guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

sabato 12 novembre 2011

Oro alla patria? no grazie, ecco perché

Ma è davvero appropriato e giusto, chiedere che gli italiani mostrino il loro patriottismo correndo a sottoscrivere titoli del debito pubblico? L’appello lanciato da Giuliano Melani sul Corriere della sera ha fatto proseliti. E’ piaciuto alle grandi banche italiane, che hanno annunciato che rinunceranno alle commissioni sui titoli in occasione di un vero e proprio BTp Day. E’ è stata rilanciata da organi di stampa nel Nordest e molti presidenti di Unioni territoriali di Confindustria del Veneto hanno sottoscritto, tra il plauso di esponenti politici. Mi rendo conto che è assai scivoloso, rompere il coro pressoché unanime di consensi che si è levato in favore dell’iniziativa. Eppure penso sia giusto farlo.
Non per avanzare dubbi sul sincero desiderio dei suoi propugnatori, convinti di dimostrare così che l’Italia ha in sé forza e risorse per reggere alla crisi. Argomento anch’esso più che fondato, visto che l’Italia non è la Grecia e non rappresenta poco più del 2% del Pil dell’euroarea ma oltre il 13% (ma ha il 24% del debito pubblico), è il secondo Paese per valore aggiunto manifatturiero dopo la Germania, ha un export industriale che ancora in questo 2011 cresceva a doppia cifra prima della caduta del commercio mondiale fortissima nell’ultimo trimestre, e infine è dopo l’Australia il Paese più patrimonializzato in tutta l’area Ocse grazie alle virtù di risparmio e accumulazione dei suoi cittadini, e con la ricchezza netta anche meno iniquamente distribuita. Tuttavia proprio per questo penso che abbia ragione Vincenzo Boccia, il presidente della Piccola Impresa di Confindustria, che secondo me saggiamente ha gettato acqua fredda sull’entusiasmo dell’appello “risparmi alla patria”.
Poiché per professione faccio analisi di portafoglio da cui dedurre consigli all’investimento, non me la sento di dire una cosa ai risparmiatori che chiedono consulenza, e tutt’altra come giornalista. Al risparmiatore – a prescindere se disponga di elevato reddito e stock patrimoniale oppure meno – ricordo che in ogni caso gli impieghi del risparmio devono obbedire alla regole dell’equilibrio ragionevole tra rischio assunto e rendimento ricercato. E’ un criterio che riserva una quota più elevata di risparmi al maggior rischio in cambio di più elevato rendimento solo se si dispone di un certo patrimonio, e non si hanno necessità immediate di liquidare l’investimento per necessità di cassa o per acquisti straordinari. Ma in realtà è una regola che vale sempre e per per tutti.
Francamente, adottando questa regola non si può che avvisare il risparmiatore che, sottoscrivendo oggi un titolo di debito pubblico italiano che in tre mesi ha più che raddoppiato il suo spread sul pariscadenza, egli si espone in caso di liquidazione del titolo medesimo sul mercato secondario a un elevato rischio di perdita di capitale. Poiché se lo spread e il rendimento salgono ancora come sta capitando – ed è capitato ancora ieri dopo il voto a Montecitorio e la prospettiva di aumentata instabilità proiettata nel futuro – ovviamente il prezzo di realizzo diventa più basso rispetto al valore nominale, in quanto l’ acquirente subentrante si esporrà a un rischio maggiore in presenza di interessi più elevati.
Posso capire l’interesse delle maggiori banche italiane, visto che le prime cinque secondo il recente rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia a giugno scorso avevano un’esposizione verso lo Stato italiano per 173 miliardi di euro, pari al 63% di quella complessiva verso gli Stati sovrani. Per il bizzarro accordo europeo in materia bancaria sottoscritto all’ultimo Consiglio Europeo, le banche franco-tedesche non devono rafforzare il capitale obbligatorio per i titoli illiquidi Euro3 che detengono, mentre bisogna farlo per la carta pubblica in portafoglio, valutata secondo prezzi e rischi di mercato. Il che è come dire che le banche italiane vengono disincentivate a detenere titoli pubblici italiani, proprio mentre invece la Bce li acquista per sostenerli, a meno di aumentare le riserve di capitale tagliando gli impieghi a famiglie e imprese.
Capisco dunque l’interesse delle banche a vendere al pubblico i titoli di Stato detenuti. Ma la corsa di massa all’acquisto di BTp e BOT otterrebbe l’effetto voluto – abbattere gli spread e diminuire dunque gli oneri per lo Stato e il suo rischio di insolvenza – solo nel caso in cui gli italiani acquistassero pressoché integralmente quel 42% di titoli pubblici che oggi sono detenuti da non residenti, una percentuale già bassa e dunque di maggior tutela rispetto alla media del 52% dell’euroarea. Ripeto: mettersi al sicuro significherebbe dover eguagliare il Giappone, che è al riparo dalla speculazione pur con un debito pubblico doppio del nostro perché esso è pressochè per intero nelle mani di imprese, banche e risparmiatori giapponesi. Dopodiché, anche quella giapponese è una sicurezza illusoria, perché da questo dipende che da vent’anni la loro crescita sia azzerata peggio della nostra.
Aggiungo che se dovessimo pensare a 30 o 40 punti di Pil di risparmio italiano investito in BOT e Btp, inutile illudersi: sarebbero risorse sottratte alle banche e a impieghi produttivi, mica ricavate da massicce dismissioni di patrimonio immobiliare. Risorse ulteriormente levate a generare investimenti e consumi. Con effetti depressivi.
Un ultimo argomento. Capisco il patriottismo, ma lavoratori e imprenditori, contribuenti e risparmiatori italiani già pagano amaramente il costo delle riforme rinviate e delle domande europee e mondiali eluse dalla politica nostrana, per far crescere di più il Paese, abbattere il debito pubblico attraverso massicce dismissioni di immobili di Stato, abbassare spesa e tasse per esempio azzerando le pensioni di anzianità. Il costo è elevatissimo. Serve un governo di patrioti che stoppi la dissipazione di risorse e di credibilità. Forse ci si arriva prima se gli italiani protestano per i danni subiti, non se mettono essi per primi mano a un portafoglio già di tanto alleggerito.

