guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

lunedì 18 ottobre 2010

L'europa nel suo piccolo si incazza...



di
Fiamma Nirenstein 18 Ottobre 2010
Il discorso della Cancelliera tedesca Angela Merkel sul modello multicultura­le fallito, non è una resa, ma una sfida. Una bella sfida nella forma non di uno squillo di tromba, ma di un pacato richia­mo al buon senso.
Di certo la Cancellie­ra, per come la si conosce, liberale e mo­derata, non intende con la sua uscita ten­tare di chiudere le porte della Germania o dell'Europa; né sarebbe possibile bloc­care d'un tratto l'immigrazione e più in generale quei processi di globalizzazio­ne che sono parte del mondo attuale, del nostro mondo. Ma proprio la sua fac­cia tondeggiante eppure dura, i suoi mo­di di usuale cortesia che ci propongono la questione in maniera urbana, il suo mettere avanti la preoccupazione dei giovani da qualificare per un degno lavo­ro, i nostri ragazzi che non sanno che fa­re di se stessi; il parlare del disagio bibli­co della babele di un mondo in cui i tuoi vicini di casa non hanno idea della tua lingua; il disegnare ghetti alieni e total­mente diversi l'uno dall'altro, nazionali­tà per nazionalità, dove quasi non ci si pone affatto il problema di integrarsi, ma solo quello della sopravvivenza e della chiusa conservazione di se stessi, identificata con quella della propria cultura... tutto questo riesce a focalizzare il problema meglio di tante analisi sociologiche.
E ci dice che certe culture molto spesso non hanno nessuna intenzione di mescolarsi con la nostra, qualsiasi sia il nostro atteggiamento, con la migliore buona volontà. Parigi è ormai una città dove più di 200mila persone vivono in famiglie dove si pratica la poligamia, in Italia trentamila donne sono state sottoposte a mutilazione sessuale, i tribunali islamici, una novantina solo a Londra, comminano pene impensabili. Proprio lei, l'Angela, ha qualche speranza di proporre il problema proprio perché non usa i toni di Gert Wilder, che pure ha buone ragioni ma che viene respinto dall'opinione pubblica politically correct.
La cancelliera può porre il problema come forse l'avrebbe posto Alexis de Tocqueville: nel 1830 come si sa egli propose al nostro mondo una descrizione acuta e stupita di chi vede per la prima volta in America ruotare all'impazzata un universo molto veloce fatto del mosaico policromo in cui schizzano tutte intorno le tessere che stanno creando una società liberale e democratica. L'avidità, la capacità, la volontà: ma anche lo spirito comune. Torme di uomini che venivano da tanto lontano alla costa della Nuova Inghilterra, dice Tocqueville, presto forgiarono un linguaggio uniforme sulla base della comune lingua inglese, tutti volevano far valere l'educazione, il fatto di appartenere alle classi agiate della loro madrepatria, tutti pur nel bisogno, sulla terra vasta e selvaggia, affrontavano la novità con la convinzione di farlo anche in nome di un'idea, basilarmente quella dei pellegrini puritani.
"La passione inquieta e ardente", "L'avidità verso l'immensa preda" non dimenticò di far fiorire le associazioni civili, i giornali, le poste. Tutto questo insieme di circostanze puntava in una direzione sola: l'invenzione della democrazia. È qui, e non tanto nel fattore linguistico oggi più facilmente affrontabile con i computer e i mezzi di comunicazione di massa, che ha completamente fallito il nostro modo di guardare all'immigrazione. Ci siamo innamorati dei colori e dei costumi, abbiamo pensato che l'intrinseca bellezza di vedere un bambino scuro e uno chiaro insieme magari sorridenti di fronte all'illusoria macchina fotografica degli United Colors of Benetton rispecchiasse un'aspirazione comune, quella della vita in comune non ovunque, ma da noi: nella democrazia. È questo ultimo termine che è spesso distante e percepito come ostile dalle culture che ospitiamo.
Noi siamo forti: la cultura democratica nostrana ha divorato, per esempio, la nostra cultura contadina degli anni ’60, con quel "genocidio culturale" di cui parlava Pasolini. Ma si trattava della stessa cultura bianca, la stessa mamma, lo stesso cibo, gli stessi costumi sessuali, con piccole trasformazioni apparenti. Invece, nella globalizzazione che avviene nella odierna società democratica ci sono dei corpi i cui odori, sapori, colori sono totalmente diversi, distanti, e soprattutto non gli piacciamo affatto: della democrazia non ne vogliono proprio sentir parlare, non gli interessa, non l'hanno mai vista a casa loro, non si capisce perché dovrebbero conformarsi alle sue regole di cui la maggiore è quella della libertà individuale.
Proprio il contrario di quello che indica per esempio l'Islam come bene supremo. Altre sono le loro regole, non quelle della democrazia. In Germania, terra della Merkel, un'avvocatessa di Berlino che è stata pestata con la sua cliente musulmana che voleva divorziare, ha subito un'aggressione anche nel metrò e ha dovuto chiudere lo studio. Sempre in Germania, l' Idomeneo di Mozart è stato cancellato per minacce islamiste; il direttore del quotidiano Die Welt Roger Koppel ha fermato per pura fortuna la mano di un giovane musulmano che stava per pugnalarlo nel suo ufficio. In Germania, in Inghilterra, in Francia non si riescono più a rintracciare le "ragazze scomparse", divenute schiave in seguito a matrimoni combinati. A Stoccolma è di gran moda, ha scritto Giulio Meotti, una t-shirt che i ragazzi musulmani indossano: porta la scritta "2030 poi prendiamo il controllo". Sono solo episodi. È la democrazia, stupido.
Quando siamo di fronte a una cultura come quella islamica, ci sono delle forme di irriducibilità che investono questioni legali e morali che hanno sfumature diverse. Per noi "immigrazione" è una parola sacra, infarcita di sensi di colpa, di generosità, di religione e di memoria liberal o di sinistra. Ma anche democrazia è una parola sacra, prima ancora di vivibilità, che pure la gente che vive nei quartieri adiacenti quelli di immigrazione legittimamente pone. Il nodo è tutto là. Forse la Merkel, da democratica tedesca, europeista, borghese, complessata e timida come sa esserlo ogni tedesco colto, ce l'ha fatta a sollevare la questione.
(Tratto da Il Giornale)

