi europei».
Solo demagogia e antipolitica?
«La demagogia c'è perché gli elettori non vedono una classe politica qualificata. Nella Prima Repubblica i costi erano anche maggiori ma nessuno ha mai protestato. Adesso si esagera. Non vorrei che si compromettesse la democrazia e che in Parlamento entrassero soltanto gli industriali».
Torniamo ai soldi. L'indennità sarà anche meno di 5 mila euro ma poi c'è tutto il resto che porta la vostra paga mensile a 12 mila euro...
«Alcuni servizi la Camera dovrebbe gestirli direttamente».
Come i soldi per l'assistente parlamentare? Sono 4 mila euro che vanno nelle tasche di ogni deputato, ma soltanto pochissimi li «girano» tutti alla segreteria.
«Lo so. Alcuni deputati danno pochissimi soldi ai loro collaboratori».
E poi, scusi, ma ha senso assegnare quasi 4 mila euro al mese a ogni onorevole per il «rapporto eletto-elettore» se c'è una legge elettorale senza collegi?
«È così. Ora i deputati sono nominati. Certo se cambiasse la legge sarebbe diverso. Per questo dico che alcune voci le dovrebbe gestire la Camera. Potremmo anche rimborsare i deputati soltanto dopo la presentazione delle ricevute».
Ci sarebbero anche i soldi trasferiti ai partiti...
«Una parte dei contributi ai partiti si possono tagliare, si tratta di milioni di euro».
Ma lo stipendio no.
«Si può fare tutto, ma già ci siamo levati mille euro al mese e abbiamo bloccato gli aumenti dei nostri stipendi, che sono equiparati a quelli del presidente di Sezione della Corte di Cassazione. Inoltre abbiamo abolito i vitalizi. La decisione ufficiale arriverà il 14 dicembre. In ogni caso dal 1° gennaio 2012 si passerà al sistema contributivo».
Abbasserete gli stipendi ai dipendenti di Camera e Senato?
«Devono essere equiparati a quelli della pubblica amministrazione, con il riconoscimento della specificità, ma vanno ridotti».
martedì 13 dicembre 2011
Le altre caste nostrane (1/3): la casta diplomatica. L'ambasciatore italiano guadagna il doppio della Merkel
Doppi stipendi, svariati privilegi e clientelismo: ambasciatori e funzionari del Belpaese all'estero pesano sul bilancio dello Stato per 1,7 miliadi di euro l'anno.
L’ambasciatore italiano a Berlino guadagna il doppio della cancelliera tedesca. Lui si chiama Michele Valensise ed è l’ultimo ambasciatore nominato dal governo Berlusconi. Al pari di molti colleghi, dallo Stato Italiano percepisce circa 20mila euro netti al mese e governa una sede diplomatica con 58 persone. Lei si chiama Angela Merkel e dallo Stato tedesco riceve 9.072,43 netti per governare una nazione con 80 milioni di cittadini, la terza potenza economica del mondo. Lui 20mila e lei 9. Lui viene dall’Italia, il Paese dei doppi stipendi e dei privilegi che – poco se ne parla – proietta nel mondo il suo sistema di casta e lo propaga attraverso una fitta rete diplomatico-consolare, uffici di rappresentanza e istituti di cultura e lingua italiana all’estero.
IN ARRIVO UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA?
Per fare chiarezza sui costi di questo carrozzone, un anno fa è partita un’indagine conoscitiva in Senato che si è allargata alla Camera e, alla luce del quadro che emerge e della ritrosia da parte del Ministero degli Affari
esteri a fornire dettagli, potrebbe evolvere presto in commissione di inchiesta. “Questo è un mondo in parte sconosciuto al Parlamento nel quale si annidano antichi privilegi, inefficienze, sprechi, nomine poco trasparenti”, denuncia il senatore Pd Claudio Micheloni, segretario della Commissione Esteri al Senato: “Ancora non sappiamo chi nomina chi, perché diamo tanti soldi a taluni e non ad altri. Ci sono situazioni oltre il limite come le retribuzioni per incarichi da autista che arrivano a seimila euro al mese”. Certo è invece il costo del carrozzone italiano nel mondo pari a 1,7 miliardi di euro che pesa per lo 0,1 per cento del Pil.
CON I RECENTI TAGLI SI RISPARMIA POCO
Il governo uscente ha affrontato la questione a suo modo. Senza intaccare i privilegi, ha optato per una razionalizzazione della rete consolare e ha disposto la chiusura di numerose agenzie e sportelli in Albania, Australia, Croazia, Egitto, Francia, Germania, Paesi Bassi, Slovenia, Svizzera, Stati Uniti e Romania. Sicuramente all’Italia degli ultimi vent’anni era piaciuto abbondare: tra ambasciate (126), rappresentanze permanenti (9), delegazioni diplomatiche speciali (1), uffici consolari (97), istituti di cultura (92) il nostro Paese ha ben 325 sedi estere, più dei cinquanta Stati Uniti messi insieme (271), più di Russia (309), Regno Unito (261) e Germania (230). Il problema, contesta però il centrosinistra, non è tagliare le sedi: “Questa scelta, anzi, indebolisce la rete di rappresentanza e non mette in discussione i veri costi eccessivi a carico del ministero degli Esteri”, sostiene Franco Narducci (Pd), vicepresidente della Commissione Esteri alla Camera. Un esempio arriva direttamente dall’annuario statistico del Ministero degli Affari Esteri (MAE): il nostro paese spende due milioni di euro più della Spagna che pure conta 21 sedi in meno.
In effetti il risparmio quantificato dai tagli di sede è poca cosa, ammonta a non più di 5 milioni e non modifica la struttura della spesa per il personale che, per quantità e trattamento economico, resta un’anomalia tutta italiana. Per contrastarla si stratificano disegni di legge che ne chiedono la modifica. L’ultimo è stato presentato, poche settimane fa, dal capogruppo della Lega alla Camera Marco Reguzzoni, che ha chiesto di ridurre le retribuzione dei diplomatici italiani, “i più lautamente retribuiti tra i colleghi europei ed extraeuropei”. Sul fronte Pd analoga proposta è stata quella dell’onorevole Marco Fedi, sempre con l’intenzione di mettere un freno a una spesa fuori controllo.