FONTE: http://www.chicago-blog.it/2011/11/08/oro-alla-patria-no-grazie-ecco-perche/


 
"Il secolo,(il momento ndr) vuole violenza, ma abbiamo soltanto esplosioni mancate. Le rivoluzioni muoiono sul nascere, oppure riescono troppo in fretta. La passione si estingue subito. Gli uomini ripiegano sulle idee, comme d’habitude. Nessuna proposta che possa durare più di ventiquattr’ore..."
-Henry Miller (Tropico del Cancro)

venerdì 11 novembre 2011

Ora togliete il Nobel a chi ha mentito sul nucleare iraniano

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Scritto da Fiamma Nirenstein   

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Yukiya Amano
C’è un eroe e c’è un gran villano nella storia della patata più bollente che il mondo intero si trova a maneggiare dalla seconda guerra mondiale, quella che ci porgono le 25 pagine dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica: tecniche, gelide, precise, confermano l’intenzione e anche, fra le righe, il successo dell’Iran nel perseguire la bomba atomica. Sì, la bomba atomica che starebbe per essere sperimentata in strutture apposite, che, si spiega, difficilmente potrebbero servire all’allevamento delle galline o quant’altro, e le testate atomiche per i missili Shihab 3: di questo si tratta, ci dice senza scomporsi la relazione, e non di energia atomica per benefici fini. L’eroe è un giapponese, il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Yukiya Amano: con un coraggio da leone ha presentato al mondo, nonostante le pressioni anche della Cina e della Russia, e nonostante chissà quali iniziative iraniane, quello che il suo predecessore, Mohammed El Baradei, dal 1997 al 2009 nello stesso ruolo, ha invece nascosto, diminuito, minimizzato.

El Baradei aveva a disposizione un bel gruppo di tecnici per studiare la situazione iraniana, ed essi riferivano a lui che decideva cosa usare, cosa selezionare. E ha selezionato parecchio anche se tutti sapevano già tutto, anche i servizi segreti di mezzo mondo (compresi quelli arabi) gli fornivano informazioni che al raffronto con i fatti risultavano attendibili. Si sapeva bene, e lo riporta ora senza veli il rapporto di Amano, che fino al 2003 i preparativi per l’arricchimento dell’uranio si erano svolti in vari siti, avevano utilizzato aiuti internazionali molto importanti, come quelli della Russia e della Cina, e che successivamente dopo che per un po’ il regime degli ayatollah si è sforzato di coprire l’attività travestendola da attività civile, si è inoltrata sempre di più in una clandestinità sotterranea. Ma essa non era sconosciuta, si faceva solo finta di non conoscerne gli scopi, di non capire perché si costruissero centrali così nascoste e con l’aiuto di tanti tecnici stranieri.

L’attività appare sempre più chiaramente orientata a fini bellici, Amano lo dice, El Baradei non ce lo fece sapere anche se aveva tutti gli elementi. Eppure, sorpresa, gli è stato dato nel 2005 il Premio Nobel «per il suo sforzo nel prevenire l’uso dell’energia nucleare per scopi bellici». L’orientamento ideologico buonista dell’organizzazione ne ha sbagliate parecchie, ma qui la cosa è madornale. El Baradei ha costretto il mondo ad affrontare oggi un incubo che poteva essere evitato se l’Aiea avesse certificato per tempo che un Iran pazzo, islamista estremo, antioccidentale, antisemita, preparava una bomba atomica che adesso è realizzabile in termini assai brevi (chi dice che per un arsenale intero ci vuole un anno, chi dice due... ma due bombe, una sciocchezzuola, sono per la maggior parte degli esperti già realizzabili oggi) e sperimentava testate che potranno colpire non solo Gerusalemme, ma anche le capitali europee. Quindi, oltre al grande imperativo categorico di agire che ormai pone il rapporto di Amano (ovvero che almeno gli Usa e l’Europa agiscano bloccando con sanzioni la Banca Iraniana, ignorando Russia e Cina) a noi sembra logica una modesta proposta, che facciamo agli organizzatori del Nobel: se volete salvare la faccia di fronte ai posteri, almeno riprendetevi il Premio Nobel.

