guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

martedì 14 febbraio 2012


Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Una piccola differenza

Hamza Kashgari, Re Abdullah dell'Arabia Saudita

“Nel giorno del tuo compleanno non mi inchinerò davanti a te; di te amo alcune cose ma ne detesto altre, e sul tuo conto ci sono molte cose che non ho capito”
Cari amici, immaginate che qualche ragazzo ebreo scrivesse qualcosa dl genere sul suo blog il giorno della festa per il compleanno di Mosè o di Isaia o di Rabbi Akivà - feste che guarda caso, non ci sono. O che un ragazzo cristiano postasse una frase così su Facebook in occasione del compleanno di San Giovanni Evangelista o di San Paolo - e anche queste, per quel che ne so, non sono feste cristiane. E' abbastanza chiaro: non sarebbe successo proprio niente. Niente dal punto di vista religioso, credo: non mi sembra che tecnicamente si tratti di una bestemmia vera e propria, semplicemente di una certa insofferenza verso profeti e autorevoli uomini di fede. Niente soprattutto dal punto di vista civile. In Italia, esisteva fino a qualche decennio fa un articolo del codice penale, il 724, per cui "Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità [o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato], è punito con l’ammenda da lire ventimila a seicentomila." Comunque era un'ammenda e niente di più. Ma nel seguito le cose sono cambiate: la Corte costituzionale, con la sentenza 440 del 1995, ha dichiarate costituzionalmente illegittime le parole fra parentesi, per cui solo la bestemmia contro la Divinità e non quella contro "i simboli o le persone venerate" è rilevante. Poi è intervenuto il decreto legislativo 57 del 1999 che punisce la bestemmia con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro: si parla di “sanzione amministrativa pecuniaria”, e non più di “ammenda”; si sottolinea cioè il fatto che bestemmiare non sia più reato, ma solo illecito amministrativo. (http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=1077). In ogni caso, la frase riportata sopra difficilmente si può dire propriamente bestemmia, perché è educata, non contiene insulti, non dissacra affatto la divinità, semplicemente esprime un atteggiamento di dubbio e di indipendenza di pensiero.
In posti più liberali di noi, anche se più autenticamente religiosi, come gli Stati Uniti, non esiste il reato di bestemmia, e neppure l'illecito amministrativo, perché sarebbe incostituzionale, limitando la libertà di pensiero (http://it.wikipedia.org/wiki/Bestemmia). In Gran Bretagna c'è stata qualche condanna a morte per blasfemia, ma bisogna dire che l'ultima risale al 1697 contro Thomas Aikenhead  (http://en.wikipedia.org/wiki/Blasphemy). Oggi i posti in cui il reato di blasfemia è presente e grave sono i paesi islamici, e in effetti c'è stata una continua pressione da parte loro perché le organizzazioni internazionali imponessero la condanna non solo degli insulti alla divinità, ma anche alla "diffamazione delle religioni". L'assemblea dell'Onu, dominata da una sistematica maggioranza islamico-terzomondista, ha passato diverse risoluzioni in questo senso (http://en.wikipedia.org/wiki/Blasphemy_law).
Ora, come forse avete capito da subito, si dà il caso che il disgraziato ragazzo che ha scritto le frasi citate all'inizio sul suo account di Twitter si chiami Hamza Kashgari e sia suddito (non certo cittadino, nel senso proprio del termine) dell'Arabia Saudita. Dopo aver avuto l'idea spiritosa di postare questo pensierino in occasione del compleanno di Maometto, Hamza ha ricevuto oltre 30 mila minacce di morte via internet. "Nonostante il ragazzo, che ha 23 anni, si sia affrettato a cancellare i suoi tweet e a scusarsi con la blogosfera la situazione è rapidamente degenerata. Sulla rete sono cominciati a girare video contro di lui, su Facebook 16mila persone si sono iscritte alla pagina che ne chiedeva l’esecuzione e il ministero dell’Informazione ha cancellato la sua rubrica sul quotidiano Al-BIlad  e proibito anche agli altri media di pubblicare il suo lavoro. E non basta.  L’imam Nasser al-Omar, lo stesso che all’epoca invocò una “fatwa” contro i musulmani che vedevano il Mondiale di calcio, ha chiesto in lacrime che il blogger venga processato per apostasia, che in Arabia Saudita viene punita con la pena di morte." (http://lepersoneeladignita.corriere.it/2012/02/12/amnesty-non-estradate-il-blogger-saudita-che-ha-twittato-su-maometto/). A questo punto il giovanotto ha capito che era seriamente in pericolo, ha preso il primo aereo e ha cercato di scappare verso la Nuova Zelanda. Per sua disgrazia però l'aereo ha fatto scalo in Malesia, un paese islamico, che ufficialmente sarebbe moderato. Ma, per ragioni teologiche o per la pressione dell'Arabia, a quanto pare su volontà dello stesso re Abdulah, gli eredi dei pirati di Mompracem non ci hanno pensato due volte: hanno preso il terribile peccatore saudita, l'hanno impacchettato senza processo e l'hanno rispedito a casa, dove corre il serio rischio di farsi staccare la sua testa blasfema dal corpo con un bel corpo di scimitarra.
E' una storia proprio brutta, che però non è affatto isolata. Provate a entrare in Arabia Saudita con una croce al collo e una bibbia in valigia e vedrete che cosa vi capita - non dico coi simboli dell'ebraismo, nessuno sarebbe così pazzo da andare nel territorio della penisola arabica, dove lo stesso Maometto mille e quattrocento anni fa ha iniziato la pulizia etnica delle tribù ebraiche che vi abitavano da un millennio almeno. Ma i turisti israeliani che si sono avventurati in Giordania (ufficialmente in pace con Israele) portandosi dietro i teffillin, cioè quelle scatoline di cuoio legate da stringhe che gli ebrei osservanti indossano la mattina per pregare, o i tallit, i manti da preghiera, se li sono visti sequestrare e sono stati respinti - non in quanto israeliani, ma in quanto ebrei. Ecco, al di là di tutte le dinamiche storiche, questa è una delle differenze più importanti (insieme alla condizione femminile ecc.) fra civiltà occidentale e islamismo: il fatto di poter pregare a modo tuo e di poter anche esprimere educatamente i propri dubbi religiosi. E' una piccola differenza, ma forse non priva di senso...
Ugo Volli

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

Stato ladro anche al volo...

Ryanair, l’Unione Europea e le tasse italiane

Quale è la seconda compagnia italiana, ormai grande quasi quanto Alitalia? L’irlandese Ryanair. Che sia irlandese vi sono pochi dubbi, dato che la società ha la propria sede in Irlanda, a Dublino precisamente.
Non la pensa così lo Stato italiano che ha intimato la compagnia guidata da Micheal O’Leary di pagare 12 milioni di euro perché i dipendenti sarebbero a tutti gli effetti da considerarsi italiani, nonostante abbiano firmato un contratto a Dublino alle condizioni salariali irlandesi.
Era già successo in passato alla compagnia irlandese di doversi scontrare con qualche Stato. Lo scontro più famoso è quello con la Francia per l’aeroporto di Marsiglia, dove i francesi volevano che i dipendenti Ryanair avessero il contratto di lavoro ai costi e i diritti del paese transalpino.

