guerra all'italico declino

FEDERALISMO; necessità italica di DITTATURA CORRETTIVA a tempo determinato per eliminazione corruzione, storture e mafie; GIUSTIZIA punitiva e certezza della pena; LIBERISMO nel mercato; RICERCA/SVILUPPO INNOVAZIONE contro la inutile stabilità che è solo immobilismo; MERCATO DEL LAVORO LIBERO e basato su Meritocrazia e Produttività; Difesa dei Valori di LIBERTA', ANTIDOGMATISMO, LAICITA' ;ISRAELE nella UE come primo baluardo di LIBERTA'dalle invasioni. CULTURA ED ARTE come stimolo di creatività e idee; ITALIAN FACTOR per fare dell'ITALIA un BRAND favolosamente vincente. RISPETTO DELLE REGOLE E SENSO CIVICO DA INSEGNARE ED IMPORRE

venerdì 10 febbraio 2012




Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/02/2012, a pag. II, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Nella mente dello strike ", l'articolo di Amy Rosenthal dal titolo " Dennis Ross ci dice che Israele non colpirà ora l’Iran, che teme il 'brutto colpo' dalla Siria ".
A destra, Ahmadinejad chiede :  'E' ovvio che il nostro programma nucleare ha scopi pacifici, perchè lo chiedete?'.
Ecco i pezzi:

Giulio Meotti - " Nella mente dello strike "

Giulio Meotti

L'articolo che segue è il terzo di una serie sull'Iran.
Per leggere il primo e il secondo, cliccare sui link sottostanti