El Baradei, oggi candidato alla presidenza egiziana che non ha mancato da laico illuminato di stabilire un rapporto con la Fratellanza Musulmana e di suggerire che il rapporto con Israele va rivisto, è stato tuttavia abbandonato in questi giorni anche dal suo gruppo di lavoro elettorale. Forse si rendono conto del danno che ha fatto al suo Paese: l’Egitto è il maggiore paese sunnita dell’area e l’Iran, sciita, solo recentemente gli ha tributato attenzione amichevole, sperando di allargare la sua egemonia nella zona. Ma è difficile che duri. Non farà piacere agli egiziani che l’Iran diventi nucleare.
www.fiammanirenstein.com

sabato 5 novembre 2011

MASTER Oscar GIANNINO:mr consenso è stanco!

Mi sono astenuto dal seguire sul blog giorno per giorno l’andamento “obbligato” della perdita di credibilità italiana, l’ho fatto ogni giorno su radio24. Alla componente di credibilità soggettiva – che riguarda personalmente Berlusconi in maniera crescente da due anni a questa parte, ed è irreversibile a mio giudizio da tempo – si è aggiunta in sede internazionale e in maniera conclamata da luglio quella oggettiva, che riguarda la politica economica del governo.  E’ una perdita di credibilità che investe Berlusconi e Tremonti insieme, anzi aben guardare dovrebbe riguardare  più il secondo del primo. Perché è il ministro dell’Economia da solo regista e motore immobile come della positiva astensione da deficit eccessivi, così del negativo mancato taglio a spesa e tasse, della mancata riforma fiscale, e della mancata cessione di quote rilevanti dell’attivo patrimoniale pubblico per abbattere quote consistenti di debito. C0n l’avanzo primario – virtuoso – che possiamo vantare da questo 2011 a costo dello strangolamento fiscale del Paese, comunque la riduzione del debito pubblico sarà troppo lenta, e a propria volta minacciata da una probabile decrescita del Pil che alla fine non potrà che rispecchiarsi in minor entrate ordinarie, per quanto dura e repressiva sia l’amministrazione tributaria nel perseguire l’evasione e innalzare l’ammontare del riscosso sull’effettivamente accertato.  Non ho aggiornato i giudizi sulla caduta di credibilità perché il suo esito mi appare scontato. Ma che si arrivasse addirittura a un G20 all’indomani del quale il governo italiano non sa, non dice e invece disdice intorno a un punto così delicato come il monitoraggio sull’Italia da parte del Fondo Monetario Internazionale, questa come figuraccia mondiale vale milioni di risatine di monsieur Sarkò. E’ una figura da Paese che ha perso ogni standship, da Paese operetta. Il lungo tramonto pubblico di Berlusconi lascia senza parole perché non avviene su scelte sbagliate – quelle hanno riguardato la sua vita e la confusione demenziale tra privato e  istutuzionale  -  bensì sull’assenza di scelte, sulla furbesca confusione di parole, sull’autosuggestione che sfocia in narcosi. E’ tanto suonato il vecchio campione del ring, che Tremonti saltellandogli intorno ed evitando ogni incrocio di guantoni ed  emissione di voce in pubblico sta riuscendo nella notevole impresa di uscirne incolpevole: non solo come se le politiche economiche considerate deficitarie dai mercati non fossero le sue, ma come una vera e propria quinta colonna interna al governo della comprensibile e responsabile strategia del Quirinale di evitare sia un Gotterdammerung ancor più sanguinoso per il Paese, sia una campagna elettorale al buio con spread lanciati verso quota, chissà, 700.
E’ però il momento di qualche sparsa considerazione più di fondo.
Il monitoraggio da parte del Fmi ci è stato – attestano fonti ufficiose ma autorevoli dal G20 – calorosamente “consigliato” da parte non solo di Germania e Francia, che allontanano così l’amaro calice di aiuti ulteriori da parte dell’Efsf che non ne avrebbe dotazione, comporterebbe tempi lunghi, reazioni scomposte e dileggianti da parte dell’ opinione pubblica tedesca e francese e soprattutto impegnerebbe finanzia aggiuntiva da parte di quei Paesi.  Soprattutto per la Francia alle prese con un delicatissimo problema di iperesposizioni bancarie, meglio che sia sin dall’inizio Washington a fare da badante all’Italia.
Ci è stato imposto perché al G20 si è capito chiaramente che nessuno dei Paesi emergenti intende al momento contribuire con propri capitali alla leva dell’Efsf, attraverso il SPV previsto a tale scopo per giungere fino a 1 trilione di euro. Nemmeno la Cina, non l’India, non il Brasile. La Russia – la Russia! – come la Cina si è riservata di capirci prima qualcosa di più, in ordine a regole e condizioni dello SPV. Visto che l’Efsf stesso la scorsa settimana ha dovuto rinviare l’emissione di un proprio bond sui mercati vista l’aria pesante che tirava all’indomani dell’annuncio del referendum greco, è l’intera credibilità del barocco edificio dei salvataggi a Stati e banche europee europee a risultare incomprensibile al resto del mondo. La scarsa credibilità europea ha deciso di non rischiare oltremodo sobbarcandosi alla totale mancanza di credibilità italiana, questa è l’amara verità.