DENTRO L’ANOMALIA TUTTA ITALIANA
Senza fare nomi e usando la base di calcolo delle tabelle ministeriali, si desume che un ambasciatore italiano guadagna circa 300mila euro esentasse, più il fitto per la residenza, più la macchina di servizio, più maggiorazioni se con moglie e figli a carico, più indennità di prima sistemazione, spese di trasloco, stipendio metropolitano che continua a essere corrisposto. Con il cumulo di questi benefici facilmente conviene essere un diplomatico italiano piuttosto che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che al mese percepisce 6.600 euro, o il presidente russo Medvedev che ne prende 4.860.
Il problema italiano, però, non deriva tanto dallo stipendio dei singoli diplomatici, quanto dal fatto che di questo trattamento “extra large” benefici tutta la base della piramide, cioè quel folto gruppo di dipendenti in missione che va dal funzionario al contabile, dal segretario all’autista. Un esercito che conta 906 diplomatici (di cui 522 all’estero e 387 in sede), 41 dirigenti, 3.457 addetti alle aree funzionali, 2.583 come personale di ruolo e 971 di ruolo presso altre amministrazioni. Con una perla tipicamente italiana: quando il personale di ruolo – diplomatico e non – è all’estero, incassa regolarmente sia la retribuzione per la missione, sia lo stipendio “metropolitano”, proprio come fosse a Roma. E questo trattamento vale per tutti i 4.752 dipendenti di ruolo (di cui 2.853 in missione all’estero, 1.989 nella sede centrale a Roma). Un privilegio per un Paese dove è sempre più difficile avere anche uno solo stipendio.
E la lista non è finita. Perché ci sono anche 2.400 dipendenti assunti a contratto, di cui 800 a contratto italiano ed il resto con contratto stipulato secondo la legge e le tariffe del Paese di accoglienza. L’anomalia italiana deriva dal fatto che più della metà di tutto il personale in servizio all’estero è mandato dall’Italia (circa il 60 per cento) ed il restante 40 per cento viene assunto e pagato con contratti e tariffe locali. Questo rapporto è invertito rispetto a quanto fanno tutti gli altri Paesi, che, al contrario, con punte fino all’80 per cento, privilegiano l’utilizzo di personale locale presso le loro strutture estere (nella misura dell’80 per cento), inviando in missione solo il 20 per cento dei propri organici. Questa inversione di tendenza del tutto italiana produce il doppio risultato di far lievitare i costi del personale e creare situazioni paradossali, spesso difficili da gestire, al limite del conflitto. Ci sono lavoratori che fanno la stessa cosa nello stesso posto ma uno guadagna meno del 10 per cento dell’altro. Succede all’ambasciata di New Delhi. Identica mansione, due stipendi diversi. Uno da fame, l’altro d’oro. Gli stipendi lordi corrisposti a un impiegato a contratto con mansioni esecutive di cittadinanza indiana è di 6mila euro lordi l’anno, contro i 54mila lordi percepiti per la stessa mansione dall’impiegato di nazionalità italiana assunto localmente e gli 80.000 euro (esentasse) di quello mandato in missione da Roma.
IL CASO DEGLI ISTITUTI DI CULTURA ALL’ESTERO
Un altro centro di spesa fuori controllo è quello degli Istituti di cultura italiani all’estero e delle istituzioni scolastiche, ben 383 centri, spesso utilizzati come parcheggi d’oro a vantaggio di persone nominate per via politica. Raro vedere in Italia un insegnante liceale che guadagna 54mila euro l’anno. Ma se è mandato all’estero, grazie al cumulo dei due stipendi, è possibile. E questo riguarda 430 unità di personale di ruolo, 74 dirigenti scolastici e 153 dipendenti APC (area promozione culturale). In tutto 657 persone per un parco di alunni pari a 31mila ragazzi ed un numero imprecisato di utenti presso gli 89 istituti italiani di cultura. Una situazione insostenibile.
Il senatore Micheloni ha preparato emendamenti alle prossime iniziative economiche del nuovo governo per rimodulare la spesa di tutto il comparto. Il primo propone proprio di richiamare gli insegnanti di ruolo che abbiamo mandato nel mondo perché siano reinseriti a costo zero nella scuola italiana ottenendo un risparmio dalle spese per indennizzo pari 18,5 milioni di euro. “Soldi che possono essere riallocati, tra gli altri, agli enti gestori dei corsi di italiano che usano personale in loco”. Il secondo prevede la riduzione del 15 per cento dell’ISE (Indennità di Servizio all’Estero) dei diplomatici e amministrativi di ruolo inviati all’estero, con un risparmio di 54 milioni di euro da destinare alla cooperazione, allo sviluppo e riduzione del debito. “Certo vorremmo anche sapere chi sono tutti questi funzionari, segretari, tecnici, contabili e insegnanti. E sapere secondo quali criteri di selezione sono arrivati a quelle posizioni”, lamenta il senatore.
IL RUOLO DELLA POLITICA
Si sa, invece, come arrivino al vertice i direttori degli Istituti italiani di cultura, veri e propri plenipotenziari con stipendi dai variabili da 14-15mila euro netti al mese a seconda della sede di destinazione. Perché accanto a funzionari di carriera che arrivano per meriti sul campo, la politica ci mette lo zampino. La Legge 401 del 1990 (art. 14 comma 6) permette al potente di turno di collocare ben dieci “personalità di chiara fama” nelle dieci più prestigiose capitali del pianeta. E qui abbondano le parentopoli e le amicizie, gli scambi di favore e i collocamenti in quota ai partiti.
Poi ci sono i “lettori” universitari, cioé i docenti di ruolo del Miur che vengono assegnati per un quinquennio nei dipartimenti di italianistica (ove questi esistano) di alcune università straniere. Sono 257 professori e godono di privilegi diplomatici e stipendi spesso superiori a quello di un docente universitario con cattedra di italianistica. Restano in carica 5 anni rinnovabili a scadenza.
