guerra all'italico declino
FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE
venerdì 13 gennaio 2012
Sto con i Marines
La guerra non ha nulla di Umano e nessuna convenzione Legale o Umanitaria può porvi rimedio. Ecludo ogni forma di Buonismo o di civilizzazione della Guerra. Contestando che la "vera Arte della Guerra" sia di condurre il conflitto in modo "ingegnoso" evitando troppo spargimento di sangue. La "SALITA AGLI ESTREMI" è intrinseca nella GUERRA. La Moderazione della GUERRA è incorrere in un ASSURDITA'. Chi si serve di una violenza senza riguardi senza risparmio di sangue acquista necessariamente una superiorità se il nemico non fa altrettanto.- VON CLAUSEWITZ
giovedì 12 gennaio 2012
Vicini di casa da cui guardarsi...
Riportiamo da LABUSSOLAQUOTIDIANA.IT l'articolo di Valentina Colombo dal titolo " Hamas aizza l'antisemitismo tunisino ".
Valentina Colombo, Ismail Haniyeh, capo di Hamas
“Uccidere gli ebrei è un dovere”. “Cacciare gli ebrei è un dovere”. Questi gli slogan principali che hanno accolto l’arrivo di Ismail Haniyeh, primo ministro dell'Autorità Nazionale Palestinese dopo le elezioni vinte dal suo movimento Hamas il 25 gennaio 2006, all’aeroporto di Cartagine lo scorso 5 gennaio. Tunisi è l’ennesima tappa di un tour che lo ha già portato in Egitto, Sudan e Turchia. La visita di Haniyeh non stupisce, considerato che Hamas è la filiale palestinese del movimento dei Fratelli musulmani.
Stupisce invece il tono delle frasi pronunciate, in un paese in cui la presenza ebraica è attestata sin dal II secolo dopo Cristo. In un paese che vanta anche una persona come Khaled Abd al-Wahhab che ha nascosto, e protetto dai nazisti, per quattro mesi nel 1943 due famiglie ebraiche nella propria fattoria a Mahdia. Chiunque abbia visto il film di Ferid Boughedir Un’estate alla Goulette ha appreso che nel 1967, alla Goulette, il quartiere di Tunisi ce si affaccia sul porto della città, convivevano cristiani, ebrei e musulmani. Stupisce quindi il riferimento alla cacciata e all’uccisione degli ebrei da parte dei manifestanti che dimostra una perfetta scollatura dalla memoria storica a favore della ideologia che vuole confondere ebrei e Israele. Gilles-Jacob Lellouche, membro della comunità ebraica tunisina e fondatore dell’associazione culturale “Dar Edhekra” ha giustamente sottolineato che quel che più lo fa soffrire è “il silenzio assordante della classe pubblica riguardo questa deriva razzista”.
Di fatto Rached al-Ghannouchi, leader del partito El Nahdha, ovvero il movimento politico tunisino legato ai Fratelli musulmani oggi al potere, ha emesso un comunicato in cui dichiara che “i cittadini ebrei vivono in pace nella loro terra Tunisia da molti secoli e che gli ebrei in Tunisia sono cittadini a tutti gli effetti, con diritti e doveri come tutti gli altri cittadini. […] il movimento El Nahdha disapprova gli slogan che non emanano dallo spirito dell’islam né dai suoi insegnamenti, ritiene che questi slogan appartengano a una fronda marginale che si è unita al movimento El Nahdha e si è mescolata ai propri attivisti”.
