guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

giovedì 28 ottobre 2010

Londra:Keynes?!..E chi è?!

Un vecchio adagio keynesiano dice che tagliare la spesa pubblica in un momento di ristagno del ciclo è un grave errore, perché deprime la domanda e rallenta ulteriormente le attività economiche. E’ la via seguita da mister Obama, e tutto fa pensare gli costerà cara alle elezioni del Midterm. E’ la via che esagitati alla Paul Krugman vorrebbero seguire ancor più di quanto non sia avvenuto in America. Ed è la via che in Italia è sempre andata per la maggiore, con la differenza che noi l’abbiamo applicata sia negli anni di recessione sia negli anni di crescita.
Cioè praticamente sempre, visto che nell’intera serie storica dell’Italia repubblicana in tre soli anni è avvenuta una diminuzione della spesa pubblica in termini reali. Senonché, la buona notizia per i liberisti-mercatisti impenitenti come chi qui scrive, è che finalmente abbiamo le prove che il vecchio adagio keynesiano non vale più. Non ho detto che non vale mai, perché sarebbe una sciocchezza ideologica e grazie al cielo qui abbiamo tanti difetti ma dell’ideologia cerchiamo di fare a meno. Diciamo che l’evidenza di una riclassificazione degli episodi di crisi degli ultimi decenni nei paesi avanzati – curata per esempio da economisti come Alberto Alesina – nonché andamenti in corso oggi in alcuni Paesi, provano finalmente in maniera chiara che è una solenne sciocchezza, non tagliare il deficit pubblico quando le cose vanno male. Ad alcune condizioni.
Nei Paesi ad alto deficit e debito pubblico, e in quelli ad alta intermediazione pubblica del reddito nazionale cioè ad alta spesa pubblica e pressione fiscale, quando l’economia va male un taglio energico alla spesa pubblica non produce effetti depressivi, ma tonificanti. A patto che sussistano almeno tre condizioni aggiuntive. La prima è che l’economia privata abbia una buona componente orientata all’export di beni e servizi. La seconda è che i tagli siano – cioè appaiano agli operatori economici – come duraturi. La terza è che i contribuenti non sentano puzza di ipocrisia da parte della politica, non pensino cioè che quel che all’inizio si presenta come taglio diventerà domani aumento delle tasse.
A onor del vero, per essere corretti sino in fondo bisogna dire che questa conclusione non smentisce solo Keynes, ma anche un fondamento della teoria detta delle aspettative razionali, e cioè il principio di equivalenza ricardiana (anzi equivalenza Ricardo-Barro, per gli addetti) per il quale la scelta della politica di finanziare la spesa attraverso il debito o le tasse non avrebbe effetti sul livello della domanda.
Qual è l’ultima conferma evidente che impugnare la scure contro il leviatano pubblico è un bene? Viene dal Regno Unito. Dopo un’ottima crescita dell’1,2% del Pil nel secondo trimestre 2010, i più si aspettavano una frenata drastica nel terzo, in considerazione dei tagli energici alla spesa pubblica che tutti immaginavano sarebbero stati varati dal governo guidato da David Cameron. Al contrario, nel terzo trimestre la crescita si è rivelata più che doppia delle attese, dello 0,8%. Il ritmo superiore al 2% annuo in due trimestri consecutivi e del 2,8% sull’anno precedente è il migliore del Regno Unito da 10 anni a questa parte. Eppure, il governo Cameron ha varato la più dura manovra taglia deficit dell’intero dopoguerra britannico. Con il deficit pubblico che scenderà dall’11% di Pil quest’anno al 2%, entro soli 4 anni: ben 94 miliardi di euro di tagli alla spesa, 32 miliardi di nuove entrate. In media, ogni ministero subisce un taglio del 19%, ma la logica non è quella lineare adottata in Italia. Il governo Cameron sceglie le sue priorità. Dunque non è vero che le riduzioni in termini reali di spesa pubblica non si possono fare. Non è vero che, facendole, non si debba scegliere che cosa tagliare tantissimo e che cosa tagliare comunque, ma meno o anche per nulla.  L’età pensionabile viene innalzata di 2 anni da 64 a 66 a cominciare dal 2020, cioè 6 anni prima di quanto previsto, e 30 miliardi di pounds sono riservati a un piano straordinario per le infrastrutture , soprattutto ferroviarie. Ben 490 mila dipendenti pubblici usciranno dal perimetro degli occupati pagati dal contribuente britannico. Ci pensate, a qualcosa di simile in Italia? Non c’è solo la Germania, a indicare la via della crescita nel rigore attraverso l’alta produttività della manifattura e dell’export. Il segnale che viene da Londra è di grande speranza. Debiti pubblici galoppanti e banche centrali che li monetizzano sono un mix disastroso, che alla lunga malgrado le illusioni stataliste porta alla sconfitta politica, oltre che alla stagnazione economica.
Oscar GIANNINO