Mai, in ogni caso, mai nella storia italiana precedente è avvenuto che il monitoraggio da parte del Fmi avvenisse con questo meccanismo di annuncio da parte altrui, visto che sono stati Barroso, van Rompuy e Sarkozy ad annunciarlo, mentre palazzo Chigi emetteva note tra l’imbarazzo e la smentita. L’Italia ha – purtroppo – una lunga tradizione di aiuti d’emergenza, chiesti sia al Fondo con Guido Carli nel 1974 e Stammati nel 1976-77, sia direttamente alla Germania come avvenne ancora nel 1993, offrendo quasi sempre a garanzia riserve auree. Ma in nessun caso i governi dell’epoca scesero così in basso sulla scala della credibilità da far annunciare ad altri il regime speciale  di scrutinio sulla nostra affidabilità che ufficialmente siamo noi stessi a chiedere, anche se ci viene appunto imposto. Evidentemente, a palazzo Chigi e al ministero dell’Economia credono che nel resto del mondo valga la stessa regola che vale per alcune testate d’informazione italiane “amiche”, far sparire le cose perché non siano mai avvenute e non risultino. Ma il resto del mondo  vede, stravede e provvede. Provvede a declassare sempre più l’attendibilità dell’Italia.
Infine, ciò che risulta ancor più amaramente digeribile è che a tutto ciò si arrivi per mancanza assoluta di decisioni rilevanti.  Berlusconi si è arreso da tempo a non forzare né con la Lega sulle pensioni di anzianità, né su Tremonti per la delega fiscale e le privatizzazioni immobiliari come mobiliari. Va a fondo in un sempre più confuso balbettio di centinaia di micromisure mai attuate negli anni e che oggi si accumulano in un grande libro dei desideri incompiuti. Restando prive di decreti attuativi – per le due sole manovre estive ne occorrono oltre 130 – e – quel che è più grave – ignorando ed eludendo abbattimento rapido del debito pubblico e incentivi a effetto rapido sulla crescita, cioè quelli fiscali visto che tutti gli altri, dalle liberalizzazioni alla flessibilità del mercato del lavoro, sarebbero benedetti ma hanno effetti di medio-lungo. Incentivi alla crescita quali l’abbattimento del cuneo fiscale – chiesto anche non casualmente al Portogallo “monitorato”  – che dal solo azzeramento in due anni delle pensioni di anzianità avrebbero potuto ricevere  decine di miliardi di euro di copertura.
L’unico vero effetto di questa giostra di micromisure è che alla fine, nell’assenza dei decreti attuativi, è l’Economia a restare titolare ancor più unica e indiscussa dei rubinetti pubblici e dunque dell’unico strumento messo all’opera in questi anni a fianco del giro di vite fiscale, cioè al centralizzazione assoluta dei mandati di pagamento e degli stanziamenti di cassa al di là di quanto previsto dalla competenza.
Ma l’effetto vero, che rischia di essere di lungo periodo, è l’azzeramento di credibilità per chi sostiene idee liberali e di mercato. Azzeramento di credibilità non culturale, ovviamente, perché la credibilità culturale  quella non ce la può levare nessuna vicenda politica. Ma l’azzeramento di credibilità nella politica italiana per idee antitassaiole e mercatiste è invece un rischio fortissimo. Più volte ho scritto e molte volte detto per radio, negli ultimi due anni, che per i liberali occorre una drastica modifica bottom up dell’attuale offerta politica.  Dal basso, non dall’alto. Se qualche residuo liberale si fosse staccato per tempo in parlamento dall’obbedienza berlusconiana, potrebbe essere utile. Ma è dal basso, che occorrerà tirarsi su le maniche, faticare, e darsi da fare perché libera persona e libero mercato possano rappresentare un’alternativa a redistribuzuione massiccia di Stato, ad ancora più tasse, a uno Stato ancor più famelico, giustificato come effetto necessario della colpa di 17 anni di mancate promesse del Cavaliere e dei suoi seguaci, prima ancora che della favola – iperpopolare in Italia tra media e accademici, ma anche sia a destra sia a sinistra – della crisi mondiale figlia del neoliberismo.
Rispondete,per favore. Dobbiamo limitarci a fare cultura e approfondimento di idee, sui nostri blog, scrivendo e parlando alla radio e in tv, oltre che con papers e libri come fa ottimamente da anni l’Istituto Bruno Leoni, in costante guadagno di visibilità e impatto con le sue elaborazioni, proposte e studi,  grazie allo straordinario impegno di amici fuoriclasse come Alberto Mingardi, Carlo Lottieri, Carlo Stagnaro e tanti altri?
Oppure dobbiamo sporcarci le mani, provare a riempire teatri, e vincere la ritrosia profonda a un impegno diretto in quell’arena assai poco allettante che è la politica, mentre al populismo berlusconiano esecrato se ne propongono oggi successori di altri e diversi idealtipi, chi catodico e chi impiombato su carta, chi ex confindustriale e chi ex pm, chi ex comunista e chi neocomunitarista?
Dite la vostra. Non sono le idee a mancare.  Qualche tempo fa, Alberto Mingardi ve ne chiese di aggiuntive, e ci avete risposto. Ma in una lunga fase politica italiana che si chiude, c’è una decisione da prendere. Non sulle idee, ma sull’iniziativa da assumere. Perché ad aver totalmente fallito è l’offerta concreta messa in piedi sul versante liberale  da un Mr Consenso per sè e i suoi affari incapace di diventare mai Mr Governo per gli altri. Mica è un caso, che a risultare meno coinvolto e più contento sia chi, in fondo e al di là delle apparenze, liberale non è stato mai, come il ministro dell’Economia. E a me, di dover star zitto per chissà quanto per colpa loro, non sembra una gran bella assicurazione a una serena vecchiaia.