In quel caso O’Leary minacciò di andarsene dal sud della Francia e non è un caso che Ryanair in Francia abbia una presenza abbastanza limitata. Così non è in Italia, dove trasporta oltre 22 milioni di passeggeri l’anno e nello scalo di Bergamo i clienti sono più di 7 milioni.
I dubbi su questo episodio sono molti dato che una compagnia aerea ha sempre avuto la propria sede a Dublino e che opera ormai da oltre un decennio nel nostro Paese. A Bergamo, città dello scontro, è dal 2003 che il vettore low cost più importante d’Europa ha aperto la sua base.
Se l’Italia vuole diventare come la  Francia nel trasporto aereo forse è bene ricordare alcuni dati:
- l’Italia dal momento della liberalizzazione ha quasi colmato il gap di passeggeri nei confronti della Francia che storicamente ha sempre avuto.
- Il numero di passeggeri internazionali intra-UE (mercato liberalizzato) dell’Italia è ormai superiore a quello della Francia.
- Il campione nazionale AirFrance incontra gravi difficoltà e chiuderà con oltre 1 miliardo di euro di perdita.
Il “problema” relativo ai contratti di lavoro è che in Irlanda la tassazione è molto meno elevata, meno della metà di quella italiana e i contratti di lavoro sono molto più flessibili.
Se la compagnia è da considerarsi irlandese a tutti gli effetti è normale che i propri dipendenti abbiano condizioni irlandesi. Oltretutto molti dipendenti Ryanair hanno una mobilità molto elevata e che passano poco tempo in Italia, per poi andare verso altre basi europee. Le basi sono ormai 50 e Ryanair è una vera compagnia europea che ha saputo svilupparsi grazie alla sua flessibilità.
Flessibilità che ad esempio ha permesso di aprire oltre una trentina di rotte dall’aeroporto di Budapest in solo 2 settimane dal fallimento dell’operatore di bandiera Malev.
Un record di velocità per organizzare personale, aeromobili, offerte commerciali e slot aeroportuali che solo la compagnia irlandese sembra essere in grado di avere. Il prossimo anno è previsto che da e per Budapest Ryanair trasporterà 2 milioni di passeggeri.
È indubbio che Ryanair sia una spina nel fianco di molti Governi europei perché ha sempre messo in crisi l’idea di “politica dei trasporti”.
A Bergamo nessun politico aveva previsto che lo scalo di Orio al Serio diventasse il quarto per importanza in Italia nel giro di meno di 10 anni dall’entrata impetuosa delle low cost. Molto spesso i politici amano fare piani “aeroportuali” o di “trasporto” che non hanno nulla che vedere con il mercato.
Ryanair è una compagnia di mercato che cerca di sfruttare le occasioni laddove si presentano. Come nel caso dei sussidi da parte degli aeroporti regionali.
Detto che il problema non si presenterebbe se gli aeroporti non fossero in mani pubbliche, quando è controllato da azionisti pubblici bisogna distinguere se la società di gestione aeroportuale è profittevole o meno.
Se è profittevole, fare una scontistica è del tutto legittimo perché rientra nel range delle azioni commerciali: questo è il caso di Bergamo ad esempio. Se l’aeroporto pubblico produce perdite e la compagnia riceve aiuti per lo sviluppo di nuove rotte, è un aiuto di stato vero e proprio e come tale deve eliminato. L’errore è tuttavia solo politico.
Sembra quasi che l’Unione Europea funzioni a fasi alterne; quando c’è da far pagare le tasse non esiste un minimo di competizione fiscale.

FONTE: http://www.chicago-blog.it/2012/02/10/ryanair-lunione-europea-e-le-tasse-italiane/#more-11557

venerdì 10 febbraio 2012

conscere le radici di cio che è avvenuto per capire chi e cosa siamo...

La “giornata della memoria”, purtroppo, si è rivelata anche quest’anno oggetto di enormi strumentalizzazioni. Lo ho potuto sperimentare perché alcuni miei alunni sono partiti con il “treno della memoria”, promosso dall’associazione piemontese “Terra del Fuoco”, per visitare Cracovia e i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Quattrocentocinquanta ragazzi trentini, più altre migliaia da tutta Italia, per un viaggio di approfondimento storico che, se fatto in un certo modo, avrebbe anche il suo significato. Migliaia di ragazzi portati a visitare luoghi terribili, in cui l’umanità ha dato la peggior prova di sé. Ottima idea, ma il Grillo parlante chiederebbe: a spese di chi? E per quale fine? Purtroppo sono domande che occorre porsi, perché solo gli ingenui ignorano la celebre frase di Orwell: “Chi controlla il passato, controlla il presente”. Poiché persino i cani, difficilmente, scondinzolano gratis, la domanda è questa: chi mette i soldi, cerca forse anche un qualche ritorno? Il sospetto è, purtroppo, inevitabile: sul treno in partenza da Trento vi erano, oltre a rappresentanti della associazione organizzatrice, piuttosto orientata a sinistra, un politico in carica, di provenienza Cgil, un’altra politica, di provenienza Rifondazione comunista, membri dell’Anpi, solitamente piuttosto nostalgici del fulgido colore rosso… Date le premesse è lecito chiedersi: è giusto che dei politici divengano accompagnatori di giovani alla scoperta della verità storica? Sono i più competenti a farlo? Sono disinteressati? Difficile crederlo. Anche perché ciò in cui sono ancora maestri, comunisti ed ex comunisti riuniti sotto nuove sigle, è la propaganda con cui sono riusciti, sino a ieri, a spacciare l’Urss e l’est Europa come il “paradiso dei lavoratori”, mentre oggi sono capaci di parlare di dittatura cinese, birmana, bielorussa eccetera, senza mai neppure pronunciare l’aggettivo “comunista”. A che fine sono stati portati, dunque, con i soldi pubblici, migliaia di giovani in Polonia? Ho detto ai miei ragazzi: “Sarebbe stato certamente un viaggio utile, se vi avessero spiegato davvero cosa è stato il nazionalsocialismo. Cioè un miscuglio micidiale di tutte le moderne dottrine anticristiane: hegelismo, materialismo ateo, darwinismo sociale, razzismo ‘scientifico’, positivismo, riduzionismo biologico… Se vi avessero parlato dell’eugenetica e del programma eutanasico hitleriano, e avessero sottolineato quanto siamo debitori al nazismo, noi, oggi, quando selezioniamo i feti malati, alla ricerca del figlio perfetto, e quando facciamo i protettori del panda, innalzando gli animali al livello degli uomini e abbassando nel contempo gli uomini al livello degli animali. Sarebbe stato un viaggio utile, se gli accompagnatori vi avessero ricordato che poco più in là di Cracovia ci fu, accanto e insieme all’occupazione nazista, quella comunista; se vi avessero accennato ai terribili misfatti di Katyn e alla propaganda con cui per decenni i comunisti addossarono la colpa a chi non la aveva; se vi avessero raccontato come, poco più a ovest, nella Germania orientale, il terribile e satanico dominio nazista fu presto sostituito dal bolscevismo omicida, dalla tirannia di Mosca e della Stasi, sino al crollo del Muro di Berlino. Sarebbe stato utile, ancora, se vi avessero ricordato che i campi di concentramento di Hitler, sono nati sull’esempio di quelli, antecedenti, sovietici; se vi avessero detto che ancora oggi, nella Cina comunista, la bandiera rossa è sinonimo di campi di lavoro, detti Laogai, in cui muoiono di stenti milioni di persone”. “Invece – ho concluso – nessuno vi ha detto nulla, o quasi, di tutto questo”, e ho visto, guardando i loro volti, che avevo indovinato. Sì, in Italia è ancora tabù raccontare i fatti come sono andati veramente. Si scrive tanto sul nazismo, e si fanno dei gran film, spesso più per cancellare e sminuire gli orrori del comunismo che per stigmatizzare e comprendere davvero il mostro hitleriano. L’effetto è assicurato, “destra” è per la gran parte delle persone, ancora, sinonimo di nazismo e di lager, mentre “sinistra” significa libertà, bene, giustizia… Se vogliamo una memoria vera, condivisa, che serva a qualcosa, finiamola con i treni organizzati da associazioni di parte; basta politici su questi treni; basta soldi investiti non per la verità, ma per il tornaconto elettorale. Solo allora gli italiani potranno avere chiaro che nazismo e comunismo sono stati mostri gemelli, due fratelli che si sono sorretti e giustificati a vicenda. Entrambi figli della statolatria moderna e del riduzionismo materialista, entrambi portatori di un pensiero antitetico a quello biblico; entrambi fondati sull’ideologia, sul culto del partito e del leader. In qualche aspetto diversi, certamente, ma alleati persino, come dimostra il patto Ribbentrop-Molotov, nel divorare la Polonia prima, e nello scatenare l’orrore senza fine della II guerra mondiale, poi.




Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/02/2012, a pag. II, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Nella mente dello strike ", l'articolo di Amy Rosenthal dal titolo " Dennis Ross ci dice che Israele non colpirà ora l’Iran, che teme il 'brutto colpo' dalla Siria ".
A destra, Ahmadinejad chiede :  'E' ovvio che il nostro programma nucleare ha scopi pacifici, perchè lo chiedete?'.
Ecco i pezzi:

Giulio Meotti - " Nella mente dello strike "

Giulio Meotti

L'articolo che segue è il terzo di una serie sull'Iran.
Per leggere il primo e il secondo, cliccare sui link sottostanti

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=43251
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=43320
Sta per scoppiare la guerra fra Iran e Israele, bombarderemo i siti iraniani prima del previsto, le sirene ci sveglieranno di prima mattina e il comando interno ci dirà come entrare nei rifugi. Il resto sarà storia”. Così Sever Plocker, vicedirettore del maggiore giornale israeliano, Yedioth Ahronoth, lancia l’allarme sul countdown, il conto alla rovescia verso la resa dei conti fra lo stato ebraico e la Repubblica islamica dell’Iran. Sullo strike è al lavoro un ristretto gruppo di cervelli attorno al primo ministro Benjamin Netanyahu. Accanto a “Mefistofele”, come malignamente su Haaretz è stato definito Amos Gilad, c’è Uzi Arad, dirigente di spicco del Mossad e figlio di un leader sionista imprigionato dai fascisti romeni di Antonescu. E poi Yaakov Amidror, il primo generale con la kippa dei religiosi, e l’analista militare Yoaz Handel, che ha appena pubblicato il report “Iran’s nukes and Israel’s dilemma”. E’ il primo documento sull’attacco preventivo uscito dalla squadra di cervelli del primo ministro. In tutto, scrive Handel, “ci sono 60 obiettivi da colpire in Iran”. Poi c’è l’influenza del “lituano”, Moshe Arens, ex ministro della Difesa ma per la stampa “l’uomo che ha inventato Netanyahu” (il padre dell’attuale premier, il professore di storia Ben Zion Netanyahu, fece da testimone di nozze ad Arens). La “dottrina Arens” sull’Iran si basa sul timore che Israele perda quel potere di deterrenza faticosamente conquistato con la costruzione della centrale nucleare di Dimona e con la smagliante vittoria nella Guerra dei sei giorni. Da allora il deterrente si è già eroso per la sofferta guerra del Kippur (1973), per l’acquiescenza mostrata nella prima Guerra del Golfo e per la sconfitta subita da Hezbollah nel 2006. Nel sostenere lo strike contro l’Iran, Arens dice che Israele non deve commettere nuovamente l’errore del 1991, quando aspettò che il tiranno iracheno lanciasse quaranta missili su Tel Aviv. “Fu la prima volta che il paese porse l’altra guancia”, ha ricordato Arens, all’epoca era ministro della Difesa. “Non scherzate di nuovo con Israele”. L’elaborazione strategica dello strike è avvenuta però al di fuori dell’attuale governo Netanyahu. Dieci anni fa Israele chiese a un gruppo di accademici e studiosi di formulare la dottrina dell’attacco preventivo. E’ il “Progetto Daniele”, dal nome del profeta biblico. Costituisce la giustificazione strategica per l’eventuale attacco ordinato dal primo ministro Netanyahu. Del gruppo hanno fatto parte, tra gli altri, l’ingegnere atomico israeliano Naaman Belkind, il generale della riserva Isaac Ben Israel e il colonnello dell’aviazione Yoash Tsiddon-Chatto. Il Foglio è a colloquio con l’accademico che ha scritto il “Progetto Daniele”, Louis René Beres, uno dei massimi esperti mondiali di genocidio all’Università americana di Perdue. “La deterrenza nucleare funziona soltanto fra attori razionali”, ci dice Beres. “Noi del ‘Progetto Daniele’ per primi abbiamo spiegato che l’‘equilibrio del terrore’ non funziona con Teheran. Per Israele non difendersi preventivamente da un dichiarato nemico esistenziale – ovvero consentire a un regime islamico apocalittico di diventare nucleare – sarebbe suicida. Mutuando da Thomas Hobbes, nessuno stato ha il diritto di suicidarsi e lo studioso di diritto Ugo Grozio nel 1625 ha scritto che la vita innocente deve essere protetta. Quando i leader iraniani proclamano di credere nell’apocalisse sciita, misure difensive vanno considerate a Gerusalemme. L’Iran sta finalizzando la costruzione di armi atomiche e il regime dichiara che serviranno a creare ‘un mondo senza sionismo’. L’Iran può diventare, letteralmente, uno ‘stato suicida’. Noi del ‘Progetto Daniele’ abbiamo spiegato ai primi ministri israeliani che Israele potrebbe fronteggiare un attentatore suicida macroscopico, uno stato che agisce senza pensare alle conseguenze. Un nemico che potrebbe lanciare armi di distruzione di massa contro Israele sapendo molto bene che ci sarebbero delle rappresaglie. La conclusione di questo scenario è che Israele resterebbe paralizzato dall’irrazionalità del nemico e che quindi l’unica alternativa è l’attacco preventivo”. Beres concorda con l’analisi su Newsweek di Niall Ferguson che Israele si trova di fronte a una nuova possibile guerra dei Sei giorni. “Lo stato ebraico nel 1967 optò per un attacco preventivo”, ci dice Beres. “La legge internazionale non è un patto suicida e include il diritto inerente degli stati all’autodifesa. Lo strike preventivo avrebbe un costo molto alto. Ma quali sono le alternative? Le sanzioni economiche, la guerra cibernetica, gli omicidi mirati possono ritardare la costruzione di armi nucleari atomiche, ma non possono fermarle. Di fronte a un primo colpo da parte dell’Iran su un paese della grandezza del New Jersey, qualcosa che significherebbe la scomparsa d’Israele, abbiamo il diritto a una difesa preventiva”. Oggi lo strike appare come una bandiera della destra israeliana, ma è stata formulata da uno dei padri nobili della sinistra ebraica. E’ il professor Asa Kasher, docente di Filosofia etica all’Università di Tel Aviv, l’uomo senza uniforme, il professore che siede tra i generali di Tsahal e che per due anni ha lavorato al documento che ha definito l’etica dell’esercito israeliano. Si chiama Tohar HaNeshek (“purezza delle armi”), significa usare le armi secondo regole morali. Il testo venne duramente criticato dalla destra israeliana per bocca dell’ex capo di stato maggiore Rafael Eitan: “Si tratta di fesserie che possono solo demoralizzare l’esercito, non ci sono armi pure, perché sono uno strumento per uccidere”. Eppure l’allora chief of staff Ehud Barak e il suo primo ministro, Yitzhak Rabin, abbracciarono il documento che da allora è diventato la base morale dell’esercito più agguerrito e peculiare al mondo. Kasher, considerato vicino al partito di estrema sinistra Meretz, è per tutti “the moralist”. Il professore oggi è a colloquio con il Foglio sull’Iran. “La giustificazione di un attacco preventivo israeliano poggia sulla dottrina della ‘guerra giusta’ e sullo spirito della legge internazionale”. Ci sono alcune condizioni per lo strike. “Una buona causa: generalmente soltanto l’autodifesa è considerata una buona causa. Nel caso dell’Iran, non c’è dubbio che sia un nemico aggressivo di Israele, è dietro a Hamas e Hezbollah e ha dichiarato apertamente di voler eliminare Israele. Una ostilità resa evidente anche dalla ripetuta negazione della Shoah da parte del presidente iraniano. Generalmente l’autodifesa è legata a un pericolo imminente. Nel caso dell’Iran, riferito alla sua capacità atomica e al desiderio di eliminare Israele, il pericolo imminente non è il lancio di testate atomiche, ma la capacità di farlo. Un attacco preventivo è quindi giustificato”. Poi ci sono le possibilità di vittoria: “Le operazioni militari coinvolgono perdite da entrambe le parti, quindi devono avvenire non come gesti simbolici. Se la capacità iraniana di produrre l’atomica rimanesse intatta, lo strike sarebbe simbolico e non giustificabile. Se invece il danno è ingente o viene posticipato il programma, l’autodifesa è giustificabile”. Lo strike deve essere, dice Kasher, l’ultima risorsa: “Poiché il conflitto militare causa delle calamità, deve essere evitato se il problema alla radice può essere risolto con altri mezzi. Le sanzioni sono uno di questi, ma se falliscono lo strike militare è giustificabile”. Ci deve essere, infine, la proporzionalità: “Noi siamo responsabili della vita dei cittadini israeliani, così come il Canada è responsabile dei cittadini canadesi. E’ tutto. Non c’è un governo mondiale responsabile, ci sono stati con proprie responsabilità. Poiché in gioco c’è l’esistenza d’Israele e la vita dei suoi cittadini, non c’è dubbio che un attacco militare all’Iran sarebbe proporzionato. Non esiste paragone più alto. I miei genitori sono arrivati qui prima dell’Olocausto, ma mia moglie è una sopravvissuta. Quale lezione possiamo trarre dalla guerra? Che non faremo affidamento su nessun altro quando si tratta di proteggere i nostri cittadini. E anche se i nostri nemici dovessero portare dei bambini sui tetti delle case per spararci addosso, non capitoleremo. E’ tragico, ma non molliamo”. L’idea dello strike è sposata anche dal filosofo morale Moshe Halbertal, l’allievo di Michael Walzer che ha collaborato al manuale di comportamento delle forze di difesa d’Israele: “Ci potrebbe essere una situazione in cui l’unico modo per prevenire un attacco nucleare contro Israele sarà quello di distruggere lo stato iraniano. Con questo voglio dire distruggere la sua capacità di agire come uno stato. Non è Hiroshima o Nagasaki. Ma sarebbe volto a distruggere laboratori nucleari, fabbriche, i reattori e tutto ciò che hanno. L’apparato statale che è necessario per ordinare e formare una cosa simile”. Martedì il quotidiano Yedioth Ahronoth ha rivelato che i diplomatici di stanza a Tel Aviv e Gerusalemme hanno appena chiesto al governo israeliano di dotare anche le loro famiglie di maschere antigas. E’ già pronto anche un piano di evacuazione. Ieri l’Alef, il sito web iraniano vicino all’ayatollah Ali Khamenei ripreso dalla Fars News Agency, ha pubblicato la giustificazione iraniana per l’eventuale attacco a Israele, definito “materiale corrotto”. Si cita l’ultimo censimento israeliano, secondo cui il sessanta percento della popolazione risiede fra Tel Aviv e Haifa. Scrive l’analista Alireza Forghani che un solo missile Shahab 3 è in grado di eliminare il “cancro”. Sulla costa israeliana, vive un terzo della popolazione ebraica mondiale.