L’urticante Marchionne


Le parole di Sergio Marchionne, circa la miseranda condizione competitiva dell’Italia, possono essere sezionate, valutate, lette alla luce delle tante volte in cui i contribuenti hanno salvato la Fiat, annacquate, temute o occultate, ma hanno una urticante caratteristica: sono vere. Le reazioni della politica sono altezzose o pensose, con il balletto del partito preso già in tutù (Fini già volteggia e gli manca solo il pugno chiuso), ma hanno una cosa in comune: fanno finta di non capire che è in gioco la sorte degli stabilimenti Fiat in Italia. Mica solo Termini Imerese, già avviato alla chiusura, ma direttamente Mirafiori.
A Marchionne si può rispondere che i bilanci della Fiat andrebbero meglio non solo senza l’Italia, ma anche senza tutta quanta la produzione di autovetture in Europa, visto che i conti produttivi sorridono a parlare di trattori, camion e macchine brasiliane. Come si può rispondere che se egli ha trovato un’azienda mal messa, ma grande abbastanza da potere avere un ruolo nel mondo, lo deve al fatto che gli italiani si sono tassati, per decenni, in modo da reggerla in piedi. E non c’entrano i prestiti restituiti, perché quelli sono convissuti con una lunghissima storia di superbolli contro il diesel (quando la Fiat non ne produceva) e rottamazioni. Rispondere in questo modo serve a ripassare la storia, ma è del tutto inutile nel presente.
Per capire il problema mi servirò di un rimprovero mosso, a Marchionne, dai sindacati, secondo cui egli si sarebbe dimenticato di essere a capo di una “multinazionale italiana”. Peccato che le multinazionali sono soggetti che vivono nel mondo globale e parlano l’unica lingua accettata dai mercati: produttività e redditività. Ingiusto, capitalistico, spietato? Non direi, visto che l’alternativa sarebbe il capitalismo nostrano, fatto di sovvenzioni e agevolazioni, ovvero esattamente quello che si pretende di rimproverare a Marchionne. E il cielo ce ne protegga. Essendo questo il quadro, l’osservazione dell’uomo con il maglioncino è pertinente: cari italiani, siete fuori dal mondo. Una constatazione che sottoscrivo.
Salvo il fatto che, proprio partendo da quel presupposto, scrissi di quanto surreale fosse il referendum fatto fra i lavoratori di Pomigliano, dai quali si è preteso esprimessero un’opinione sulle conseguenze della globalizzazione. Come se Pomigliano fosse extraterritoriale, come se quegli accordi potessero rimanere confinanti dentro uno stabilimento. Era così evidente, l’insensatezza di una tale tesi, che poche settimane dopo gli imprenditori metalmeccanici hanno disdetto l’accordo firmato con i sindacati, giusto per non far fare a Marchionne la figura dell’unico in grado di ragionare e far di conto. Da quel referendum si dipartono molti errori, perché da una parte spacca definitivamente il sindacato, cancellando anche il moderatismo di Guglielmo Epifani e consegnando la Cgil alla Fiom, dall’altra cancella la sinistra, che va biascicando sciocchezze sul fatto che si trattava di un referendum aziendale, nel cui merito non si entra per rispetto dei lavoratori (ma va là!), così rinunciando al proprio ruolo politico di sintesi e proposizione.
Anche il governo resta con il cerino in mano, perché il fatto che Marchionne rilanci ad ogni passaggio successivo, qualche volta in modo ricercatamente provocatorio e sempre con un linguaggio ruvido, finisce col togliere forza all’asse costruito con gli altri due sindacati, e segnatamente la Cisl. Se non si hanno elementi per pesare sulle decisioni di Fiat ci si rassegna al fatto che saranno le politiche di Fiat a pesare sull’Italia, quindi sul suo governo. Guai, però, a dimenticare lo scenario complessivo, che spiega molte cose: Marchionne lavora su un orizzonte globale, il nostro dibattito politico si sviluppa come se ce ne potessimo stare fuori dal mondo. Il punto, pertanto, non è stabilire se si parteggia o si osteggiano le parole del manager, ma quali altre si vorrebbero usare per raccontare la storia di un’Italia che esce dall’incubo di una lunga e progressiva perdita di competitività (come documentano le serie storiche e come ha sottolineato lo stesso Silvio Berlusconi, in quel momento impegnato a parlare del costo dell’energia).
Non si tratta, allora, d’imbrigliare l’italo-canadese, né di mandarlo a quel paese (che si chiama mondo), ma di dire a noi stessi che il verbo dei cambiamenti strutturali non può essere coniugato al futuro, che si è già in ritardo se lo si coniuga al presente. Se continuiamo a raccontarci la favola dei diritti acquisiti e della precarietà da eliminare, siamo fregati. Se pensiamo ancora alle fabbriche come produttrici d’occupazione, e non di beni da vendere, le chiuderemo una a una. Se all’impresa chiediamo di risolvere problemi sociali passa in cavalleria il gran ritardo di ricerca, sviluppo e innovazione. Insomma, se non ci decidiamo a tornare sulla terra del presente faremo la fine dei palloncini che prima volano, poi s’ammosciano e infine cadono. Sicché, al netto di tutte le risposte puntute che a Marchionne possono essere date, il fatto che ci sia chi certe cose le dice a brutto muso (e nel salottino bene del politicamente corretto) non è un male.