Porre fine a questa situazione non è facile, perché occorre una riforma complessiva del sistema che si attende da circa dieci anni. Intanto però vengono fatti tagli dove si può. Spesso a carico di voci importanti come l’aiuto allo sviluppo. Ogni Paese contribuisce con una quota di spesa e l’Italia nell’ultimo anno è stata l’unica nazione a scendere passando dallo 0,20 per cento sul reddito nazionale lordo allo 0,15. Tutti gli altri salgono: la Gran Bretagna passa da 0,52 allo 0,56, la Spagna dallo 0,32 allo 0,43, gli Usa dallo 0,18 allo 0,21. Insomma, senza intaccare il costoso sistema dei privilegi si contrae la spesa che ci proietta in Europa e nel mondo tagliando sedi e disinvestendo sulla cooperazione.
Thomas Mackinson
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/casta-esportazione-diplomatici-italiani-guadagnano-merkel-sarkozy/176495)
FONTE:http://isegretidellacasta.blogspot.com/2011/12/le-altre-caste-nostrane-13-la-casta.html
L’ambasciatore italiano a Berlino guadagna il doppio della cancelliera tedesca. Lui si chiama Michele Valensise ed è l’ultimo ambasciatore nominato dal governo Berlusconi. Al pari di molti colleghi, dallo Stato Italiano percepisce circa 20mila euro netti al mese e governa una sede diplomatica con 58 persone. Lei si chiama Angela Merkel e dallo Stato tedesco riceve 9.072,43 netti per governare una nazione con 80 milioni di cittadini, la terza potenza economica del mondo. Lui 20mila e lei 9. Lui viene dall’Italia, il Paese dei doppi stipendi e dei privilegi che – poco se ne parla – proietta nel mondo il suo sistema di casta e lo propaga attraverso una fitta rete diplomatico-consolare, uffici di rappresentanza e istituti di cultura e lingua italiana all’estero.
IN ARRIVO UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA?
Per fare chiarezza sui costi di questo carrozzone, un anno fa è partita un’indagine conoscitiva in Senato che si è allargata alla Camera e, alla luce del quadro che emerge e della ritrosia da parte del Ministero degli Affari
esteri a fornire dettagli, potrebbe evolvere presto in commissione di inchiesta. “Questo è un mondo in parte sconosciuto al Parlamento nel quale si annidano antichi privilegi, inefficienze, sprechi, nomine poco trasparenti”, denuncia il senatore Pd Claudio Micheloni, segretario della Commissione Esteri al Senato: “Ancora non sappiamo chi nomina chi, perché diamo tanti soldi a taluni e non ad altri. Ci sono situazioni oltre il limite come le retribuzioni per incarichi da autista che arrivano a seimila euro al mese”. Certo è invece il costo del carrozzone italiano nel mondo pari a 1,7 miliardi di euro che pesa per lo 0,1 per cento del Pil.
CON I RECENTI TAGLI SI RISPARMIA POCO
Il governo uscente ha affrontato la questione a suo modo. Senza intaccare i privilegi, ha optato per una razionalizzazione della rete consolare e ha disposto la chiusura di numerose agenzie e sportelli in Albania, Australia, Croazia, Egitto, Francia, Germania, Paesi Bassi, Slovenia, Svizzera, Stati Uniti e Romania. Sicuramente all’Italia degli ultimi vent’anni era piaciuto abbondare: tra ambasciate (126), rappresentanze permanenti (9), delegazioni diplomatiche speciali (1), uffici consolari (97), istituti di cultura (92) il nostro Paese ha ben 325 sedi estere, più dei cinquanta Stati Uniti messi insieme (271), più di Russia (309), Regno Unito (261) e Germania (230). Il problema, contesta però il centrosinistra, non è tagliare le sedi: “Questa scelta, anzi, indebolisce la rete di rappresentanza e non mette in discussione i veri costi eccessivi a carico del ministero degli Esteri”, sostiene Franco Narducci (Pd), vicepresidente della Commissione Esteri alla Camera. Un esempio arriva direttamente dall’annuario statistico del Ministero degli Affari Esteri (MAE): il nostro paese spende due milioni di euro più della Spagna che pure conta 21 sedi in meno.
In effetti il risparmio quantificato dai tagli di sede è poca cosa, ammonta a non più di 5 milioni e non modifica la struttura della spesa per il personale che, per quantità e trattamento economico, resta un’anomalia tutta italiana. Per contrastarla si stratificano disegni di legge che ne chiedono la modifica. L’ultimo è stato presentato, poche settimane fa, dal capogruppo della Lega alla Camera Marco Reguzzoni, che ha chiesto di ridurre le retribuzione dei diplomatici italiani, “i più lautamente retribuiti tra i colleghi europei ed extraeuropei”. Sul fronte Pd analoga proposta è stata quella dell’onorevole Marco Fedi, sempre con l’intenzione di mettere un freno a una spesa fuori controllo.
DENTRO L’ANOMALIA TUTTA ITALIANA
Senza fare nomi e usando la base di calcolo delle tabelle ministeriali, si desume che un ambasciatore italiano guadagna circa 300mila euro esentasse, più il fitto per la residenza, più la macchina di servizio, più maggiorazioni se con moglie e figli a carico, più indennità di prima sistemazione, spese di trasloco, stipendio metropolitano che continua a essere corrisposto. Con il cumulo di questi benefici facilmente conviene essere un diplomatico italiano piuttosto che il presidente francese Nicolas Sarkozy, che al mese percepisce 6.600 euro, o il presidente russo Medvedev che ne prende 4.860.