FONTE:http://www.chicago-blog.it/2011/11/04/arriva-pure-il-fmi-il-governo-non-lo-sa-anche-a-noi-tocca-decidere/#more-10471

martedì 1 novembre 2011

e quello di Fiamma NIRENSTEIN

Bene allora è fatta: adesso quando si parlerà del patrocinio dell’Unesco, del suo bollo su un’iniziativa o una dichiarazione, sapremo che non parliamo di cultura, di scienza, di patrimonio culturale dell’umanità, ma di fiction, di Indiana Jones. Questo è il messaggio ricevuto ieri dal riconoscimento della «Palestina» come stato membro dell’Unesco. Ha ricevuto, dopo che la Lega araba aveva dichiarato di sponsorizzare completamente l’iniziativa, 107 voti su 173 paesi votanti, fra cui la Russia, il Brasile, la Cina, l’India, l’Austria, la Francia; 14 contro, fra cui gli Usa, il Canada, la Germania, l’Olanda, la Romania, la Lettonia; 52 astenuti, fra cui l’Italia e l’Inghilterra. Di nuovo l’Europa si è spaccata, e gli Usa che da tempo avevano chiesto all’Unesco di evitare questa mossa adesso ritireranno gran parte dei loro fondi che finanziano per il 20 per cento l’agenzia. Il voto di astensione è probabilmente legato alla scelta di mediare una posizione europea unitaria in vista dell’appuntamento più grosso, quello per il riconoscimento dell’Onu. Ma è difficile credere in qualsiasi mediazione. Le maggioranze automatiche dei paesi islamici con i «non allineati» e gli opportunisti europei daranno sempre ragione a chi ha torto.
È la prima agenzia dell’Onu a riconoscere come membro pieno Abu Mazen. È un gesto simbolico di una pesantezza inaudita dati i precedenti dell’Unesco, che ha dimostrato di essere professionalmente antisraeliana e dato che avviene mentre i palestinesi cercano la scorciatoia di evitare ogni trattativa per la pace. L’Unesco segue di fatto l’impostazione negazionista fondata da Arafat quando proclamò che il Monte del Tempio non era mai stata la sede del famosissimo tempio di Erode, una delle meraviglie del mondo di cui ci sono infinite tracce bibliche e storiche, e che si erge con i suoi reperti archeologici sopravvissuti alla distruzione romana che il mondo arabo seguita a cercare di cancellare. Cancellare l’eredità culturale ebraica in Israele infatti significa cancellarne la legittimità storica a risiedere a casa propria, e Arafat lo capì bene. L’archeologo Barkat ha dichiarato che si tratta di un negazionismo peggiore di quello della Shoah, Bill Clinton intimò a Arafat di smetterla di negare la presenza degli ebrei nella storia di Israele pena la sua uscita dai colloqui di Camp David: ma l’Unesco ha preso la fiaccola e ha lavorato sodo per cancellare i legami fra gli ebrei e la loro terra. Infatti l’agenzia dell’Onu ha adottato nella sessione di ottobre una proposta araba che dichiara che la cava dei patriarchi (cioè la fortezza di Hevron probabilmente costruita da Erode dove è situata la tomba dei padri d’Israele Abramo Isacco e Giacobbe) e la tomba di Rachele, dove da sempre le donne ebree pregano per la loro fertilità sono «siti palestinesi»,come anche la tomba di Giuseppe. Questa presa di posizione si è accompagnata a molte mosse di delegittimazione, come una conferenza su Gerusalemme da cui Israele è stata esclusa. Adesso i palestinesi cercheranno l’affidamento culturale per Betlemme, luogo di nascita di Gesù dove i cristiani, in costante diminuzione, soffrono la dominazione musulmana, e di chissà quanti altri siti cari alla tradizione cristiana e a quella ebraica. Si potrebbe arrivare al Santo Sepolcro. Ora, è provato che quando lo Stato d’Israele prende cura dei siti archeologici, consente a tutte le religioni libertà di accesso e di gestione. Non si conosce un’attitudine simile nei Paesi musulmani, e quel che possano fare i palestinesi fra cui l’influenza di Hamas è potentissima, è ignoto.
L’Autonomia Palestinese ha cercato questo riconoscimento con tutte le sue forze, e mentre Abu Mazen rifiuta in ogni modo di tornare al tavolo della trattativa e piovono missili sul nord d’Israele, riceve tuttavia questo regalo contro ogni spirito di buon senso. A che gioco giochiamo noi europei?