sabato 23 ottobre 2010

A calci in culo ti mando fuori dall' Italia


Cacciamo dall’Italia chi brucia il tricolore
di Marcello Veneziani

Ho davanti agli occhi l'immagine di quel napoletano di Terzigno che usa il tricolore per insultare i poliziotti e poi lo brucia davanti alle telecamere della Rai. Mi vergogno per lui, da meridionale e da italiano; anzi mi vergogno di lui, e di coloro che fanno banda con lui. Preferiscono bruciare l'Italia più che i rifiuti? Meritano di vivere nei rifiuti più che in Italia. Hanno scelto di incenerire la loro nazionalità, anziché l'immondizia. Se esiste l'espulsione degli immigrati clandestini, dovrebbe esistere anche l'espulsione degli italiani che offendono il proprio Paese. Sulla loro carta d'identità alla voce nazionalità, togliete italiana e metteteci: immondizia. Meritano di essere rappresentati dall'immondizia.Finita la risposta emotiva dettata da quelle immagini, lascio da parte la bestialità omeopatica e rifletto. È gente che vive male, immersa nel brutto e nella miseria, dovete capire. È gente che nessuno ha educato e raddrizzato, gente che ha perso la vecchia fede un po' superstiziosa in Dio e nel timor di Dio, nella Madonna e in San Gennaro, nello Stato e nella patria, senza aver guadagnato nel frattempo il senso civico e il rispetto delle norme. Bruciano il tricolore perché l'hanno visto fare, è il linguaggio senza parole della tv; bruciano il tricolore perché danno ancora qualche importanza a quel simbolo, c'è tanta gente che non lo farebbe solo perché non lo prende più in considerazione, per costoro è solo uno straccio retorico del passato. In fondo questo denota che seppur polemicamente i bruciatori di tricolore si sentono ancora italiani, si percepiscono anzi traditi dalla loro madre patria, sono figli delusi e abbandonati... E c'è sempre l'alibi che dell'Italia sono sempre lorsignori, i padroni e i potenti, ad abusarne con il malaffare e il malgoverno; e lorsignori, agli occhi della plebe napoletana, sono globali e transnazionali, sono padani o single, mica sono volgarmente italiani. L'Italia resta la barca dei poveracci che non hanno altre identità da sbandierare. Signor Governo proceda con le compensazioni per i terreni, li risarcisca, so' muort e' fame. Sì, sono ragioni anche queste, ma non mi convincono del tutto. Possono funzionare da attenuanti, ma non assolvono. Spiegano ma non giustificano. Questa gente accetta di vivere nel letame, in mezzo alla delinquenza, a rischio di furti, malattie e sparatorie in piazza, ma poi diventa salutista con la discarica. E poi, vedendo quelle immagini di scontri