Il problema italiano, però, non deriva tanto dallo stipendio dei singoli diplomatici, quanto dal fatto che di questo trattamento “extra large” benefici tutta la base della piramide, cioè quel folto gruppo di dipendenti in missione che va dal funzionario al contabile, dal segretario all’autista. Un esercito che conta 906 diplomatici (di cui 522 all’estero e 387 in sede), 41 dirigenti, 3.457 addetti alle aree funzionali, 2.583 come personale di ruolo e 971 di ruolo presso altre amministrazioni. Con una perla tipicamente italiana: quando il personale di ruolo – diplomatico e non – è all’estero, incassa regolarmente sia la retribuzione per la missione, sia lo stipendio “metropolitano”, proprio come fosse a Roma. E questo trattamento vale per tutti i 4.752 dipendenti di ruolo (di cui 2.853 in missione all’estero, 1.989 nella sede centrale a Roma). Un privilegio per un Paese dove è sempre più difficile avere anche uno solo stipendio.
E la lista non è finita. Perché ci sono anche 2.400 dipendenti assunti a contratto, di cui 800 a contratto italiano ed il resto con contratto stipulato secondo la legge e le tariffe del Paese di accoglienza. L’anomalia italiana deriva dal fatto che più della metà di tutto il personale in servizio all’estero è mandato dall’Italia (circa il 60 per cento) ed il restante 40 per cento viene assunto e pagato con contratti e tariffe locali. Questo rapporto è invertito rispetto a quanto fanno tutti gli altri Paesi, che, al contrario, con punte fino all’80 per cento, privilegiano l’utilizzo di personale locale presso le loro strutture estere (nella misura dell’80 per cento), inviando in missione solo il 20 per cento dei propri organici. Questa inversione di tendenza del tutto italiana produce il doppio risultato di far lievitare i costi del personale e creare situazioni paradossali, spesso difficili da gestire, al limite del conflitto. Ci sono lavoratori che fanno la stessa cosa nello stesso posto ma uno guadagna meno del 10 per cento dell’altro. Succede all’ambasciata di New Delhi. Identica mansione, due stipendi diversi. Uno da fame, l’altro d’oro. Gli stipendi lordi corrisposti a un impiegato a contratto con mansioni esecutive di cittadinanza indiana è di 6mila euro lordi l’anno, contro i 54mila lordi percepiti per la stessa mansione dall’impiegato di nazionalità italiana assunto localmente e gli 80.000 euro (esentasse) di quello mandato in missione da Roma.
IL CASO DEGLI ISTITUTI DI CULTURA ALL’ESTERO
Un altro centro di spesa fuori controllo è quello degli Istituti di cultura italiani all’estero e delle istituzioni scolastiche, ben 383 centri, spesso utilizzati come parcheggi d’oro a vantaggio di persone nominate per via politica. Raro vedere in Italia un insegnante liceale che guadagna 54mila euro l’anno. Ma se è mandato all’estero, grazie al cumulo dei due stipendi, è possibile. E questo riguarda 430 unità di personale di ruolo, 74 dirigenti scolastici e 153 dipendenti APC (area promozione culturale). In tutto 657 persone per un parco di alunni pari a 31mila ragazzi ed un numero imprecisato di utenti presso gli 89 istituti italiani di cultura. Una situazione insostenibile.
Il senatore Micheloni ha preparato emendamenti alle prossime iniziative economiche del nuovo governo per rimodulare la spesa di tutto il comparto. Il primo propone proprio di richiamare gli insegnanti di ruolo che abbiamo mandato nel mondo perché siano reinseriti a costo zero nella scuola italiana ottenendo un risparmio dalle spese per indennizzo pari 18,5 milioni di euro. “Soldi che possono essere riallocati, tra gli altri, agli enti gestori dei corsi di italiano che usano personale in loco”. Il secondo prevede la riduzione del 15 per cento dell’ISE (Indennità di Servizio all’Estero) dei diplomatici e amministrativi di ruolo inviati all’estero, con un risparmio di 54 milioni di euro da destinare alla cooperazione, allo sviluppo e riduzione del debito. “Certo vorremmo anche sapere chi sono tutti questi funzionari, segretari, tecnici, contabili e insegnanti. E sapere secondo quali criteri di selezione sono arrivati a quelle posizioni”, lamenta il senatore.
IL RUOLO DELLA POLITICA
Si sa, invece, come arrivino al vertice i direttori degli Istituti italiani di cultura, veri e propri plenipotenziari con stipendi dai variabili da 14-15mila euro netti al mese a seconda della sede di destinazione. Perché accanto a funzionari di carriera che arrivano per meriti sul campo, la politica ci mette lo zampino. La Legge 401 del 1990 (art. 14 comma 6) permette al potente di turno di collocare ben dieci “personalità di chiara fama” nelle dieci più prestigiose capitali del pianeta. E qui abbondano le parentopoli e le amicizie, gli scambi di favore e i collocamenti in quota ai partiti.
Poi ci sono i “lettori” universitari, cioé i docenti di ruolo del Miur che vengono assegnati per un quinquennio nei dipartimenti di italianistica (ove questi esistano) di alcune università straniere. Sono 257 professori e godono di privilegi diplomatici e stipendi spesso superiori a quello di un docente universitario con cattedra di italianistica. Restano in carica 5 anni rinnovabili a scadenza.
Porre fine a questa situazione non è facile, perché occorre una riforma complessiva del sistema che si attende da circa dieci anni. Intanto però vengono fatti tagli dove si può. Spesso a carico di voci importanti come l’aiuto allo sviluppo. Ogni Paese contribuisce con una quota di spesa e l’Italia nell’ultimo anno è stata l’unica nazione a scendere passando dallo 0,20 per cento sul reddito nazionale lordo allo 0,15. Tutti gli altri salgono: la Gran Bretagna passa da 0,52 allo 0,56, la Spagna dallo 0,32 allo 0,43, gli Usa dallo 0,18 allo 0,21. Insomma, senza intaccare il costoso sistema dei privilegi si contrae la spesa che ci proietta in Europa e nel mondo tagliando sedi e disinvestendo sulla cooperazione.