Difendiamo la libertà di opinione! sterminiamo gli integralismi(ti)


Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/02/2012, a pag. 50, l'articolo di Viviana Mazza dal titolo " Anche la fatwa cinguetta su Twitter ma i social media non vanno censurati ".

                                   Hamza Kashgari
Un ventitreenne saudita ha usato Twitter per esprimere le sue idee, come fanno moltissimi suoi coetanei nel mondo. Nel suo caso, però, riguardavano Maometto. E ora rischia la pena di morte. Hamza Kashgari, scrittore e giornalista, ha «twittato» rivolgendosi al Profeta: «Nel giorno della tua nascita, dirò che ho amato alcuni tuoi aspetti, ne ho odiati altri e diversi non li ho capiti». In poche ore, sui social media è esplosa la rabbia: accuse di blasfemia, minacce, taglie sulla sua testa, «fatwe» dei religiosi via Twitter e YouTube. Hamza è fuggito in Malesia ma è stato catturato, estradato, e sarà processato. Aveva creduto che il sito di micro-blogging gli potesse permettere una maggiore libertà di espressione rispetto ai giornali del Regno. Non ha funzionato. Come lui, diversi suoi amici, dopo l'episodio hanno cancellato il proprio profilo. Ma la colpa non è di Twitter. Né il caso dovrebbe alimentare idee di censura, come quelle di David Cameron dopo i disordini di Londra.
Il problema, come dice da anni lo studioso di new media Evgeny Morozov, sono le visioni rosee che ignorano gli aspetti negativi della Rete. Le visioni rosee spingono a commettere errori. Gli attivisti liberal non sono gli unici a usare le nuove tecnologie: ad esempio, in Arabia Saudita dopo la resistenza iniziale, i religiosi e i loro seguaci hanno abbracciato le chat e YouTube per fare proseliti e, su Twitter, secondo alcune stime, sono loro i più seguiti (anche se solo l'1% degli abitanti twitta). I conservatori monitorano i rivali, pronti a usare le loro stesse parole per colpirli, e lo fanno pure i governi autoritari che infiltrano questi spazi. Hamza era cresciuto in un ambiente conservatore e si era «aperto all'umanità» dopo aver abbracciato il web, dicono gli amici. L'apertura a volte spinge a dimenticare i tabù.
Resta il fatto che strumenti come Twitter sono vitali in Paesi dove lo Stato controlla i media: possono essere usati per ottenere e diffondere informazioni, creare rapporti, mobilitare la gente. Dare la colpa a Twitter vuol dire darla vinta proprio a chi cerca di scoraggiare l'uso di questi «spazi aperti».