Una farsa, ma pericolosissimaIl commento diUgo Volli
Cari amici,
come dice la sua sigla, l'Unesco dovrebbe occuparsi di educazione, scienza, cultura e altre nobili cose del genere. Ma, come ha detto ieri l'ambasciatore israeliano, più che alla scienza sembra interessato alla fantascienza. Aggiungo io: più che alla cultura all'ignoranza, più che all'educazione all'indottrinamento. Comunque alla politica, in senso antidemocratico e antioccidentale.
E' una vecchia storia, già Reagan ne fece uscire gli Stati Uniti vent'anni fa, quando l'agenzia lavorava per organizzare l'informazione internazionale in senso terzomondista (e da quel progetto sarebbe poi uscita Al Jazeera).
Per quanto riguarda il Medio Oriente è famosa l'operazione magica dell' Unesco sulla tomba di Rachele, moglie del patriarca Giacobbe, ininterrottamente frequentata dagli ebrei dai tempi biblici e loro possesso perenne registrato anche dal governo ottomano e situata fra Betlemme e Gersualemme, che improvvisamente fu registrata come moschea Bilal ibn Rabah (http://www.zionism-israel.com/dic/Bilal_ibn_Rabah_Mosque.htm, così chiamata dal nome di un muezzin abissino la cui tomba è a Damasco: http://it.wikipedia.org/wiki/Bilal), e naturalmente patrimonio culturale "palestinese". Bisogna attendersi che lo stesso accadrà ora per tutte le testimonianze della storia ebraica, che gli arabi cercano di negare e se possibile di distruggere. Del resto che l'Unesco sia nemico dei beni culturali scomodi per il mondo islamico si è visto anche nel caso dell'Armenia, quando l'agenzia ha avallato la distruzione sistematica delle tracce cristiane compiute da Turchia e Azerbaigian.

Si potrebbe dunque considerare la decisione di Parigi un classico caso di lupo messo a guardia delle pecore, di vandalo nominato custode di museo. Non è un caso che per un pelo due anni fa non fosse stato eletto direttore dell'Unesco l'allora ministro della cultura egiziano (oggi indagato per corruzione) che aveva dichiarato che, se avesse trovato in una biblioteca egiziana un libro ebraico, l'avrebbe bruciato con le sue mani (http://en.wikipedia.org/wiki/Farouk_Hosny).

Sul piano culturale, insomma, tutta questa storia è una farsa, una pagliacciata. L'Unesco non ha mai fatto niente per la cultura e la scienza, è una sede politica che compie scelte politiche anche quando riconosce questo o quel sito come "patrimonio dell'umanità". Se uno dovesse preoccuparsi dell'autorità morale o culturale della banda di burocrati che riceve lauti stipendi dall'agenzia di Parigi, potrebbe togliersi il pensiero. E del resto è chiaro che il destino dei monumenti ebraici in Israele si deciderà sul campo, come pure quello dell'inesistente patrimonio culturale (inesistente ma inventato) di una nazione inesistente (inesistente ma inventata) come la "Palestina".