domenica 17 ottobre 2010

Il mondo dei sogni è meraviglioso....

... confonderlo con la realtà è pericoloso.



a sin, in alto: Angela Merkel, Thilo Sarrazin
in basso una vignetta per riflettere

BERLINO
I conservatori tedeschi seppelliscono l'idea del multiculturalismo. E a officiare la cerimonia è la cancelliera in persona. «L'approccio multiculturale è fallito, completamente fallito», ha detto ieri Angela Merkel, abbandonando per un attimo la sua tradizionale cautela verbale. In passato abbiamo chiesto agli immigrati troppo poco, è giusto pretendere che imparino il tedesco, ha scandito a Potsdam davanti i giovani della Cdu/Csu. L'Islam, comunque, è una parte integrante della Germania, ha corretto il tiro Frau Merkel, ripetendo una discussa frase del presidente federale Christian Wulff.
«Il multiculturalismo è morto», aveva detto venerdì sera Horst Seehofer, leader della Csu (il partito bavarese gemello della Cdu). «Noi ci schieriamo a favore della cultura predominante tedesca e contro il multiculturalismo», aveva aggiunto, ripescando un termine - Leitkultur, cultura predominante - apparso nel dibattito politico tedesco dieci anni fa.
La Germania discute animatamente di integrazione da fine agosto, da quando, cioè, è uscito un provocatorio libro scritto dall'ex banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin. A ravvivare il dibattito ci hanno pensato nei giorni scorsi prima le frasi di Seehofer, che ha chiesto di sospendere l'arrivo di nuovi immigrati dalla Turchia e dal mondo arabo, poi i risultati di due studi: per il primo quasi il 60% dei tedeschi vorrebbe limitare l'esercizio della libertà di religione dei musulmani; per il secondo circa il 41% dei giovani turchi auspica di dividere il pianerottolo con un tedesco, mentre meno del 10% dei giovani tedeschi vorrebbe un vicino turco.
La folta comunità turca in Germania teme che la situazione possa sfuggire di mano: «Ho paura, da settimane mi minacciano dicendomi che sono uno straniero di merda, sebbene io sia un cittadino tedesco - ha raccontato alla «Welt» Kenan Kolat, presidente della comunità turca in Germania - È come all'inizio degli Anni 90 col dibattito sul diritto d'asilo, poco dopo ci furono degli incendi».
Qualcosa, in realtà, nel frattempo è cambiato: la Germania non è più un Paese di immigrazione, ma di emigrazione. Nel 2009 hanno lasciato la Repubblica federale 734.000 persone, mentre 721.000 vi sono emigrate; i turchi che hanno abbandonato la Germania sono stati 10.000 in più rispetto a quelli che vi sono arrivati. Il che sembra paradossale, visti i toni dell'attuale dibattito, che si spiega anche con ragioni politiche. La Cdu, ma soprattutto la Csu di Seehofer, tentano di recuperare l'elettorato conservatore, deluso dal rinnovamento imposto da un'Angela Merkel su cui si moltiplicano le indiscrezioni: da giorni girano voci secondo cui, se a marzo la Cdu dovesse crollare alle regionali in Baden-Württemberg, Merkel potrebbe farsi da parte e lasciare la cancelleria al ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che parla però di idea «bizzarra».
Il presidente turco Abdullah Gül ha provato ad abbassare i toni, invitando i suoi connazionali in Germania a imparare il tedesco «correntemente e senza accento». Il dibattito, però, prosegue. «La Germania non è un Paese d'immigrazione» e bisogna evitare che la carenza di personale altamente qualificato diventi un pretesto per «un'immigrazione incontrollata», ha rilanciato Seehofer in un piano in sette punti sull'integrazione. Le sue parole suonano tutt'altro che nuove. «L'integrazione è possibile solo se il numero degli stranieri che vivono da noi non continuerà a crescere; bisogna evitare un'immigrazione illimitata e incontrollata». Parola di Helmut Kohl, alla sua prima dichiarazione da cancelliere al Bundestag. Era il 1982.