mi sono ricordato del film Benvenuti al sud che spopola nelle sale cinematografiche: c'è una scena divertente in cui un intero paese di corregionali di Terzigno imbastisce una sceneggiata caricaturale del sud, fatta di violenza, scippi e guapparia, per prendere in giro una signora padana prigioniera dei luoghi comuni antiterronici. Ci siamo divertiti al cinema pensando alla finzione grottesca e alla simpatia terrona; ma ora vedendo quelle scene dei telegiornali, mi pare che la realtà abbia confermato e superato la caricatura. A volte, il sud sa essere perfino peggio di come viene presentato nei film comici o nelle rappresentazioni padane. O meglio, più che il sud, alcune sue parti.E allora torno a dire che mi vergogno di loro. Hanno bruciato la stessa bandiera che ha avvolto pochi giorni fa quattro ragazzi uccisi in Afganistan. Per quella bandiera, migliaia di italiani hanno dato la vita lungo un paio di secoli, e milioni d'italiani, emigrati o rimasti in patria, l'hanno onorata con sobrietà, facendo il loro dovere e lavorando onestamente. Prendersela poi con i poliziotti che si guadagnano il pane e difendono la legge è una carognata; sono figli del popolo anche loro, ricordava Pasolini ai contestatori figli di papà.

Quanto c'è in quel gesto incendiario di disprezzo accumulato verso l'Italia in questi ultimi anni? Parlo di un disprezzo a strati: il più vicino e più vistoso è lo strato dei lazzaroni meridionali che coltivano la polemica antitaliana e antirisorgimentale, mescolando motivazioni sacrosante ad alibi lagnosi o malavitosi. Lo strato seguente di disprezzo antitaliano è il cattivo esempio di alcuni settori nordisti e leghisti, quel rifiuto dell'Italia nel nome della Padania che diventa modello rovesciato anche per il sud. Ma c'è anche uno strato più antico che si vuol dimenticare: è il disprezzo antitaliano coltivato da chi confondeva italianità con fascismo, amor patrio con nazionalismo, identità nazionale con militarismo, dico quella sinistra internazionalista, operaista e snob che detestava le patrie, ieri nel nome del comunismo, preferendo le bandiere rosse alle tricolori; e che oggi le detesta in modo soft nel nome della globalizzazione. Tutti questi strati di disprezzo antitaliano alla fine vengono avvolti nel velo di disgusto di quanti considerano l'amor d'Italia e il tricolore un segno di provincialismo e di necrofilia. In questa piramide, le plebi napoletane contro l'Italia sono nel seminterrato, ad altezza di cassonetto; e forse per questo meritano più degli altri una mezza attenuante.Comunque viva l'Italia, al rogo l'immondizia.