Sarebbe rassicurante potere credere a queste parole. Ma purtroppo ci sono dei dati oggettivi che fanno sorgere enormi dubbi sulla sincerità di queste dichiarazioni. Ebbene Haniyeh è leader di Hamas, ufficialmente legato ai Fratelli musulmani, al-Ghannouchi è leader di El-Nahdha, movimento anch’esso ufficialmente legato ai Fratelli musulmani. Lo Statuto di Hamas all’articolo 6 recita: “Il Movimento di Resistenza Islamico è un movimento palestinese unico. Offre la sua lealtà ad Allah, deriva dall’islam il suo stile di vita, e si sforza di innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina. All’ombra dell’islam, è possibile per i seguaci di tutte le religioni coesistere nella sicurezza: sicurezza per le loro vite, le loro proprietà e i loro diritti. È quando l’islam è assente che nasce il disordine, che l’oppressione e la distruzione si scatenano, e che infuriano guerre e battaglie” e all’articolo 7 ribadisce: “Il Movimento di Resistenza Islamico è uno degli anelli della catena del jihad nella sua lotta contro l’invasione sionista. È legato all’anello rappresentata dal martire ‘Izz-Id-Din al-Qassam e dai suoi fratelli nel combattimento, i Fratelli Musulmani del 1936 [che continuarono la lotta dopo che al-Qassam fu ucciso nel 1935]. E la catena continua per collegarsi a un altro anello, il jihad degli sforzi dei Fratelli Musulmani nella guerra del 1948, nonché le operazioni di jihad dei Fratelli Musulmani nel 1968 e oltre.
Benché gli anelli siano distanti l’uno dall’altro, e molti ostacoli siano stati posti di fronte ai combattenti da coloro che si muovono agli ordini del sionismo così da rendere talora impossibile il perseguimento del jihad, il Movimento di Resistenza Islamico ha sempre cercato di corrispondere alle promesse di Allah, senza chiedersi quanto tempo ci sarebbe voluto. Il Profeta – le preghiere e la pace di Allah siano con Lui – dichiarò: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo; ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei.” In questa direzione si muovono le dichiarazioni di Haniyeh durante la visita a Tunisi. Il leader di Hamas ha non solo ribadito che Hamas non riconoscerà Israele, che “Israele non ha più alleati in Egitto e in Tunisia”, ma ha anche ricordato che si tratta di una questione “religiosa”.
Ne consegue che o Haniyeh/Hamas mente o Ghannouchi/El Nahdha mente. Il loro denominatore comune rimane comunque il movimento dei Fratelli musulmani. Nel 2007 l’intellettuale yemenita Elham Manea scriveva: “La notizia, che avevo letto in una e-mail, era che il sito Awladuna (I nostri figli) per bambini del movimento dei Fratelli musulmani egiziani aveva dedicato alcune pagine per instillare l’odio nei confronti degli ebrei nei cuori dei ragazzi. Non ci credevo perché i Fratelli musulmani continuano a ripetere che non odiano nessuno e che secondo la loro interpretazione la religione islamica è una religione di pace, che non hanno alcun problema né con gli ebrei né con la religione ebraica, bensì con lo stato di Israele e le sue azioni repressive contro il popolo palestinese”. Proprio come nel comunicato di El Nahdha. Ma la Manea proseguiva con un mea culpa ben preciso: “Tuttavia la questione non si conclude sulla soglia del pensiero religioso politico, ma sfocia nella nostra convinzione di essere in perenne lotta con gli ebrei. Diventa un odio velato che risiede nel nostro inconscio. Che esiste. Che sarà difficile negare, che sarà difficile negare perché in molte delle nostre società la parola “ebreo” è un’ingiuria”.
Quindi ha ragione, ed è onesto, Haniyeh quando afferma che “sostenere la Palestina è un obbligo religioso e nazionale”, quindi che si tratta di una questione politica e religiosa al contempo, mentre mente, o tace la verità, al-Ghannouchi. D’altronde se non condividesse le idee del leader di Hamas perché avrebbe invitato lui e non Abu Mazen? Se così non fosse perché Abu Mazen avrebbe rifiutato l’invito tardivo del governo tunisino a partecipare ai festeggiamenti della rivoluzione? Ancora una volta i fatti contano molto più delle parole, pronunciate o meno, e farebbero bene i governi occidentali ad aprire gli occhi prima che sia troppo tardi.