Thomas Mackinson
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/10/casta-esportazione-diplomatici-italiani-guadagnano-merkel-sarkozy/176495)
FONTE:http://isegretidellacasta.blogspot.com/2011/12/le-altre-caste-nostrane-13-la-casta.html
ELOGIO DELLA GUERRA -3-
(continua)...il ruolo di regolatrice tra popolazione e risorse...
Oggi queste funzioni le svolge in parte l’economia, ma la guerra è più completa perché ha in sé anche la variabile del ribaltamento sociale; anche per questo la voglia di guerra supera il motivo economico ed è diffusa nella popolazione oltre che nei capi.
La guerra, come tanti altri, è un fenomeno periodizzabile in tre stadi: lo stadio arcaico, quello medievale e quello moderno. Nel primo periodo la guerra è condotta per necessità e per riequilibrare le risorse; è considerata come un avvenimento accidentale e non è sistematizzata in nessuna filosofia. Essendo la vita dura, la guerra non è intesa come un diversivo rispetto ad una vita piatta ed essendo la vita comune tutti gli uomini è intesa come simbolo stesso di virilità. Nel periodo medievale la guerra determina la formazione di una vera e propria classe sociale ( bellatores oltre che oratores e laborantes) ed è rappresentata dalla cavalleria pesante. In questo periodo la festa è molto simile alla guerra poiché le battaglie sono piene di regole e la guerra coinvolge solo chi è intenzionato a farla ed è cortese, moderata e non fanatica. Il guerriero assume notevole importanza perché il periodo è molto turbolento e molte volte l’uso della forza vince sulla ragione. Nel periodo moderno, che inizia circa con la rivoluzione francese, nasce il concetto della nazione in armi e ciò provoca il coinvolgimento nella guerra del popolo, dell’economia e della scienza. Questo tipo di guerra totalizzante mobilita l’intera nazione e spersonalizza il nemico in quanto questo diventa un bersaglio a cui sparare e ciò rende più facile ai soldati combattere.
L’apogeo di questo tipo di guerra è rappresentato dalle due guerre mondiali : il primo conflitto si delinea come guerra totale in quanto è combattuta con tutti i mezzi ma distingue tra la situazione del fronte e quella della società civile, il secondo conflitto invece è una guerra assoluta perché coinvolge davvero tutti gli aspetti della nazione facendo entrare davvero tutta la popolazione in guerra. In questi due conflitti per la prima volta il guerriero perde prestigio e il termine militarismo diventa spregiativo; ciò avviene perché le macchine superano l’uomo come potenza e gli impediscono quegli atti di eroismo tipici di tutte le guerre precedenti sottraendo così buona parte al protagonismo dell’uomo; però, anche in questi conflitti, i reduci sono felici di ciò che è accaduto e ciò dimostra ancora una volta che gli uomini son portati alla guerra.
Questa constatazione però non vuol dire che l’uomo è portato all’odio poiché questo non è l’essenza della guerra. Come si è già detto, il desiderio di guerra cresce con la civiltà e con essa cresce anche l’importanza dell’etica; ciò vuol dire che l’etica contribuisce alla formazione del desiderio di guerra poiché reprime l’aggressività; nella civiltà l’aggressività è stata sfogata anche con altri mezzi ed è stata contenuta dalla vita agricola. Nelle società moderne però l’aggressività sale perché lo stato esercita il monopolio della forza e esercita il controllo sull’aggressività dei cittadini per consentirla, almeno prima della Bomba, esclusivamente nella guerra. Nella società contemporanea inoltre l’aggressività è acuita dal crowding.
La società contemporanea sembra aver bisogno della guerra anche perché questa risveglia i valori di altruismo e di solidarietà, sviluppa il cameratismo, soddisfa i desideri di avventura della classe piccolo borghese, deresponsabilizza l’individuo che deve sottomettersi alla guerra non potendo influire sul tempo d’attesa , porta in luce i sentimenti essenziali e elimina la competizione di classe. Inoltre la guerra, con la presenza della morte, dà un enorme valore alla vita e rende la morte, in quanto violenta, morte feconda per l’umanità. La guerra determina anche l’autocoscienza individuale poiché mette alla prova l’individuo e ciò sarebbe molto utile nella nostra società in cui impera la crisi di identità. Oggi però la guerra è impossibile e per la prima volta si assiste ad un numero crescente di giovani pacifisti;infatti i giovani storicamente erano quelli più portati alla guerra mentre oggi ripiegano la loro vitalità verso il pacifismo o, come nel ’68, nella speranza di una rivoluzione imminente dove la Bomba è inutilizzabile.