chiacchiee nucleari e utopie politicanti


"...Quando le centrali saranno pronte, dopo la realizzazione del Ponte sullo Stretto, la chiusura dei lavori sulla Salerno-Reggio Calabria, la ricostruzione de L’Aquila e l’istituzione di carceri speciali per i magistrati non allineati, l’umanità sarà estinta. E a Veronesi, che è un meraviglioso vegetariano immortale, toccherà solo tirare giù la saracinesca di un’Agenzia che per secoli non ha avuto di cosa occuparsi."

Guarda bimbo mio ..un politico siciliano...


di Salvo Ficarra e Valentino Picone

«Chi è quell´uomo circondato da tutta quella gente?», chiese il bambino. E l´adulto rispose: «Quello? Un politico siciliano molto importante». E il bambino: «Che cos´è un politico siciliano?». Allora l´adulto cominciò: «Il politico siciliano è una persona che viene scelta da noi siciliani per far funzionare al meglio le cose. Si occupa di costruire le scuole, gli ospedali, le strade, di mantenere pulite le città, di fare funzionare gli autobus� Il politico siciliano è un uomo che mette al servizio della comunità il suo tempo e le sue capacità per fare andare tutto per il verso giusto».Il bambino ascoltava in silenzio e l´adulto continuò: «Il politico siciliano quasi sempre si muove in gruppo, veste elegante e scivola tra la gente, compiaciuto e disinvolto. Elargisce strette di mano, distribuisce speranze, regala conforto e ride. Ride sempre! Il politico siciliano ride a tutti. Ascolta tutti. Parla con tutti ma di tutti sinni futti!Il politico siciliano vive nei palazzi della politica, e da lì tutto controlla. Il politico siciliano è un essere mitologico, metà uomo e metà poltrona. Il politico siciliano si occupa della cosa pubblica sistemando prima di tutto le cose private. Il politico siciliano di mestiere fa il politico, e lo fa per tutta la vita. Il politico siciliano non ha idee ma strategie; non pensa ma calcola; non governa ma gestisce. Il politico siciliano è il nuovo filosofo del terzo millennio che, con la lanterna, ogni giorno cerca voti. Il politico siciliano, infatti, si nutre di voti, prediligendo quelli delle classi meno abbienti. Il politico siciliano è sempre in campagna elettorale. I suoi, però, non sono elettori ma clienti. Il politico siciliano sistema le persone con la stessa cura con cui si sistemano gli oggetti, cosicché, quando gli servono, sa dove trovarli. Il politico siciliano è un fungo rarissimo e raffinatissimo che riesce a rimanere attaccato al voto di un precario per un periodo di tempo lunghissimo.Il politico siciliano è tascio! O zauddu, come dicono a Catania. Però il politico siciliano non è un tascio classicamente inteso, ma un tascio che si è evoluto col tempo. Il tascio, classicamente inteso, è caratterizzato da tre inequivocabili elementi: la Punto Abarth con alettone e led retroilluminati, modello Supercar; l´adesivo dell´asso di mazze appiccicato sul portabagagli; e lo stereo a tutto volume. Il politico siciliano, invece: al posto della Punto c´ha l´auto blu, al posto dell´asso c´ha lo stemma «Regione siciliana», e al posto dello stereo c´ha la sirena a tutto volume. Ma� sempre tascio è! L´unica cosa che accomuna le due tipologie di tascio è che entrambi se ne vanno sgommando!Il politico siciliano è un esperto giocatore: meticoloso nel fare alleanze, sfrontato nel romperle e velocissimo a passare da una parte all´altra. Il politico siciliano