Insignificanti distrazioni..


L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti…"
Noam Chomsky

venerdì 22 ottobre 2010

19 Ottobre 2010

Negli ultimi mesi, com'è noto, i rapporti tra Israele e la Turchia hanno subito un precipitoso deterioramento. I dissapori tra i due principali interlocutori di Washington sono stati il risultato del sanguinoso assalto alla nave Marmara dello scorso maggio, l'imbarcazione "pacifista" abbordata dalle teste di cuoio isrealiane, che ha fatto 9 vittime fra i turchi. A nulla sono valse le perplessità statunitensi verso il cambio di rotta fra le cancellerie di Ankara e Tel Aviv, la cui relazione sembra destinata ad un finale affatto pacifico. La Turchia, potenza in grande crescita, va contenuta, e allora il governo israeliano si sta dando da fare per stringere e approfondire i suoi legami con la Grecia, avversario storico di Ankara.

Il premier greco Papandreou sarebbe stato il primo a lanciare l'esca, stabilendo una serie di contatti con israeliani e amici dello stato ebraico, uomini d'affari, politici e ambienti dell'intelligence interessati a sviluppare uno scenario del genere. Papandreou, insomma, vorrebbe fare della Grecia il nuovo bastione della Nato nei Balcani e in Europa meridionale, un Paese cristiano pronto a prendere il posto dell'esercito turco. Le forze armate israeliane e greche negli ultimi tempi hanno svolto delle esercitazioni militari comuni e i cieli di Grecia offrono ampi orizzonti per l'aviazione di Gerusalemme. La grave crisi finanziaria di Atene ha bisogno dei floridi mercati di Gerusalemme: esportare gas in Europa è una delle ipotesi se il legame dovesse rinsaldarsi. Senza contare che la Grecia per gli israeliani può essere un canale di comunicazione in più con Bruxelles.

Questa realtà non farebbe altro che spingere la Turchia sulla strada di quel "neo-ottomanesimo" già enunciato dal ministro degli esteri del governo Erdogan: espansione nei Balcani, ingresso in Europa messo sotto formalina, nuove trattative e accordi col mondo arabo meno disposto a trattare con Israele. Eppure lo stretto legame economico e militare che per anni aveva unito turchi e israeliani aveva prodotto una interdipendenza che per entrambe i Paesi sarà difficile rimpiazzare. Ankara si era dimostrata un buon alleato, nella compravendita di armi o nel portare ambasce a Siria e Iran. E’ certo, comunque, che i sottili equilibri del Mediterraneo e del Vicino Oriente stanno cambiando. Per quanto la Turchia abbia rappresentato uno snodo centrale della strategia israeliana, la Grecia potrebbe offrire ampie e insondate prospettive geopolitiche per lo stato ebraico. Forse non tutti i mali vengono per nuocere.

Come tagliare il deficit del 9% di Pil: a Londra però Stampa E-mail
Scritto da Oscar Giannino
giovedì 21 ottobre 2010
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C’è di che riflettere, per i tanti politici italiani che da due anni a questa parte ripetono che tutto sommato ce la passiamo molto meglio dei Paesi anglosassoni, le cui banche all’aria hanno fatto esplodere il debito pubblico. E’ verissimo.

Ma da Londra è venuta una risposta di segno opposto allo statalismo krugmanista che continua a dominare l’America di Obama, vedremo con quale frenata elettorale nelle ormai vicine elezioni del Midterm. La manovra finanziaria varata ieri dal governo Cameron ha un solo aggettivo per essere compresa: epocale. Come abbattere il defit pubblico dall’11% di Pil quest’anno al 2%, entro soli 4 anni. La più grande correzione di finanza pubblica britannica dal secondo dopoguerra, per intensità e concentrazione temporale superiore addirittura per molti versi alla svolta thatcheriana: ben 94 miliardi di euro di tagli alla spesa, 32 miliardi di nuove entrate. In media, ogni ministero subisce un taglio del 19%, ma la logica non è quella lienare adottata in Italia. Il governo cameron sceglie le sue priorità. Le lezioni per l’Italia? Non è vero che le riduzioni in termini reali di spesa pubblica non si possono fare. Non è vero che, facendole, non si debba scegliere che cosa tagliare tantissimo e che cosa tagliare comunque, ma meno o anche per nulla.