La minaccia nucleare azzera la possibilità di guerra utilizzando l’equilibrio del terrore e fondando così la pace sulla minaccia di auto distruzione e quindi sulla possibilità potenziale di fare la guerra. Ciò porta ad un pacifismo obbligato basato sulla minaccia e quindi sulla violenza e porta anche ad un concetto di pace perpetua hobbesiana dove un super stato mondiale impone con la sua forza e la sua autorità una pace a lui favorevole. In questo caso si potrebbe parlare d pax russo-americana dove questi due super stati impongono la pace tramite il reciproco ricatto nucleare. Questa situazione di impossibilità di far la guerra fa proliferare le alternative del terrorismo, della guerriglia e dela guerra civile, soluzioni che permettono alle due superpotenze di combattere per interposta persona senza così dover ricorrere all’arma nucleare. Queste forme di combattimento però sono peggiori della guerra perché in primo luogo, non essendo legalizzate dai due contendenti sono lotte senza quartiere non controllabili e difficili da controllare a causa del loro carattere di violenza privata. Inoltre queste alternative, al contrario della guerra, sono caratterizzate dalla cattiva coscienza e dal rimorso in quanto molte volte colpiscono persone neutrali che non appoggiano in nessun modo uno dei due contendenti. Oltre a ciò, le alternative alla guerra si basano solo su una iusta causa che, finito il conflitto, può essere messa in dubbio provocando il rimorso. Per queste ragioni queste modalità di combattimento non soddisfano più alcune pulsioni legate alla guerra e aggiungono solo ulteriori pesi sulla coscienza. In occidente invece è impossibile condurre anche questi tipi di combattimento a causa del troppo controllo delle due super potenze, per questo si sono elaborate varie contromisure alla guerra che però si sono rivelate inutili o nefaste. La prima contromisura è costituita dal calo demografico che ha come conseguenza la minor presenza di giovani (i più portati alla guerra) nella società; questa contromisura però è bilanciata dal crowding che aumenta l’aggressività e quindi il bisogno di guerra. Un’altra alternativa è costituita dal permissivismo sessuale che dovrebbe stemperare l’aggressività. Una terza soluzione è il consumismo che, come una droga, tranquillizza la gente ponendola nell’agio e nella tranquillità costituita dall’avere tutto subito, però anche questa soluzione, come ogni droga, dopo poco diventa eccessiva e contribuisce ad esasperare l’aggressività. Anche lo sport serve a canalizzare la violenza e la stessa funzione è assunta dalle bande giovanili e dagli spettacoli violenti; queste istituzioni però sono insufficienti perché si limitano a far vedere la violenza(escluso lo sport) senza però lasciarla praticare. Un’altra modalità di sopportazione della mancanza della guerra è costituita dagli sport estremi che forniscono a chi li pratica il rischio senza però quella naturalità e inevitabilità proprie della guerra. Anche il potlach (emulazione autodistruttiva dove si sperperano risorse) è una valida alternativa alla guerra e la stessa corsa agli armamenti nucleari è un potlach; questo tipo di potlach però, basandosi sulla repressione dell’aggressività, contribuisce ad acuire la sete di guerra. Tutte queste contromisure sono quindi poco efficaci perché mancano della naturalità della guerra e a volte sembrano rischi inutili. L’assenza di guerra nella nostra società ha anche portato all’aumento della criminalità, dei suicidi, del problema della droga e delle nevrosi; ciò è avvenuto perché con la scomparsa della guerra, è venuta meno la solidarietà, portando così l’individuo ad una solitudine interiore; inoltre il singolo, non potendo più essere aggressivo, ha riversato questa aggressività contro di sé. L’assenza di guerra ha anche provocato l’aumento delle malattie dovute allo stress poiché, come hanno osservato molti reduci della prima guerra mondiale, in guerra lo stress sembra svanire( eccetto la nevrosi da fronte).
Oggi queste funzioni le svolge in parte l’economia, ma la guerra è più completa perché ha in sé anche la variabile del ribaltamento sociale; anche per questo la voglia di guerra supera il motivo economico ed è diffusa nella popolazione oltre che nei capi.
La guerra, come tanti altri, è un fenomeno periodizzabile in tre stadi: lo stadio arcaico, quello medievale e quello moderno. Nel primo periodo la guerra è condotta per necessità e per riequilibrare le risorse; è considerata come un avvenimento accidentale e non è sistematizzata in nessuna filosofia. Essendo la vita dura, la guerra non è intesa come un diversivo rispetto ad una vita piatta ed essendo la vita comune tutti gli uomini è intesa come simbolo stesso di virilità. Nel periodo medievale la guerra determina la formazione di una vera e propria classe sociale ( bellatores oltre che oratores e laborantes) ed è rappresentata dalla cavalleria pesante. In questo periodo la festa è molto simile alla guerra poiché le battaglie sono piene di regole e la guerra coinvolge solo chi è intenzionato a farla ed è cortese, moderata e non fanatica. Il guerriero assume notevole importanza perché il periodo è molto turbolento e molte volte l’uso della forza vince sulla ragione. Nel periodo moderno, che inizia circa con la rivoluzione francese, nasce il concetto della nazione in armi e ciò provoca il coinvolgimento nella guerra del popolo, dell’economia e della scienza. Questo tipo di guerra totalizzante mobilita l’intera nazione e spersonalizza il nemico in quanto questo diventa un bersaglio a cui sparare e ciò rende più facile ai soldati combattere.
L’apogeo di questo tipo di guerra è rappresentato dalle due guerre mondiali : il primo conflitto si delinea come guerra totale in quanto è combattuta con tutti i mezzi ma distingue tra la situazione del fronte e quella della società civile, il secondo conflitto invece è una guerra assoluta perché coinvolge davvero tutti gli aspetti della nazione facendo entrare davvero tutta la popolazione in guerra. In questi due conflitti per la prima volta il guerriero perde prestigio e il termine militarismo diventa spregiativo; ciò avviene perché le macchine superano l’uomo come potenza e gli impediscono quegli atti di eroismo tipici di tutte le guerre precedenti sottraendo così buona parte al protagonismo dell’uomo; però, anche in questi conflitti, i reduci sono felici di ciò che è accaduto e ciò dimostra ancora una volta che gli uomini son portati alla guerra.
Questa constatazione però non vuol dire che l’uomo è portato all’odio poiché questo non è l’essenza della guerra. Come si è già detto, il desiderio di guerra cresce con la civiltà e con essa cresce anche l’importanza dell’etica; ciò vuol dire che l’etica contribuisce alla formazione del desiderio di guerra poiché reprime l’aggressività; nella civiltà l’aggressività è stata sfogata anche con altri mezzi ed è stata contenuta dalla vita agricola. Nelle società moderne però l’aggressività sale perché lo stato esercita il monopolio della forza e esercita il controllo sull’aggressività dei cittadini per consentirla, almeno prima della Bomba, esclusivamente nella guerra. Nella società contemporanea inoltre l’aggressività è acuita dal crowding.
La società contemporanea sembra aver bisogno della guerra anche perché questa risveglia i valori di altruismo e di solidarietà, sviluppa il cameratismo, soddisfa i desideri di avventura della classe piccolo borghese, deresponsabilizza l’individuo che deve sottomettersi alla guerra non potendo influire sul tempo d’attesa , porta in luce i sentimenti essenziali e elimina la competizione di classe. Inoltre la guerra, con la presenza della morte, dà un enorme valore alla vita e rende la morte, in quanto violenta, morte feconda per l’umanità. La guerra determina anche l’autocoscienza individuale poiché mette alla prova l’individuo e ciò sarebbe molto utile nella nostra società in cui impera la crisi di identità. Oggi però la guerra è impossibile e per la prima volta si assiste ad un numero crescente di giovani pacifisti;infatti i giovani storicamente erano quelli più portati alla guerra mentre oggi ripiegano la loro vitalità verso il pacifismo o, come nel ’68, nella speranza di una rivoluzione imminente dove la Bomba è inutilizzabile.