mercoledì 8 febbraio 2012

Storia di un mito...DAGAN

Israele: Meir Dagan, la spia che venne dal freddo

    Meir Dagan, 65 anni, nato in Siberia, a capo del Mossad dal 2002 (Yonathan Weitzman/Reuters)
    Meir Dagan, 65 anni, nato in Siberia, a capo del Mossad dal 2002 (Yonathan Weitzman/Reuters)
    di Pino Buongiorno con Renato Coen - da Gerusalemme
    Da Tel Aviv, aeroporto Ben Gurion, a Roma Fiumicino con un volo El Al, classe economica. Da qui, dopo un’attesa passata a gironzolare fra i duty free shop e il bar-ristorante che prepara panini e pizze, a Dubai con un Boeing 777 della compagnia Emirates. Solo 19 ore all’appuntamento con la preda, fissato per le 20.30 del 19 gennaio, fuso orario degli Emirati Arabi Uniti.
    Sono passati dall’aeroporto Leonardo da Vinci tre membri del commando del Mossad, individuati dalla polizia di Dubai attraverso le telecamere a circuito chiuso dopo l’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh, 49 anni, originario del campo profughi di Jabalya, il principale procacciatore di razzi e missili del gruppo Hamas. La polizia italiana ha impiegato non più di mezz’ora per confermare alle autorità degli Emirati la notizia.
    Ma nessuno dei tre ha usato un passaporto italiano. Come pure nessuno degli altri 15 componenti, fra cui due donne, della squadra d’azione denominata Kidon (baionetta), appartenenti alla divisione operativa Cesarea, che, perfettamente truccati, hanno presentato ai servizi di frontiera passaporti britannici (otto), irlandesi, tedeschi e francesi. Al comando di un brigadiere generale del sesto dipartimento del Mossad (quello delle operazioni speciali), si sono divisi in quattro gruppi da quattro. Il primo incaricato di individuare l’obiettivo e di seguirlo passo passo.
    Il secondo di predisporre gli strumenti tecnologici necessari: dall’intercettazione delle telefonate alla copia della chiave elettronica della camera d’albergo. Il terzo delle comunicazioni con sim austriache e il quarto di organizzare la fuga dal luogo del delitto. I due rimanenti agenti della cellula Kidon si sono incaricati di iniettare un potente veleno che ha stroncato il cuore del comandante palestinese, da tempo nel mirino del Mossad per i suoi contatti con i pasdaran iraniani che gli vendevano armi.
    È stata un’esecuzione nello stile del Mossad, secondo gli esperti israeliani e internazionali, contro gli obiettivi di una lunga lista che si rinnova settimana dopo settimana: i capi palestinesi delle organizzazioni estremiste di Hamas e della Jihad islamica, i leader politici e militari del movimento libanese Hezbollah, gli scienziati nucleari iraniani e i generali dei pasdaran o del Mukhabarat siriano (il servizio segreto di Damasco). Mai alcuna ammissione di responsabilità, ma nemmeno un inverosimile diniego.
    Sempre e solo la formula classica: «Non ci sono prove che possano incolpare Israele» come ha ripetuto, un mese dopo l’omicidio, anche il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ai colleghi dell’Ue che lo hanno convocato a Bruxelles per protestare contro l’uso di passaporti europei con l’identità rubata a normali cittadini israeliani dalla doppia nazionalità.
    C’è chi crede che la missione a Dubai sia stata un mezzo fallimento perché gli agenti sono stati immortalati dalle telecamere, ma chi si nascondeva davvero dietro quei volti? Qualcuno potrà mai individuare i membri del commando? Nel frattempo, comunque, l’obiettivo è stato eliminato. E gli agenti sono tornati a casa sani e salvi. Ci sarebbe da festeggiare. Tuttavia, chiuso nel suo modesto ufficio nel quartier generale del Mossad, su un colle alla periferia nord di Tel Aviv, Meir Dagan, 65 anni, il decimo direttore nella storia del servizio segreto estero dello stato d’Israele (fondato nel 1948), non ha festeggiato il successo dell’operazione di Dubai. Com’è sua abitudine fin da quando fu nominato nell’agosto del 2002 dal suo mentore, l’ex premier Ariel Sharon.
    Pipa in mano, ha solo alzato lo sguardo verso una vecchia foto in bianco e nero che campeggia dietro la scrivania. È quella di suo nonno, ebreo russo, rinchiuso in un campo di concentramento, sotto la minaccia di un fucile puntato da un ufficiale delle Ss. «Dobbiamo essere forti, usare il cervello e difendere noi stessi in modo tale che l’Olocausto non si possa mai più ripetere» ha giurato per l’ennesima volta, secondo quello che riferiscono i collaboratori più fidati.
    In Israele, per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, Dagan, di cui si conoscono tre passioni (la cucina italiana, la pittura e la lotta mortale contro i terroristi), è un eroe: «l’uomo con il coltello fra i denti» secondo la definizione affibbiatagli dal suo ex compagno d’armi Sharon. Pochi osano criticarlo per i metodi brutali che continua a usare e che, di volta in volta, provocano contraccolpi diplomatici al governo di Gerusalemme. Ma nessuno dei primi ministri che si sono succeduti (da Sharon a Ehud Olmert, fino a Benjamin Netanyahu) lo ha mai contraddetto. Lo stesso Netanyahu ha avallato, secondo la prassi consolidata, la campagna di omicidi mirati rinnovando ancora l’incarico a Dagan, che si avvia a battere tutti i record di permanenza al vertice del Mossad.
    Chi lo conosce bene, come Yossi Melman, l’esperto di sicurezza nazionale del quotidiano Haaretz, tenta invece di sfatare il mito: «Dagan non è assolutamente un superman o un assassino impietoso» dichiara il giornalista israeliano a Panorama. «È un uomo assolutamente normale. Anzi, è alquanto banale e non è nemmeno un genio dei servizi segreti. È certamente vero che è un tipo duro e molto creativo. Ma non ha rivoluzionato il Mossad: ha impiegato ben tre anni per capire bene come dovesse agire e per abituarsi a comandare una macchina così imponente. Poi è riuscito a passare all’azione ottenendo anche ottimi risultati».
    È uno di quei boss che o si amano o si detestano. Sotto la sua direzione 200 fra alti funzionari (tra cui il numero due dell’agenzia spionistica) e semplici agenti operativi (katsas) si sono dimessi per incompatibilità di carattere. Di contro, tutti gli altri 1.200, di cui un terzo donne, alle sue dipendenze lo venerano pur sapendo di dover dare molto e pretendere assai poco. L’unico metro di giudizio è l’efficienza. «Da quando dirige l’istituzione, Dagan ha rinnovato l’aura che circonda il Mossad in tutto il Medio Oriente» ha detto di lui Alon Ben David, un ex analista dell’intelligence israeliana, commentando alla radio militare le ultime imprese.
    In questi ultimi otto anni non ci sono stati clamorosi fallimenti, come quello che provocò le dimissioni del maggiore generale Danny Yatom nel 1997 dopo il tentato omicidio di un altro obiettivo eccellente: il capo politico di Hamas, Khaled Meshaal, avvelenato ad Amman da due «baionette» israeliane, poi catturate dalla polizia giordana. In cambio della loro liberazione, una donna del Mossad volò nella capitale della Giordania per iniettare a Meshaal l’antidoto. Né c’è stato l’immobilismo operativo che ha caratterizzato la gestione del «British» Ephraim Halevy (1998-2002), il quale prediligeva l’intelligence alle operazioni sporche e i cocktail degli ambasciatori alle attività clandestine.
    Il siberiano Meir Dagan, nato nella glaciale Novosibirsk, ha cominciato a reclutare meno analisti e più uomini di mano, di diverse nazionalità, che sono stati infiltrati nei paesi più difficili, come la Siria, secondo il modello delle unità delle forze armate Duvdevanim (ciliegie), costituite su impulso anche di Dagan, 20 anni fa, quando era un generale dell’esercito.
    La sua prima operazione nota è quella che nel settembre 2007 portò alla distruzione del sito nucleare siriano di Deir al-Zour, sulla base di informazioni raccolte da infiltrati del Mossad. Quella più spettacolare è avvenuta nel febbraio 2008 con la decapitazione (nel senso letterale del termine) del comandante in capo dell’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, ucciso dall’esplosione del suo suv Pajero in piena Damasco, all’uscita dal quartier generale dei servizi segreti. Nemmeno sei mesi dopo, un’altra cellula Kidon, venuta dal mare, ha colpito al cuore l’establishment militare siriano.
    Il generale Mohammed Suleiman, considerato il punto di raccordo con il programma nucleare nordcoreano e siriano, si stava rilassando nel giardino della sua villa in riva al Mediterraneo quando è stato ammazzato da un cecchino a bordo di uno yacht che veleggiava di fronte alla residenza.
    Le missioni ad alto rischio non hanno mai scoraggiato Dagan. Da quando il governo israeliano gli ha dato come compito principale quello di ritardare la costruzione della bomba atomica dell’Iran i delitti misteriosi, i rapimenti, le fughe e i sabotaggi a Teheran si susseguono con micidiale determinazione. Nel febbraio 2007 è stato soffocato dal gas, mentre dormiva nel suo letto nella capitale iraniana, il fisico nucleare Ardeshire Hassanpour. Il 12 gennaio di quest’anno un altro scienziato atomico, Massoud Ali Mohammad, è saltato in aria davanti alla sua abitazione. Altri generali dei pasdaran sono morti in circostanze mai accertate a bordo di pulmini o di elicotteri esplosi.
    Non meno puntuali sono stati i colpi messi a segno in Svizzera e in Germania, dove gli 007 del Mossad, con la collaborazione della Cia, hanno agganciato trafficanti di armi e li hanno convinti a sabotare le spedizioni di materiali ultrasofisticati destinati ai progetti nucleari degli ayatollah. «Così gli iraniani hanno perso almeno un paio di anni nella costruzione della bomba» calcola un ispettore dell’agenzia atomica di Vienna.
    Per Dagan è ancora poco. Gli occhi impauriti del nonno che vigila alle sue spalle continuano a ricordargli un altro tipo di Olocausto e un’altra generazione di Adolf Hitler.
    • FONTE:Da un aricolo di Mercoledì 3 Marzo 2010http://blog.panorama.it/mondo/2010/03/03/israele-meir-dagan-la-spia-che-venne-dal-freddo/

    Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 08/02/2012, a pag. 1-4, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Mañana, la guerra fantasma di Israele ".
    L'articolo che segue è il secondo di una serie sull'Iran.
    Per leggere il primo, cliccare sul link sottostante
    http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=43251


    Giulio Meotti, la soluzione finale per Ahmadinejad

    Nella strada che costeggia il Mediterraneo, a pochi chilometri da Tel Aviv, c’è un insieme di edifici bianco-grigiastri al di là di una fila di eucaliptus. Lì sorge il monumento ai 400 israeliani caduti servendo nei servizi segreti. Alcuni di loro non hanno neppure una tomba in terra ebraica, sepolti senza nome in qualche sperduto camposanto arabo. Come Eli Cohen, lo 007 che garantì la vittoria nel 1967 e che faceva emozionare Yitzhak Rabin quando ne ricordava la figura: “Eli è un mito, ci siamo tramandati la sua storia da comandante a soldato, da padre in figlio”.
    Eli Kamal, come si faceva chiamare Cohen, divenne amico personale dei generali siriani, venne ammesso a visitare le postazioni sul Golan e dalle colline sul lago di Tiberiade prese nota dei bunker, dei carri armati e dei missili terra aria arrivati da Mosca. Scoperto, Cohen verrà giustiziato in diretta tv. “Morte al sionista”, grida la folla a Damasco mentre il boia gli stringe il cappio intorno al collo e la moglie, da Tel Aviv, assiste allo scempio del corpo del marito. Quando Meir Dagan ha lasciato la guida del Mossad, un anno fa, dopo aver abbracciato le storiche guardie del corpo, non si è portato via soltanto la celebre pipa, ma anche il suo più grande rimpianto, ovvero non aver saputo riportare in patria le spoglie di Cohen. Dopo Issa Harel “il piccolo”, che catturò il gerarca nazista Adolf Eichmann in Argentina, Dagan è stato il più ardito direttore del Mossad, il servizio segreto d’Israele. La sua ossessione, in questi otto anni, è stato il programma atomico dell’Iran, in un crescendo che adesso potrebbe avere come atto finale un blitz aereo.
    Ma a differenza del primo ministro Benjamin Netanyahu, Dagan è contrario allo strike. E’ “la nemesi di Netanyahu”. Un paradosso difficile da comprendere, perché in un paese di duri come Israele, Dagan è il più duro. Nel 1967 Dagan saltò su una mina egiziana e oggi cammina con fatica. Ma quella ferita, disse, “è la prova che ho una spina dorsale”. Quando trent’anni dopo emerse come uno dei possibili capi del Mossad, il Times lo chiamò “il cacciatore di arabi”. Nel 2002 l’allora primo ministro Ariel Sharon, che chiese a Dagan di risollevare un moribondo servizio segreto, disse che la specialità dello 007 consisteva nel “separare un arabo dalla propria testa”. Il “metodo Dagan” sull’Iran, come lo ha ribattezzato il quotidiano Yedioth Ahronoth, consiste nel rafforzamento delle sanzioni e nel fomentare le rivolte interne, ma soprattutto nell’assassinio di scienziati e nel sabotaggio del materiale atomico. Un metodo che va sotto la sigla di “mañana”.
    Si rimanda l’ora X della bomba atomica. Domani e domani e domani… Mañana, appunto. “Una tecnica dilatoria” dice Yaakov Katz, editor militare del Jerusalem Post che sta per pubblicare, assieme allo storico Yoaz Hendel, il libro “Israel versus Iran. The Shadow War”, la guerra fantasma. E’ la guerra di Dagan. La guerra che c’è ma non si vede e colpisce le centrifughe atomiche, i magazzini di fluoruro di uranio, gli scienziati e gli emissari stranieri. “Il piano Dagan è stato un grande successo”, dice al Foglio Ron Ben Yishai, il re dei corrispondenti militari israeliani per Yedioth Ahronoth, che nel 2007 riuscì a visitare, unico giornalista al mondo, il sito nucleare siriano bombardato dall’aviazone israeliana (uno dei successi di Dagan). “Si iniziò a parlare di Iran nel 2000 e si disse che avrebbe avuto la bomba atomica entro tre anni. Ancora non ce l’hanno. Grazie a Dagan.
    I sabotaggi e le uccisioni hanno funzionato. Adesso Dagan pensa che Israele debba procedere secondo l’orologio di Washington, mentre l’orologio di Netanyahu procede più spedito. Ma sia Dagan sia Netanyahu concordano che Israele non accetterà un Iran nucleare, lo stato ebraico sarebbe vittima di una lunga guerra di attrito fra i terroristi nella regione protetti dall’ombrello atomico di Teheran”. Meir Javedanfar, autore del libro sulla “Sfinge Iraniana” e docente a Herzliya, dice al Foglio: “La linea rossa per Dagan è la costruzione della bomba atomica. E’ come se oggi l’Iran avesse tutte le parti della bomba sul tavolo e dovesse ancora decidere di assemblarle. Se alla fine Israele riceverà la ‘luce verde’ dagli americani Netanyahu attaccherà l’Iran. Israele non può aspettare un test iraniano e ci sarà un attacco preventivo”. Sull’ultimo numero di Newsweek anche lo storico di Harvard Niall Ferguson, uno dei maggiori opinion maker al mondo, ha scritto che “Israele e Iran sono alla vigilia di una nuova guerra dei Sei giorni.
    La guerra preventiva è un male minore rispetto all’appeasement”. Dal 13 gennaio 2010, cinque scienziati nucleari iraniani, esperti missilistici e tecnici sono stati uccisi da una mano invisibile. Altri sono morti nei mesi precedenti. L’ultima vittima attribuita a Dagan si chiamava Mostafa Ahmadi Roshan, che dirigeva il nuovo centro a Qom per l’arricchimento dell’uranio. “Possiamo presumere che molti altri esperti dal basso profilo siano stati uccisi”, ci dice Ben Yishai. “E’ un ottimo deterrente per altri scienziati, compresi gli stranieri”. Alcuni giorni fa Dagan ha risposto con un sorrisetto malizioso quando gli è stato chiesto se era stato “Dio” a mettere a segno i sabotaggi in Iran. Il culmine della saga Dagan si celebrò due anni fa, a Dubai, dove una squadra di ventisette agenti del Mossad atterrò con voli di linea provenienti da Roma, Francoforte, Parigi e Zurigo. Erano lì per Mabhouh al Mabhouh, il leader di Hamas il cui nome in codice era “Plasma”. Il team è formato da membri della “Caesarea”, l’élite specializzata in omicidi e penetrazioni in strutture straniere. Non hanno un indirizzo di lavoro, non usano i propri nomi e persino le famiglie – tranne i parenti stretti – non sanno cosa fanno. Mabhouh era sulla lista dei “most wanted” fin dagli anni Novanta, quando uccise due soldati israeliani nel Negev. L’unico rimpianto, disse Mahbouh ad al Jazeera, fu di non aver sparato lui stesso in faccia agli israeliani.