Il punto però è proprio questo, il senso politico di questo gesto. Che va letto come indizio di orientamenti politici profondi. Il primo è la perfetta irrilevanza cui la politica di Obama ha confinato l'America. Uno stato che si ritira dappertutto, che lascia l'Iraq all'espansionismo iraniano, che ritira il suo ambasciatore dalla Siria non per protesta ma perché non è sicuro della sua incolumità, che sulla Libia intona l'"armiamoci e partite", che lascia sviluppare all'Iran suo acerrimo nemico l'armamento nucleare nel bel mezzo della fonte di mezzo petrolio del mondo non è più un impero, è uno stato perfettamente irrilevante. E non a caso i suoi migliori alleati, Gran Bretagna in testa, hanno ignorato i suoi appelli politici, le sue esplicite minacce. E' una Caporetto diplomatica per l'America, ancor più che per Israele. Speriamo solo che Obama se ne vada presto, perché anche quando come in questo caso fa la cosa giusta, non è in grado di sostenerla.

La seconda grande tendenza politica è l'odio per Israele, che ormai coinvolge non solo i paesi islamici, ma anche tutto il terzo mondo (hanno votato per la "Palestina", India, Cina, Russia, Brasile, giù giù fino allo Sri Lanka) e buona parte dell'Europa: non solo i paesi antisemiti come Spagna, Norvegia, Svezia, Austria, ma anche la Francia e la Gran Bretagna, che hanno ripreso la tradizionale politica filo-araba, anche se hanno governi di destra. Con loro anche la Grecia, il Lussemburgo, il Belgio, insomma mezza Europa. L'Italia è rimasta fra color che son sospesi, e certo è una posizione debole e del tutto deludente, ma almeno non si è allineata con costoro, ha rifiutato il vecchio riflesso dei tempi di Moro e La Pira, Andreotti, Craxi e D'Alema.

Il risultato ricorda quello della recente conferenza Durban III: 107 stati hanno votato nel senso di un riconoscimento della "palestina", anche senza trattative di pace, anche senza il controllo del territorio, anche se la contiguità col terrorismo è chiarissima, anche se la "palestina" non ha affatto rinunciato alle pretese sull'intero territorio israeliano. Solo 14 i contrari (insieme a Israele e Usa anche Germania, Canada,Olnada e pochi altri). Parte di questi voti, come quello americano e tedesco, erano dovuti, ma non sono vermente convinti. Gli astenuti sono stati 52. E' un segno chiarissimo. Israele, bombardato giorno e notte dai terroristi, vittima designata dell'odio atomico iraniano non ha la solidarietà internazionale. Deve difendersi da sé, cercando di non dar modo ai suoi nemici di usare l'appoggio del mondo che non mancherebbe. Siamo di nuovo in una situazione in cui gli ebrei sono colpevoli di ogni cosa, innanzitutto di esistere e di mantenersi tali. Per la cultura l'ammissione della "palestina" all'Unesco non vuol dir niente. Per la politica è allarme rosso.


Ugo Volli





giovedì 27 ottobre 2011

MASTER Oscar GIANNINO..