La minaccia nucleare azzera la possibilità di guerra utilizzando l’equilibrio del terrore e fondando così la pace sulla minaccia di auto distruzione e quindi sulla possibilità potenziale di fare la guerra. Ciò porta ad un pacifismo obbligato basato sulla minaccia e quindi sulla violenza e porta anche ad un concetto di pace perpetua hobbesiana dove un super stato mondiale impone con la sua forza e la sua autorità una pace a lui favorevole. In questo caso si potrebbe parlare d pax russo-americana dove questi due super stati impongono la pace tramite il reciproco ricatto nucleare. Questa situazione di impossibilità di far la guerra fa proliferare le alternative del terrorismo, della guerriglia e dela guerra civile, soluzioni che permettono alle due superpotenze di combattere per interposta persona senza così dover ricorrere all’arma nucleare. Queste forme di combattimento però sono peggiori della guerra perché in primo luogo, non essendo legalizzate dai due contendenti sono lotte senza quartiere non controllabili e difficili da controllare a causa del loro carattere di violenza privata. Inoltre queste alternative, al contrario della guerra, sono caratterizzate dalla cattiva coscienza e dal rimorso in quanto molte volte colpiscono persone neutrali che non appoggiano in nessun modo uno dei due contendenti. Oltre a ciò, le alternative alla guerra si basano solo su una iusta causa che, finito il conflitto, può essere messa in dubbio provocando il rimorso. Per queste ragioni queste modalità di combattimento non soddisfano più alcune pulsioni legate alla guerra e aggiungono solo ulteriori pesi sulla coscienza. In occidente invece è impossibile condurre anche questi tipi di combattimento a causa del troppo controllo delle due super potenze, per questo si sono elaborate varie contromisure alla guerra che però si sono rivelate inutili o nefaste. La prima contromisura è costituita dal calo demografico che ha come conseguenza la minor presenza di giovani (i più portati alla guerra) nella società; questa contromisura però è bilanciata dal crowding che aumenta l’aggressività e quindi il bisogno di guerra. Un’altra alternativa è costituita dal permissivismo sessuale che dovrebbe stemperare l’aggressività. Una terza soluzione è il consumismo che, come una droga, tranquillizza la gente ponendola nell’agio e nella tranquillità costituita dall’avere tutto subito, però anche questa soluzione, come ogni droga, dopo poco diventa eccessiva e contribuisce ad esasperare l’aggressività. Anche lo sport serve a canalizzare la violenza e la stessa funzione è assunta dalle bande giovanili e dagli spettacoli violenti; queste istituzioni però sono insufficienti perché si limitano a far vedere la violenza(escluso lo sport) senza però lasciarla praticare. Un’altra modalità di sopportazione della mancanza della guerra è costituita dagli sport estremi che forniscono a chi li pratica il rischio senza però quella naturalità e inevitabilità proprie della guerra. Anche il potlach (emulazione autodistruttiva dove si sperperano risorse) è una valida alternativa alla guerra e la stessa corsa agli armamenti nucleari è un potlach; questo tipo di potlach però, basandosi sulla repressione dell’aggressività, contribuisce ad acuire la sete di guerra. Tutte queste contromisure sono quindi poco efficaci perché mancano della naturalità della guerra e a volte sembrano rischi inutili. L’assenza di guerra nella nostra società ha anche portato all’aumento della criminalità, dei suicidi, del problema della droga e delle nevrosi; ciò è avvenuto perché con la scomparsa della guerra, è venuta meno la solidarietà, portando così l’individuo ad una solitudine interiore; inoltre il singolo, non potendo più essere aggressivo, ha riversato questa aggressività contro di sé. L’assenza di guerra ha anche provocato l’aumento delle malattie dovute allo stress poiché, come hanno osservato molti reduci della prima guerra mondiale, in guerra lo stress sembra svanire( eccetto la nevrosi da fronte).
Nella società di oggi la guerra è stata uccisa dalla tecnologia poichè la Bomba ha impedito oggettivamente di condurre una guerra convenzionale. Prima delle società industriali infatti l’uomo e la tecnica erano in equilibrio poiché ogni guerriero possedeva la sua arma che però, pur essendo rispettata, non si sostituiva mai troppo all’elemento umano in guerra. La tecnologia ha cominciato a sostituire l’uomo con l’avvento delle armi da fuoco e l’ha sempre più messo da parte nell’epoca industriale poiché la macchina ha superato l’elemento umano. Prima della Bomba però c’era sempre il sistema arma-contromisura che permetteva la dialettica difesa-offesa tipico della guerra; con l’arma atomica questo sistema è saltato e ciò ha ammazzato la guerra. Concludendo, nel nostro secolo ci sono due importanti problemi: il primo è il fatto che l’Atomica può distruggere il mondo; il secondo è il fatto che la Bomba non lascia più condurre la vecchia, cara, onesta tradizionale guerra.