http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=43251
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=43320
Sta per scoppiare la guerra fra Iran e Israele, bombarderemo i siti iraniani prima del previsto, le sirene ci sveglieranno di prima mattina e il comando interno ci dirà come entrare nei rifugi. Il resto sarà storia”. Così Sever Plocker, vicedirettore del maggiore giornale israeliano, Yedioth Ahronoth, lancia l’allarme sul countdown, il conto alla rovescia verso la resa dei conti fra lo stato ebraico e la Repubblica islamica dell’Iran. Sullo strike è al lavoro un ristretto gruppo di cervelli attorno al primo ministro Benjamin Netanyahu. Accanto a “Mefistofele”, come malignamente su Haaretz è stato definito Amos Gilad, c’è Uzi Arad, dirigente di spicco del Mossad e figlio di un leader sionista imprigionato dai fascisti romeni di Antonescu. E poi Yaakov Amidror, il primo generale con la kippa dei religiosi, e l’analista militare Yoaz Handel, che ha appena pubblicato il report “Iran’s nukes and Israel’s dilemma”. E’ il primo documento sull’attacco preventivo uscito dalla squadra di cervelli del primo ministro. In tutto, scrive Handel, “ci sono 60 obiettivi da colpire in Iran”. Poi c’è l’influenza del “lituano”, Moshe Arens, ex ministro della Difesa ma per la stampa “l’uomo che ha inventato Netanyahu” (il padre dell’attuale premier, il professore di storia Ben Zion Netanyahu, fece da testimone di nozze ad Arens). La “dottrina Arens” sull’Iran si basa sul timore che Israele perda quel potere di deterrenza faticosamente conquistato con la costruzione della centrale nucleare di Dimona e con la smagliante vittoria nella Guerra dei sei giorni. Da allora il deterrente si è già eroso per la sofferta guerra del Kippur (1973), per l’acquiescenza mostrata nella prima Guerra del Golfo e per la sconfitta subita da Hezbollah nel 2006. Nel sostenere lo strike contro l’Iran, Arens dice che Israele non deve commettere nuovamente l’errore del 1991, quando aspettò che il tiranno iracheno lanciasse quaranta missili su Tel Aviv. “Fu la prima volta che il paese porse l’altra guancia”, ha ricordato Arens, all’epoca era ministro della Difesa. “Non scherzate di nuovo con Israele”. L’elaborazione strategica dello strike è avvenuta però al di fuori dell’attuale governo Netanyahu. Dieci anni fa Israele chiese a un gruppo di accademici e studiosi di formulare la dottrina dell’attacco preventivo. E’ il “Progetto Daniele”, dal nome del profeta biblico. Costituisce la giustificazione strategica per l’eventuale attacco ordinato dal primo ministro Netanyahu. Del gruppo hanno fatto parte, tra gli altri, l’ingegnere atomico israeliano Naaman Belkind, il generale della riserva Isaac Ben Israel e il colonnello dell’aviazione Yoash Tsiddon-Chatto. Il Foglio è a colloquio con l’accademico che ha scritto il “Progetto Daniele”, Louis René Beres, uno dei massimi esperti mondiali di genocidio all’Università americana di Perdue. “La deterrenza nucleare funziona soltanto fra attori razionali”, ci dice Beres. “Noi del ‘Progetto Daniele’ per primi abbiamo spiegato che l’‘equilibrio del terrore’ non funziona con Teheran. Per Israele non difendersi preventivamente da un dichiarato nemico esistenziale – ovvero consentire a un regime islamico apocalittico di diventare nucleare – sarebbe suicida. Mutuando da Thomas Hobbes, nessuno stato ha il diritto di suicidarsi e lo studioso di diritto Ugo Grozio nel 1625 ha scritto che la vita innocente deve essere protetta. Quando i leader iraniani proclamano di credere nell’apocalisse sciita, misure difensive vanno considerate a Gerusalemme. L’Iran sta finalizzando la costruzione di armi atomiche e il regime dichiara che serviranno a creare ‘un mondo senza sionismo’. L’Iran può diventare, letteralmente, uno ‘stato suicida’. Noi del ‘Progetto Daniele’ abbiamo spiegato ai primi ministri israeliani che Israele potrebbe fronteggiare un attentatore suicida macroscopico, uno stato che agisce senza pensare alle conseguenze. Un nemico che potrebbe lanciare armi di distruzione di massa contro Israele sapendo molto bene che ci sarebbero delle rappresaglie. La conclusione di questo scenario è che Israele resterebbe paralizzato dall’irrazionalità del nemico e che quindi l’unica alternativa è l’attacco preventivo”. Beres concorda con l’analisi su Newsweek di Niall Ferguson che Israele si trova di fronte a una nuova possibile guerra dei Sei giorni. “Lo stato ebraico nel 1967 optò per un attacco preventivo”, ci dice Beres. “La legge internazionale non è un patto suicida e include il diritto inerente degli stati all’autodifesa. Lo strike preventivo avrebbe un costo molto alto. Ma quali sono le alternative? Le sanzioni economiche, la guerra cibernetica, gli omicidi mirati possono ritardare la costruzione di armi nucleari atomiche, ma non possono fermarle. Di fronte a un primo colpo da parte dell’Iran su un paese della grandezza del New Jersey, qualcosa che significherebbe la scomparsa