Le spese per l’ambiente, ad esempio, e quelle per la cultura incassano i tagli maggiori, del 28%%. La difesa – di cui tanto si parla perché il Regno Unito resta pur sempre al quarta potenza militare mondiale – fanno strepitare i militari ma sono solo dell’8%. I tagli degli apparati ministeriali dell’Interno, della Giustizia e degli Esteri sono del 24%, ma della polizia solo il 16%. I tagli alle Autonomie sono solo del 7%, quelli alla Casa Reale del 14%. L’età pensionabile viene innalzata di 2 anni da 64 a 66 a cominciare dal 2020, cioè 6 anni prima di quanto previsto sino a ieri, ma 30 miliardi di pounds sono riservati a un piano straordinario per le infrastrutture, soprattutto ferroviarie.

C’è da imprarare anche quanto al metodo: a tutti i ministeri è stato riservatamente chiesto negli ultimi due mesi di preparare due bozze di tagli, uno pari al 25% e uno pari al 40% degli stanziamenti a legislazione invariata. Solo il ministero della Salute e quello allo Sviluppo erano esentati. Il risultato è stato non solo il coinviolgimento preventivo di ciascun ministro e del suo apparato nei tagli selettivi, ma soprattutto ha obbligato ciascuno di essi ad incorporare nelle aspettative un taglio che, alla fine, è stato inferiore a quanto il premier e il cancelliere dello Scacchiere aveva chiesto a ciascuno. L’esatto opposto di quanto di solito avviene in Italia, dove da decenni non c’è ministro che non tenti di sottrarsi con polemiche pubbliche in nome dell’eccezionalità del proprio portafoglio.

Quanto alle reazioni, Telegraph e Times hanno dato ampia eco alle prime valutazioni dell’Institute for Fiscal Studies, il più autorevole think tank undipendente britannico in materia di conti pubblici, secondo il quale la manovra è ancora insufficiente. Idem ha fatto il Wall Street Journal. Mentre persino il popolarissimo Sun, invece di cavalcare l’eslosione di malcontento e protesta che sarebbe avvenuta in Italia all’indomani, ha presentato ai suoi lettori la decisione con un secco titolo “Son dolori, ma ne vale la pena”. Ben 490 mila dipendenti pubblici usciranno dal perimetro degli occupati pagati dal contribuente britannico. Ci pensate, a qualcosa di simile in Italia?

Nell’Unione europea, il compromesso franco-tedesco appena celebrato sul nuovo patto di stabilità è di segno opposto, e come ho scritto su questo blog penso che le serie storiche mostrino con abbondanza di esempi che posso capire un patto non rigido, ma senza sanzioni automatiche non è credibile. Ci credo che Trichet punti i piedi, e che in Germania tutti i media abbiano sparato a zero contro la cancelliera Merkel, per aver dato il via libera al fronte lassista. Ma il segnale che viene da Londra è di grande speranza, per chi la pensa come noi ed è convinto che crescita e libertà si ottengano meglio con meno spesa pubblica e meno tasse. Finalmente qualcuno nel mondo anglosassone risolleva vigorosamente la bandiera dello Stato leggero, unica condizione perchè sia efficace con chi ha davvero meno del necessario invece di dispensare rendite a lobby di ogni tipo. E lo fa malgrado guidi un governo di coalizione coi Lib-Dems, non proprio una manica di liberisti. Cameron e il suo cancelliere Osborne mostrano che la soluzione Obama – debiti pubblici galoppanti e banche centrali che li monetizzano – è fatalmente destinata alla sconfitta politica, oltre che alla stagnazione economica.