Decapitiamoli!-1-
Manovra finanziaria. Art.23: Stipendi parlamentari equiparati alla media Europea. Già bocciato. [Image]L'equiparazione degli stipendi parlamentari è un tema particolarmente in voga negli ultimi anni.Alcune associazioni hanno lanciato una proposta di legge di iniziativa popolare, ma fino a questo momento c'è solo l'ipotesi paventata già nella manovra estiva di Tremonti. Quella legge ha partorito in verità solo l'ennesima commissione governativa, la COMLIV (commissione per il livellamento retributivo Italia-Europa) che l'ha presa comoda, in tre mesi hanno svolto solo un paio di riunioni per definire quali sono i paesi europei, arrivando alla sconclusionata conclusione che la comparazione si baserà solo su sei paesi (Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Austria), non a caso tra i più ricchi paesi europei.Visti i tempi lunghi, nella manovra finanziaria di Monti è stato inserito il comma 7 all'art.23:
7. Ove alla data del 31 dicembre 2011 la Commissione governativa per il livellamento retributivo Italia – Europa prevista dall'articolo 1, comma 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 e istituita con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 luglio 2011 non abbia provveduto alla ricognizione e alla individuazione della media dei trattamenti economici di cui all'articolo 1 del predetto decreto-legge n. 98 del 2011, riferiti all'anno precedente ed aggiornati all'anno in corso sulla base delle previsioni dell'indice armonizzato dei prezzi al consumo contenute nel Documento di economia e finanza, il Governo provvederà con apposito provvedimento d'urgenza.La manovra arriva in questi giorni alla Camera: in parlamento pochi margini di manovra, cambierà poco o nulla, assicura Monti. Ma intanto dalla Commissione Parlamentare Affari Costituzionali, già arriva il primo stop. Non andrà molto lontano il comma 7 dell'art.23 FONTE:http://isegretidellacasta.blogspot.com/2011/12/art23-stipendi-parlamentari-equiparati.html
sabato 10 dicembre 2011
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| Ecco il pezzo (complimenti all'autore): Roma. L’uccisione di Assam Batash è “il ‘targeted killing’ di maggior profilo da molti anni”. Così scrive sul quotidiano Yedioth Ahronoth il veterano del giornalismo militare israeliano, Ron Ben Yishai, commentando l’operazione dell’esercito di Gerusalemme nella Striscia di Gaza. Terroristi hanno risposto lanciando missili sulle città del sud. Batash era uno dei leader storici delle Brigate dei martiri di al Aqsa, il braccio armato di Fatah, che ha congelato le attività in Cisgiordania pur rimanendo attiva a Gaza. Secondo l’intelligence israeliana, Batash voleva realizzare un grande attentato contro civili israeliani, come quello che ha portato a termine nel 2007. Israele ha riesumato uno strumento della lotta al terrorismo, le uccisioni mirate, che tanto scandalo ha generato all’epoca dell’uccisione del capo di Hamas, Ahmed Yassin. Negli Stati Uniti è uscito qualche mese fa un libro di Daniel Byman, “A High Price”; racconta la storia dell’antiterrorismo israeliano – delle sue vittorie e dei suoi fallimenti – dedicando un capitolo corposo ai targeted killing, (“sakum” in ebraico). Nel libro si identifica Mahmoud al Mabhouh, leader di Hamas legato all’Iran e ucciso nel 2010 a Dubai, come una delle ultime vittime di queste operazioni. Fra le rivelazioni di Byman c’è il ruolo che Daniel Reisner, il giurista israeliano che ha fornito le basi legali delle esecuzioni, avrebbe avuto nell’ispirare l’Amministrazione Obama contro Osama bin Laden e Anwar al Awlaki. Il libro parla delle conseguenze legali di queste “esecuzioni extragiudiziali”. Avi Dichter, ex capo dell’intelligence, ha dovuto cancellare le visite nel Regno Unito per timore di essere arrestato per “crimini di guerra”. In Spagna, alcuni magistrati hanno aperto inchieste contro gli israeliani e una simile minaccia pende anche alla Corte dell’Aja. Il libro spiega che l’attuale leadership israeliana ha forgiato le uccisioni mirate. Si calcola che a oggi Israele abbia realizzato 234 targeted killing. “Queste uccisioni funzionano”, scrive Byman nel libro. “Hanno costretto i leader sopravvissuti a vivere nascondendosi”. Neè un esempio il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che vive in un bunker in Libano e che è riapparso pochi giorni fa dopo due anni di clandestinità. Durante l’intifada Yaalon, allora capo di stato maggiore, andava in giro con il “taccuino”. Conteneva da 300 a 1.000 nomi di terroristi da eliminare, segnati con colori diversi a seconda della pericolosità: rosso, nero e verde. Ogni terrorista eliminato veniva cancellato da Yaalon con una “X”. Il libro racconta i modi usati per eliminare i terroristi, compreso un modellino della moschea di al Aqsa a Gerusalemme imbottita di esplosivo. “E’ un dilemma”, ha detto il generale Amos Yadlin. “Un terrorista sta per uccidere venti persone in un ristorante. Se facciamo saltare in aria la sua macchina, tre innocenti moriranno. Come lo giustifichiamo?”. Qui è intervenuto Reisner con le condizioni per le uccisioni: che l’arresto sia impraticabile, che gli obiettivi siano combattenti, che il governo approvi l’operazione e che ci siano poche vittime civili. Gli obiettivi sono noti come “bombe a orologeria”. Ehud Barak, attuale ministro della Difesa, nel 1973 a Beirut uccise di suo pugno tre terroristi che avevano preso parte alla strage di Monaco nel ’72. Barak ha anche diretto le unità “Cherry” e “Samson”: soldati travestiti da arabi che si infiltrano per uccidere terroristi. Nel libro parla Rami Gershon, fondatore di una di queste unità, la Dudevan: “Il nostro lavoro è liquidare. Se non liquido, un bus esploderà e allora diciassette bambini saranno liquidati”. Nel libro si spiega che Israele ha annullato metà delle operazioni per il rischio di un alto numero di vittime civili. Una volta c’era la possibilità di eliminare in un colpo il “dream team”: Ismail Haniyeh, Mohammed Deif e Yassin. Ma visto l’alto numero di bambini presenti sulla scena, l’esercito lasciò perdere. Si è fissato a 3,14 il numero “accettabile” di vittime civili per ogni terrorista. Giovedì, a Gaza, l’esercito ne ha lasciata a terra soltanto una. Un bilancio tutto sommato positivo per i duri standard dell’antiterrorismo israeliano. Per inviare al Foglio la propria opinione, cliccare sulla e-mail sottostante lettere@ilfoglio.it |
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