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
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Storia di un bimbo siriano
Badr ha perso il fratello, la scorsa settimana. Se l’è ritrovato in una borsa, di fronte a casa sua. Quello che rimaneva di lui. Il suo corpo era stato fatto a pezzetti. Lo ha riconosciuto grazie al braccialetto. C’era scritto “Best”. L’altro braccialetto, con scritto “Brother”, è al suo polso. Gliel’ha regalato il giorno del suo ottavo compleanno.
“Perché?”, si chiede Badr. “Perché hanno ucciso il mio fratellone? Perché voleva la libertà?”.
Poi è toccato al padre. Due giorni dopo. Militari hanno bussato alla porta della sua abitazione. Badr si nascondeva, aveva paura. Era buio, non vedeva nulla. Riusciva solo a sentire i soldati che gli stavano distruggendo casa. Sono andati dal padre e gli hanno urlato: “Vuoi la libertà?”. E lui, fiero, ha risposto: “Sì, voglio la libertà”. Allora gli hanno sparato. Badr li sentiva ridere. “Non riuscivo a respirare”, scrive . “Non ci meritiamo tutti la libertà?”.
La Siria è meno lontana di quanto non si voglia credere.
Ciao Badr.
FONTE:http://www.river-blog.com/2012/01/08/siria-storia-di-un-bambino/
giovedì 5 gennaio 2012
mercoledì 4 gennaio 2012
Obama dovrebbe esserne fiero :Yes we can... fare danni!
Riportiamo dall'OPINIONE di oggi, 04/01/2012, a pag. 6, l'articolo di Stefano Magni dal titolo " Egitto e Israele pace a rischio ".
Stefano Magni, Anwar Sadat, Menachem Begin
Terza e ultima tornata elettorale per il Parlamento dell’Egitto. I Fratelli Musulmani sono ancora i grandi favoriti, con il loro partito Libertà e Giustizia. E ne approfittano per buttare la maschera: vogliono gettare alle ortiche il trattato di pace con Israele.
Quasi l’unico (assieme a quello con la Giordania) accordo permanente che ha impedito lo scoppio di nuove guerre in Medio Oriente. Lo ha chiarito il leader della Confraternita, Rashad Bayoumy, in un’intervista al quotidiano pan-arabo al-Hayat. “Riconoscere Israele è una precondizione per governare? – chiede Bayoumy ponendosi una domanda retorica - Questo non è possibile, le circostanze non hanno importanza. Non riconosciamo Israele per niente. E’ un nemico criminale occupante”.
Bayoumy, numero due dei Fratelli Musulmani, ha quindi sottolineato che nessun esponente della Confraternita si siederà mai allo stesso tavolo con un israeliano. “Non permetterò a me stesso di sedermi con un criminale. Non faremo mai accordi con loro”. Chiaro no? Quanto al trattato di pace, i Fratelli Musulmani non hanno intenzione di abolirlo subito dopo la loro (ormai pressoché inevitabile) vittoria.
Hanno voglia di “lasciarlo abolire” dal popolo. Con un referendum popolare, che darà sicuramente la vittoria alla causa della sua abolizione. Sarebbe un risultato scontato, considerando che, nelle prime due tornate elettorali il partito Libertà e Giustizia ha ottenuto circa il 40% dei voti, che il secondo partito è l’ultra-fondamentalista Al Nour (che non fa mistero di voler stracciare il trattato) e che persino fra le minoranze laiche la causa anti-sionista è prevalente. Lo dimostra l’intervista al leader del Wafd, partito “liberale”, densa di concetti decisamente anti-sionisti e anche anti-semiti, fra cui le teorie cospirative, la negazione dell’Olocausto e una fantasiosa idea archeologica sul fatto che il Tempio di Gerusalemme non sia mai esistito.