    Pochi giorni prima che la squadra entrasse in azione, in un capannone alla periferia di Tel Aviv, la sede del Mossad nota come “Midrasha”, Netanyahu sarebbe arrivato con le sue Audi A6 per incontrare Dagan e gli uomini di Dubai. Il premier avrebbe ascoltato il piano e alla fine dato l’okay: “Il popolo d’Israele conta su di voi. Buona fortuna!”. Mabhouh stava andando a Bandar Abbas, il porto iraniano, per un carico d’armi. Era l’uomo di Hamas in Iran. Per questo nella mente di Dagan, ucciderlo valeva ogni costo, anche l’incredibile video che ha inchiodato gli israeliani.
     http://youtu.be/kzzzTtpo8AY
    E’ un’operazione rischiosa. Nel 1997 Netanyahu ordinò l’uccisione di un altro leader di Hamas, Khaled Meshaal, nelle vie di Damasco. Fu un disastro. Il Mossad gettò un veleno nel suo orecchio, ma senza ucciderlo. Gli agenti furono catturati e per liberarli Gerusalemme consegnò l’antidoto e liberò lo sceicco paralitico di Hamas, Ahmed Yassin. Due anni prima, a Malta, agenti israeliani su ordine di Shimon Peres avevano ucciso Fathi Shkaki, il capo del Jihad islamico, “il Dottore” che aveva inventato la guerra suicida sugli autobus. Mabhouh muore in un hotel a Dubai. Ma il Mossad viene scoperto. Pochi mesi dopo, Dagan è sostituito da Tamir Pardo. Il “siberiano”, come è noto Dagan per esser nato nella glaciale Novosibirsk, nella guerra all’Iran ha reclutato uomini d’azione di diverse nazionalità. Li ha infiltrati nei paesi più difficili, soprattutto in Siria.
    Forse anche in Iran. L’ex capo dell’Unità speciale Saieret Matkal, Amiram Levine, ha detto che Israele può facilmente infiltrare agenti speciali nella Repubblica Islamica: “L’Iran non è al di fuori della nostra portata: ho visto cose più complicate”. Nel settembre 2007 una soffiata di Dagan portò alla distruzione del sito nucleare di Deir al Zour. E’ l’Operazione frutteto. Decisiva sarebbe stata una fotografia che un agente del Mossad ha scattato al sito nucleare. Poi viene decapitato, letteralmente, il comandante dell’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, all’uscita dal quartier generale dei servizi segreti a Damasco. Sei mesi dopo è la volta del generale Mohammed Suleiman, il punto di raccordo con il programma nucleare nordcoreano e iraniano, assassinato mentre si stava rilassando nella sua villa in riva al Mediterraneo da un cecchino a bordo di uno yacht che veleggiava poco lontano. Dagan aveva un suo rito per motivare gli operativi. Li convocava nel proprio ufficio e mostrava loro una fotografia di un ebreo religioso avvolto nello scialle ebraico di preghiera, inginocchiato e con le braccia alzate. Al suo fianco ci sono ufficiali delle SS che gli puntano una pistola alla tempia: “Quest’uomo era mio nonno, Dov Ehrlich”, diceva Dagan. L’uomo verrà ucciso dai nazisti nella città polacca di Lukow. “Guardate questa fotografia”, diceva Dagan agli agenti.
    “Questo vi guidi nell’agire per lo stato d’Israele. Farò tutto ciò che devo per far sì che non accada mai più”. Teheran vuole morto il direttore del Mossad: tre anni fa in Iran sono apparsi manifesti che chiedevano la testa dell’ex direttore del Mossad. E’ la “taglia di Golia”. “La linea Dagan è più conveniente dello strike”, dice Avi Shavit di Haaretz. “La deadline viene posticipata, Israele non cura il cancro, ma ne rinvia l’eruzione. Dagan era come un gran sacerdote, si era arrivati a pensare che fosse onnipotente e che le manomissioni fossero la salvezza. Ma il rapporto dell’Aiea (che ha svelato al mondo l’atomica iraniana, ndr) ha dimostrato che era un’illusione. Dagan ha fatto cose grandiose, ma non ha completato la missione che gli diede Sharon dieci anni fa. Ovvero distruggere i piani nucleari iraniani”. Tutti all’“istituto”, come in Israele si chiama il Mossad, ricordano le parole con cui si presentò Dagan nel 2002: “Siamo come il dottore che inietta il veleno nella camera della morte. Le vostre azioni sono sostenute da tutto Israele. Per voi uccidere non è illegale. Eseguite una sentenza del primo ministro”. Secondo Gordon Thomas, autore di “Gideon’s Spies”, Dagan è l’uomo che conosce i paesi islamici meglio dei rispettivi autocrati. L’Operazione calamita di Dagan ha spazzato via metà dell’élite dei ricercatori nucleari. Di recente è arrivata una dichiarazione da brivido del capo di stato maggiore israeliano, il generale Benny Gantz: “L’Iran deve aspettarsi un numero maggiore di eventi innaturali nel 2012”.
    Dagan ha tratto ispirazione dall’operazione “Spada di Damocle”, con cui nel 1962 agenti del Mossad uccisero scienziati tedeschi che avevano lavorato nella base nazista di Peenemunde e che si erano messi al servizio dell’Egitto per sviluppare l’arsenale in grado di distruggere Israele. L’ex premier Yitzhak Shamir viene assunto dai servizi segreti per eliminare gli scienziati tedeschi. A Monaco sparisce Heinz Krug, che acquista in Europa le materie prime necessarie agli egiziani.