cambia colore in continuazione, si mimetizza con disinvoltura, pazienta se c´è da pazientare, attende se c´è da attendere, ma, una volta individuato il carro del vincitore, ci sale sopra con balzi fulminei.Il politico siciliano è un animale di razza. Sa essere falco, ma sa essere anche colomba; conosce cani e porci; e non disdegna l´amicizia dei pidocchi semplici, pur essendo ormai un pidocchio arrinisciutu. Il politico siciliano è un enorme elefante che ama nutrirsi dei parassiti che lo circondano, non ha paura dei topolini, ma ha terrore delle cimici. Il politico siciliano è un po´ sfortunatello. Capita sempre in feste e compleanni di gente che poi puntualmente arrestano.Il politico siciliano� non è siciliano!Il politico siciliano fa il siciliano di mestiere, ma non gliene frega niente della Sicilia. Il politico siciliano, spesso, parla di cosa pubblica ma pensa a cosa nostra. Il politico siciliano, pensando a cosa nostra, ha fatto diventare pure gli alberi e i fiori di cemento armato. Il politico siciliano, se fosse siciliano, non permetterebbe a quell´altro di costruire una piramide a campata unica tra Messina e Reggio Calabria. Il politico siciliano, se fosse siciliano, non permetterebbe a nessuno di speculare sulla salute dei siciliani. Al politico siciliano dovrebbe essere vietato per legge di pronunciare la parola Sicilia.Il bambino, che aveva ascoltato in silenzio tutto il tempo, quando capì che l´uomo aveva finito, chiese: «Ma è una cosa bella o una cosa brutta essere un politico siciliano?». «Questo non lo so — rispose l´adulto — ma è certo che ai siciliani il politico siciliano piace tantissimo». «Ma i politici siciliani sono tutti così?», domandò il bambino. «Non tutti — concluse l´adulto — ma sicuramente tutti quelli che in questo momento sa stannu sintennu!». 

Contro l' Hitler dei nostri giorni

Il disco con il proclama di Winston Churchill contro Hitler scala le classifiche americane. Batte le vendite di cantanti famosi come Eminem e Rihanna. Buon segno, l'America pare stia risvegliarsi dal sonno targato Obama.


Obama, ascolta Churchill !

NEW YORK - Avviso al navigante Obama: se vuole tornare a cavalcare l'onda dei consensi, forse gli conviene ritirar fuori dai sotterranei della Casa Bianca quel busto di Winston Churchill che George W. Bush aveva piazzato nello Studio Ovale e che lui ha sostituito con Martin Luther King. Mossa sbagliata: proprio adesso che il vecchio Winston è tornato popolarissimo tra quei giovani che Barack spera di riconquistare. Così popolare da finire addirittura in hit parade.

Possibile? Beh, certo, il ritornello non è accattivante e malizioso come quello di "Love the Way you Lie", il tormentone di Eminem e Rihanna, quello che recita impudentemente: "Tu stai lì e mi guardi bruciare/Ma va bene così/Mi fa male ma mi dà piacere". Che volete, erano altri tempi, e il primo ministro d'Inghilterra piuttosto che col problema della violenza domestica doveva vedersela con la violenza che sembrava inarrestabile di un certo Adolf Hitler. Però sentite un po' che versi: "Se noi falliremo/allora l'intero mondo/Stati Uniti inclusi/incluso tutto quello che conosciamo/e a cui vogliamo bene/affonderà nell'abisso/di un nuovo Medio Evo/reso ancora più sinistro/e forse ancora più lungo/dalle luci della scienza pervertita...". Un pistolotto che neppure gli U2 degli anni d'oro avrebbero saputo sfoderare.