L’eurocompromesso minimale

Più Sono passati i mesi, più abbiamo deciso di mantenere sul wall di Chicago-bog il video che trovate immutato praticamente dalla nostra nascita, dedicato all’illusione dell’eurosalvataggio. Non si è trattato di pigrizia, ma del fatto che fossimo ragionevolmente certi che l’euroarea si avviasse a una lunghissima serie di duifficoltà crescenti. Perché nei grandi Paesi fondatori – Germania in primis, l’euroleader, ma per ragioni diverse anche Francia e, naturalmente, Italia – la politica avrebbe stentato molto a dire la verità ai propri elettori. Sia a dire verità amare, come nel nostro caso, del tipo “abbiamo troppo debito, troppa spesa e troppe tasse, dobbiamo energicamente cambiare marcia”. Sia verità scomode, del tipo “cari tedeschi, più facciamo passare il tempo senza una decisione chiara in merito alla possibilità di insolvenza sovrana ora che sono i mercati attraverso gli spread e Cds  e non più l’Ecofin a misurare il rischio-Paese di ogni euromembro, più renderemop traumatica e onerosa sia la possibilità d’insolvenza, sia quella dei salvataggi”. E’ andata puntualmente così. Le decisioni di stanotte mutano il quadro? Azzardo una prima risposta: no, comprano tempo.
Perché penso che non mutino il quadro? Rispondo senza entrare in dettagli tecnici, che invece in un maxi accordo come quello di stabnotte sono e saranno a loro volta decisivi. Mi limito ad alcune considerazioni generali.
Senza l’accordo di stanotte, saltava l’euro in prospettiva. Ok, tedeschi e francesi l’hanno evitato. per il momento, difficile dire per quanto.
Sostengo tale tesi per le seguenti ragioni. Almeno quattro, ma si potrebbe arrivare senza difficoltà alla dozzina.
Primo, il cap dell’Efsf. L’Efsf potenziato e levereggiato per un tetto massimo di 4 rispetto ai mezzi propri resta de-li-be-ra-ta-men-te al di sotto della soglia di capitale necessaria a garantire che possa intervenire per maxi aiuti a un paese della taglia dell’Italia. In quel caso, il tetto massimo andava spostato verso 2 se non , meglio ancora, 3 trilioni di euro, invece di un trilione come nell’accordo odierno.  Come tedesco, ne sarei felice. Come italiano, so che questa è la spiegazione dell’invito di Draghi a non pensare che la Bce possa essere lei a risolverci i problemi. Come operatore del mercato, so che devo a questo punto spostare e concentrare proprio sull’Italia l’arbitraggio del selling, e se in Itaia non lo capiscono peggio per loro.
Secondo, il lender of last resort.  L’Efsf levereggiato attraverso la costituzione di un SPV privatistico capace di attirare capitali pubblici – fondi sovrani – e privati nel rafforzamento del proprio capitale fa entrare l’edificio europeo in una nuova terra incognita. Dire che il leverage è modesto rispetto alle prassi bancarie, come è statod etto stanotte per rassicurare la stampa specializzata, non è una risposta efficace.  Il problema non è che la leva resti al massimo entro 4 volte i mezzi propri, invece di 9 o 10. Il problema è che le banche hanno dietro di sè un garante di ultrima istanza, le banche centrali dei Paesi in cui sono incardinate. E anche la politica, che da anni a questa parte nella grande crisi finanziaria ha messo mano ai soldi dei contribuenti per far fronte alla necessità di salvataggi, nazionalizzazioni e  ricapitalizzazioni forzose. Chi è il lender of last resort dell’Efsf? La BCE? Secondo Trattati e Statuto, assolutamente no. Lo sarà di fatto? Ma allora estenderemmo ulteriormente i compiti impropri a cui la politica – riottosa e neghittosa – sta chiamando sempre più la banca centrale europea. Sempre per mascherare la verità ai propri elettorati, e ancora una volta non solo a quello italiano da parte del governo Berlusconi che pure non scherza.
Terzo, l’haircut greco. Il compromesso sul 50% comporta molti problemi. Riguarda i privati e le banche, esclude BCE ed EFSF. ma perché mai ilò mercato dovrebeb accettare l’idea di una valutazione mark-to-market solo dei titoli in pancia ai privati, e non ai soggetti europubblici? E’un’illusione, perché allorab il valore reale rispetto al nominale varrà di fatto per tutti, e in un Paese sovrano si risolbverebbe come negli Usa, cioè con una alluvione di nuova moneta. Ma la BCE non può e non deve. Di conseguenza, le ricapitalizzazioni bancarie contenute entro i 106 miliardi e richieste prioritariamente ai privati, secondo me  potrebbero essere larghissimamente ottimistiche. Negli Usa col TARP et suimilia la FED ha esteso per multipli i suoi attivi attraverso una gigantesca operazione di sospensione dal prezzo di intere classi di asset illiquidi, ma garantiva con gli operosi torchi della Zecca di Stato. Da noi no. Significa che saranno le banche e i loro clienti, a pagare asimmetricamente il conto degli sperperi di danaro pubblico. Al mercato non può piacere, per definizione. A me e a chi la pensa come me, tanto meno. Quarto:  zero sostegni alla crescita. Potrà dare meno fastidio a liberisti come noi, ma sta di fatto che l’Europa è nata costitutivamente distinguendo sacrifi a breve imposti per la convergenza su virtù di bilancio e produttività nell’economia reale, e sostegno invee offerto attraverso strumenti a comune finanziamento nel medio periodo ai membri impegnati appunto nella convergenza a breve.  Dacché siamo nell’eurocrisi del debito pubblico, l’Euroarea nonn riesce a trovare una modalità per le risorse necessarie ai salvataggi. Figuriamoci se pensa o propone piani di sostegno nel medio periodo ai Paesi obbligati alla convergenza. L’effetto è la durissima deflazione  greca. Pensare che il 120% entro ics anni di debito pubblico greco sul Pil rispetto al quasi 170% attuale sia un traguardo di stabilità, è una doppia illusione. Sarebbe comunque insostenibile per l’economia greca precrisi. Lo sarà ancor più per un Paese costretto per anni al segno meno, senza alcun aiuto o incentivo esterno alla sua crescita.
Conclusione. Abbiamo comprato tempo. meglio questo dell’armageddon. Forse. Ma restiamo in mezzo al guado. Né fallimenti liberi, di cui rispondono i governi di fronte agli elettori visto il deprezzamento verticale di asset che comportano. Né un’Europa politica, con un abbozzo di proprio debito pubblico e di una propria politica fiscale, nemmeno per le contingenze straordinarie.  Ergo, non stupitevi ma facciamo restare ancora il nostro video sul wall.
FONTE:http://www.chicago-blog.it/2011/10/27/leurocompromesso-minimale/

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