    Di lui non si avranno mai più notizie. Poi una lunga serie di lettere esplosive viene inviata a tecnici tedeschi ed egiziani. Qualcuno la ribattezza operazione “Post Mortem”. A “tagliare la testa del serpente”, il piano del Mossad per fermare gli scienziati iraniani, Dagan ha imparato al fianco di Ariel Sharon, quando assieme spianavano intere aree della Striscia di Gaza per sconfiggere il terrorismo arabo. Dagan, che il giornale egiziano al Ahram ha ribattezzato “Superman”, fondò proprio il reparto “Ciliegia”, Dudevan, il nome agreste per un’unità celeberrima perché composta da militari che si travestono da arabi e operano in profondità nei villaggi di Gaza e Cisgiordania. In ebraico si chiamano “mista’aravim”, ovvero “diventare come gli arabi”. L’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, condusse una simile operazione a Beirut, quando vestito da donna si infiltrò per eliminare un commando palestinese (l’operazione è immortalata nel film “Munich” di Steven Spielberg).
    Il motto dell’unità di Dagan era un celebre discorso che nel 1955 l’allora generale Moshe Dayan fece alle reclute: “Non possiamo proteggere tutti gli acquedotti, né impedire che gli alberi vengano sradicati, né che uccidano i nostri lavoratori nelle piantagioni, né le famiglie nei loro letti, ma possiamo pretendere un prezzo adeguato per il nostro sangue”. Come ha detto il giornalista Emanuel Rosen di Channel Two, “Dagan taglierebbe le gole dei terroristi anche con un apriscatole”. Il suo predecessore, Eprahim Halevy, nipote del filosofo Isaiah Berlin, veniva chiamato “Mr. Cocktail” per la linea di condotta più diplomatica e soft. Nato nel gennaio 1945 su un treno che viaggiava fra la Siberia e la Polonia, già a ventisei anni Dagan è comandante di un’unità militare celebre per “non fare prigionieri”. Dagan avrebbe fondato la politica di assassinio mirato dei terroristi.
    Prima degli iraniani nella “lista” di Dagan ci sono finiti lo sceicco Yassin e Abdel Rantisi, “il medico” capo di Hamas saltato in aria a Gaza, dove Dagan è chiamato “l’angelo della distruzione”. Il celebre 007 se ne andava in giro con in mano un elenco di ricercati e ne spuntava di volta in volta i nomi quando venivano catturati o uccisi. Quando l’allora premier Sharon assegnò a Dagan il dossier nucleare iraniano, il Mossad non doveva più soltanto sorvegliare i programmi atomici, come faceva con Halevy, ma uccidere gli scienziati impegnati nel progetto per la bomba e intervenire nei paesi sospettati di collaborare con l’Iran. Fra le azioni attribuite a Dagan c’è anche il virus Stuxnet, il programma che ha ritardato di due anni i piani iraniani. Esperti informatici di mezzo mondo dicono che c’è soltanto un possibile autore: la celeberrima unità israeliana “otto duecento”. Ne ha scritto Ronen Bergman nel libro “The Secret War with Iran”. L’unità impiega gli israeliani più dotati in matematica e criptoanalisi. Tra i successi dell’unità si ricordano le intercettazioni il primo giorno della guerra del 1967, il colloquio tra Yasser Arafat e i terroristi dell’Achille Lauro nel 1985 e la famosa cattura della Karin A, il mercantile carico di armi iraniane destinate ai palestinesi di Gaza. Di Dagan parliamo con Emily Landau, una delle massime esperte di Iran: “La domanda non è se le sanzioni avranno efficacia, ma se la pressione, fra le sanzioni e i sabotaggi di Dagan, costringerà l’Iran a fermare il nucleare.
    Israele deve far capire all’Iran che ci saranno conseguenze militari. Il regime iraniano è razionale. Ma razionalità non significa ragionevolezza. L’Iran ha scelto razionalmente di non andare ai negoziati perché vuole le armi nucleari. Non abbandonerà il progetto con facilità. La differenza fra Dagan e Netanyahu è sui mezzi per fermare l’Iran”. Secondo gli esperti di intelligence, grazie a Dagan oggi gli scienziati iraniani si sentono perennemente in pericolo. Molti di loro, infatti, vivono nella rete dei siti segreti e sotterranei per la fabbricazione di armi nucleari. Il fisico Ardeshir Hassanpour è ufficialmente morto in seguito ad avvelenamento causato dal guasto di una stufa. Majid Shahriari è saltato in aria con la sua auto, era l’esperto di reazioni nucleari a catena. Erano in cima alla lista del “programma decapitazione” di Dagan. Poi ci sono le esplosioni alle centrifughe.
    Mark Hibbs, esperto iraniano al Carnegie Endowment for international peace, dice che il sabotaggio è noto come “fratricidio”, contagia altre strutture in una spirale. Dice al Foglio Yoel Guzansky, uno dei maggiori analisti israeliani: “E’ possibile ora continuare a rimandare l’orologio nucleare iraniano senza una guerra su larga scala”. Il successore di Dagan, Tamir Pardo, può contare su agenti, per dirla con lo 007 siberiano, “di tale potenza da far maledire ai nemici il giorno in cui sono nati”. “Ma in Israele è in corso un dibattito sulle operazioni clandestine”, spiega Ronen Bergman, che sta scrivendo un libro sul Mossad. “C’è chi sostiene che in queste operazioni ci sia un momento culminante e che nel caso dell’Iran sia già stato superato. Il programma di Teheran è andato avanti e gli iraniani sono consapevoli degli sforzi stranieri per ostacolarlo. Il punto è quale obiettivo vogliamo raggiungere: vincere una battaglia o la guerra?”.
    Mentre scriviamo un sottomarino israeliano con missili Popeye Turbo a testata nucleare sarebbe già dislocato fra l’arcipelago di Dahlak, di fronte all’Eritrea, e le acque al largo dello Sri Lanka. Dalle pendici israeliane del Keren “Blue Eyes”, il più occhiuto sistema satellitare che spii gli ayatollah, con quindici minuti d’anticipo si accorge se qualcosa s’alza da qualsiasi angolo dell’Iran. Il giornale Yedioth Ahronoth racconta di un rifugio antiatomico alle porte di Gerusalemme, una cittadella sotterranea dove troverà rifugio, se arrivasse il fatidico giorno, chi governa il paese. Il tunnel, lungo due chilometri e alto una decina di metri, sfocia in un’enorme caverna. Il “day after” d’Israele è già iniziato.

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