E infatti stiamo parlando di "Their Finest Hour", uno dei suoi discorsi più emozionanti e lucidi, 18 giugno 1940, quattro giorni dopo la caduta di Parigi, l'Europa che sembra finire nelle braccia del mostro che avanza e lui, Winston Churchill, che disegna l'Apocalisse da scongiurare. Beh, 70 anni dopo, "Their Finest Hour" batte "Love the Way you Lie", e il vecchio Winnie, con il piccolo aiuto della Banda della Raf, la gloriosa Royal Air Force, nella classifica della sua Inghilterra batte perfino Eminem in coppia con Rihanna.

Il disco si chiama Reach for the Skies e subito, da un lato all'altro dell'Atlantico, è diventato fenomeno. Per la verità la partecipazione speciale dell'illustrissimo premier è limitata a soli due brani, "Their Finest Hour" e "Never in the Field of Human Conflict": il resto è tutta farina della banda militare. Ma a parte il fatto che - insegnano i maghi del marketing - nell'era del digitale e degli mp3 è il singolo, e non l'album, a fare la differenza in classifica, l'interpretazione postuma del grande Winston è davvero notevole. Anche grazie al lavoro di Duncan Stubbs, il comandante della Banda, che ha scelto, per esempio, un brano come "Jerusalem", l'inno che Hubert Parry musicò su un poema di William Blake, per immortalare per esempio "Their Finest Hour".

Così Churchill è diventato il primo primo ministro a finire in hit parade: anche se non certamente il primo a essere, come dicono i dj, "campionato". Qualche altro esempio di grandi nomi in versione pop? Gli amanti del trash italiano ricorderanno l'hainoi irriverentissimo "Wojtyla disco dance" dell'improbabile Freddy The Flying Dutchman & the Sistina Band, anno del Signore 1979. E sempre in casa nostra, e in anni più vicini, sulla musica di "Così parlò Zaratustra", non a caso mixata con quella di "Pinocchio", Daniele Sepe immortalò il discorso del 1994 con cui Silvio Berlusconi difese in Parlamento il suo conflitto d'interessi ("Also Sprach Berluskastra").

Del resto lo stesso Barack Obama, che oggi s'è permesso di cestinare Churchill, era stato campionato dal rapper Will I Am, che aveva trasformato in hit il suo "Yes We Can". Ma allora Barack era ancora un semplice senatore: da quando è in carica, si sa, sono gli altri che gliele cantano.

Uno Stato debole con i forti e forte con i deboli


Il solerte steward n. 135 vuole - anzi ordina di - togliere e consegnare la maglia che mio figlio più grande porta al collo coi colori della sua squadra “per disposizioni”… Mio figlio si vede estirpare la maglia desiderata e tanto amata trattenendo a stento il pianto, io ho l’istinto di dirgli “se la tenga, povero deficiente” poi però mi giro e entrano in 3 con sciarpe di colori cittadini, due maglie di analogo patriottismo, una bandiera col grifo e allora non ci vedo più.

Sono un professionista ligio alle regole e osservante delle leggi ma non ce la faccio più. Chiedo il suo nome per denunciarlo in Procura il giorno dopo per sottrazione e furto ai danni di minore, nel frattempo urlo al vento il mio sdegno (intanto a mio figlio piccolo tolgono il cartoncino col succo di frutta e mi sento come al fronte… dare tutto anche fosse l’ultima volta….) nei confronti di questo stato debole coi forti e forte coi deboli che si accanisce con le persone per bene.

Ho la tessera del tifoso e vorrei sapere se quelle BESTIE nel settore 5 sono accreditati al mio pari con verifica della fedina penale. Scateno un putiferio che attira altre persone per bene che intercedono invocando la riesumazione del buon senso, e alla fine recupero la maglia già con la gola riarsa. I miei bambini sono sotto schock. Poi entro e le BESTIE hanno di tutto, bandiere che bruciano, cesoie, missili terra aria, fumogeni, bombe carta.

Non porterò MAI PIU’ i miei figli a vedere la nazionale perché tutto ciò che rappresenta non merita più, e da un sacco di tempo, il rispetto della gente per bene come noi,e che se la vadano a vedere solo quelli che mettono a ferro e fuoco una città e per questo vengono poi scortati, come i cardinali sulla gestatoria, bellamente dentro allo stadio a delinquere come meglio credono. Loro entrano con la maglia che vogliono. Cordialmente nauseato dal paese in cui vivo

Alberto Zucchi

GUERRA! Channel