Un referendum sul trattato di pace segnerebbe, una volta per tutte, la fine delle relazioni di pace armata fra l’Egitto (la più grande nazione araba) e Israele (il più potente esercito del Medio Oriente), spianando la strada a scenari che possiamo ben immaginare. Gli accordi di Camp David del 1978, mediati dall’ex presidente Usa Jimmy Carter, diverrebbero solo un pallido ricordo del passato. L’amministrazione democratica di Barack Obama, discendente diretta di quella di Carter, potrebbe solo mangiarsi le mani. Considerando soprattutto che i Democratici americani hanno apertamente dichiarato il loro sostegno ai Fratelli Musulmani e hanno addirittura contribuito alla loro vittoria con preziose consulenze politiche.
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diaconale@opinione.it
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Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Novità sulla primavera araba
l'emiro del Qatar, a destra, Mahdi al-Harati
Cari amici,
è proprio vero che una storia vale più di mille discorsi teorici. Sentite questa. E' la storia che il numero due dei ribelli libici Mahdi al-Harati ha raccontato a un giornalista spagnolo della testata ABC: "Sono stato ferito sulla Mavi Marmara e ho passato nove giorni in una prigione israeliana." (http://www.nationalreview.com/corner/286729/libyan-rebel-commander-i-was-imavi-marmarai-john-rosenthal) Che strana combinazione, eh? Harati è il vice dell'attuale capo del concilio militare di Tripoli, Abdul-Hakim Belhadj, di cui si sono individuati importanti legami con Al Queida, e documentati rapporti telefonici con gli attentatori di Madrid nel 2004.
Tre anni fa, ufficialmente in esilio in Irlanda, Harati faceva parte dei mercenari assoldati dall'organizzazione pacifista IHH, a sua volta appoggiata e finanziata dal governo Erdogan e iscritta da diversi governi europei nella lista delle organizzazioni terroriste già da prima dell'episodio della flottiglia, per andare a scontrarsi con i soldati israeliani o aprire la strada al libero traffico d'armi per Hamas. Non era uno spettatore passivo, un giornalista o un idealista in gita; se fu ferito faceva parte certamente di quei duecento organizzati militarmente che si armarono di spranghe e coltelli e condussero una battaglia con i marinai israeliani.
E sapete dov'è ora il bravo Mahdi al-Harati ? In Siria, "ad aiutare i fratelli rivoluzionari siriani" dove si parla con insistenza della presenza di Al Qaeda, dove agiscono anche i turchi e da dove Hamas sta cercando di andarsene. Libia, Siria, Turchia, Hamas, Al Qaeda, che bel nodo! Una vera e propria brigata internazionale islamica, che dice molte cose sulla verità della "primavera araba".
E a proposito dello spostamento di Hamas, sapete dove si dice che sarà trasferito il quartier generale del gruppo terrorista, attualmente in Siria? In Giordania, che pure qualche anno fa ha tolto la cittadinanza al suo leader Meshaal. La ragione è che il Qatar avrebbe offerto milioni di dollari in cash e gas naturale alla Giordania per accettare. Naturalmente la Giordania ha smentito che le sia stata fatta l'offerta, ma non la sua disponibilità ad accettarla. (http://www.nationalreview.com/corner/286729/libyan-rebel-commander-i-was-imavi-marmarai-john-rosenthal). L'emiro del Qatar, per chi non lo sapesse, è anche il proprietario e ospita la sede di Al Jazeera, l'emittente che assai più di Twitter e Facebook è stato il vero mezzo di comunicazione della "primavera araba". Il Qatar ha partecipato militarmente alla rivolta libica (http://www.guardian.co.uk/world/2011/oct/26/qatar-troops-libya-rebels-support) e ha cercato poi di "comprarsela" con generosi finanziamenti (http://www.guardian.co.uk/world/2011/oct/04/qatar-interfering-libya). Ed è anche il primo stato in cui i talibani afgani hanno aperto (proprio ieri) una loro "ambasciata" (http://www.nationalreview.com/corner/286729/libyan-rebel-commander-i-was-imavi-marmarai-john-rosenthal). Un altro nodo interessante, non vi pare? Dice qualcosa sulla "primavera araba" che i più sofisticati teorici del "desiderio di libertà dei popoli" non raccontano. A pensar male si fa peccato, come diceva Andreotti, ma spesso ci si acchiappa...
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