Da:http://www.chicago-blog.it/

Sembra Blade Runner..è la realtà!



Lotta al terrorismo e strategie hi-tech
Con la "biometrica" gli americani mettono all'angolo i Talebani
Gabriele Cazzulini22 Ottobre 2010
Come disse una volta Mao, i ribelli sono come pesci che nuotano in un mare di uomini. Invisibili e dispersi: per debellare i Talebani in Afghanistan occorre una continua presenza sul territorio unita ad una serrata sorveglianza sull’intera popolazione. La potenza di fuoco delle armi, le grandi strategie militari, le alleanze politiche non sono più fattori discriminanti.
Per neutralizzare questa asimmetria sul piano militare, che sembra paradossale pensando alla potenza della macchina bellica degli occidentali, gli americani hanno messo in gioco il fattore tecnologico – che può veramente ribaltare la situazione perché la tecnologia è quanto di più irraggiungibile ci sia per i Talebani. Così in Afghanistan la Nato, d’intesa col governo di Kabul, ha iniziato ad utilizzare le tecniche biometriche nella prevenzione degli attentati, nel monitoraggio delle infiltrazioni talebane nella polizia e nelle forze armate, e in una sorveglianza più attendibile della popolazione nelle zone più critiche. In linea di massima, la biometrica è un insieme di tecniche per il riconoscimento dell’identità basate su caratteristiche comportamentali o fisiologiche.
Nel caso dell’Afghanistan, gli americani utilizzano il rilevamento dell’iride e delle impronte digitali. Il successo in Iraq, risale addirittura ai tempi dell’assedio di Fallujah del 2007, quando gli americani ricorsero alla biometrica per controllare ingressi e uscite dei civili e così individuare i ribelli. Il metodo è stato esportato in Afghanistan dal generale Petraeus. Ora è in corso un “tecno-censimento” degli abitanti delle aree a rischio. Il coordinamento è nelle mani della Biometric Task Force (Btf) istituita già nel 2004 presso il Pentagono. Per operare sul campo, la Btf ha inviato ai militari della Nato in Afghanistan un Biometric Automated Toolset (Bat). E’ un kit di dispositivi per il rilevamento dei dati e il loro invio nel server di raccolta. Il successo è innegabile: le prime postazioni per i controlli biometrici furono installate nell’area intorno all’aeroporto di Kabul. Il risultato fu una sensibile riduzione non solo degli attacchi terroristici, ma dei tentativi di attacco.
Nell’ottica della contro-guerriglia, questa è una vittoria indiscutibile. Tra Iraq e Afghanistan, nel solo 2009 grazie alla biometrica sono stati individuati e arrestati oltre quattrocento ricercati di primo piano. Anche politicamente è una strategia molto più sicura e mirata rispetto all’impiego della forza militare e della sua quota fissa di vittime civili, un effetto collaterale politicamente sgradevole. Per questo le truppe Nato stanno procedendo ad un censimento biometrico sempre più ampio della popolazione, così da creare una “terrorist watch list” basata su proprietà che non sono alterabili, come invece accade con liste basate soltanto sui nomi.
La guerra al terrorismo delinea un quadro sempre più hi-tech. I Droni aerei si muovono nei cieli dell’Afghanistan per intervenire sulle alture più impervie, le aree desertiche e i luoghi dove è più radicata la guerriglia talebana. Le telecamere fisse ad alta risoluzione che sorvegliano i centri più importanti iniziano ad essere dotate di scansione termica e infra-rossi per individuare ogni movimento sospetto. Infine il pattugliamento, finora il più esposto agli attacchi, si rafforza con la rilevazione biometrica per sradicare con massima efficacia gli elementi ostili – basta uno strumento grande come un iPod. Più che le armi, la tecnologia è la vera forza che può consentire all’Occidente di stroncare il terrorismo senza ricorrere ad altra violenza.

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