d’Israele, abbiamo il diritto a una difesa preventiva”. Oggi lo strike appare come una bandiera della destra israeliana, ma è stata formulata da uno dei padri nobili della sinistra ebraica. E’ il professor Asa Kasher, docente di Filosofia etica all’Università di Tel Aviv, l’uomo senza uniforme, il professore che siede tra i generali di Tsahal e che per due anni ha lavorato al documento che ha definito l’etica dell’esercito israeliano. Si chiama Tohar HaNeshek (“purezza delle armi”), significa usare le armi secondo regole morali. Il testo venne duramente criticato dalla destra israeliana per bocca dell’ex capo di stato maggiore Rafael Eitan: “Si tratta di fesserie che possono solo demoralizzare l’esercito, non ci sono armi pure, perché sono uno strumento per uccidere”. Eppure l’allora chief of staff Ehud Barak e il suo primo ministro, Yitzhak Rabin, abbracciarono il documento che da allora è diventato la base morale dell’esercito più agguerrito e peculiare al mondo. Kasher, considerato vicino al partito di estrema sinistra Meretz, è per tutti “the moralist”. Il professore oggi è a colloquio con il Foglio sull’Iran. “La giustificazione di un attacco preventivo israeliano poggia sulla dottrina della ‘guerra giusta’ e sullo spirito della legge internazionale”. Ci sono alcune condizioni per lo strike. “Una buona causa: generalmente soltanto l’autodifesa è considerata una buona causa. Nel caso dell’Iran, non c’è dubbio che sia un nemico aggressivo di Israele, è dietro a Hamas e Hezbollah e ha dichiarato apertamente di voler eliminare Israele. Una ostilità resa evidente anche dalla ripetuta negazione della Shoah da parte del presidente iraniano. Generalmente l’autodifesa è legata a un pericolo imminente. Nel caso dell’Iran, riferito alla sua capacità atomica e al desiderio di eliminare Israele, il pericolo imminente non è il lancio di testate atomiche, ma la capacità di farlo. Un attacco preventivo è quindi giustificato”. Poi ci sono le possibilità di vittoria: “Le operazioni militari coinvolgono perdite da entrambe le parti, quindi devono avvenire non come gesti simbolici. Se la capacità iraniana di produrre l’atomica rimanesse intatta, lo strike sarebbe simbolico e non giustificabile. Se invece il danno è ingente o viene posticipato il programma, l’autodifesa è giustificabile”. Lo strike deve essere, dice Kasher, l’ultima risorsa: “Poiché il conflitto militare causa delle calamità, deve essere evitato se il problema alla radice può essere risolto con altri mezzi. Le sanzioni sono uno di questi, ma se falliscono lo strike militare è giustificabile”. Ci deve essere, infine, la proporzionalità: “Noi siamo responsabili della vita dei cittadini israeliani, così come il Canada è responsabile dei cittadini canadesi. E’ tutto. Non c’è un governo mondiale responsabile, ci sono stati con proprie responsabilità. Poiché in gioco c’è l’esistenza d’Israele e la vita dei suoi cittadini, non c’è dubbio che un attacco militare all’Iran sarebbe proporzionato. Non esiste paragone più alto. I miei genitori sono arrivati qui prima dell’Olocausto, ma mia moglie è una sopravvissuta. Quale lezione possiamo trarre dalla guerra? Che non faremo affidamento su nessun altro quando si tratta di proteggere i nostri cittadini. E anche se i nostri nemici dovessero portare dei bambini sui tetti delle case per spararci addosso, non capitoleremo. E’ tragico, ma non molliamo”. L’idea dello strike è sposata anche dal filosofo morale Moshe Halbertal, l’allievo di Michael Walzer che ha collaborato al manuale di comportamento delle forze di difesa d’Israele: “Ci potrebbe essere una situazione in cui l’unico modo per prevenire un attacco nucleare contro Israele sarà quello di distruggere lo stato iraniano. Con questo voglio dire distruggere la sua capacità di agire come uno stato. Non è Hiroshima o Nagasaki. Ma sarebbe volto a distruggere laboratori nucleari, fabbriche, i reattori e tutto ciò che hanno. L’apparato statale che è necessario per ordinare e formare una cosa simile”. Martedì il quotidiano Yedioth Ahronoth ha rivelato che i diplomatici di stanza a Tel Aviv e Gerusalemme hanno appena chiesto al governo israeliano di dotare anche le loro famiglie di maschere antigas. E’ già pronto anche un piano di evacuazione. Ieri l’Alef, il sito web iraniano vicino all’ayatollah Ali Khamenei ripreso dalla Fars News Agency, ha pubblicato la giustificazione iraniana per l’eventuale attacco a Israele, definito “materiale corrotto”. Si cita l’ultimo censimento israeliano, secondo cui il sessanta percento della popolazione risiede fra Tel Aviv e Haifa. Scrive l’analista Alireza Forghani che un solo missile Shahab 3 è in grado di eliminare il “cancro”. Sulla costa israeliana, vive un terzo della popolazione ebraica mondiale.

Difendiamo la libertà di opinione! sterminiamo gli integralismi(ti)


Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/02/2012, a pag. 50, l'articolo di Viviana Mazza dal titolo " Anche la fatwa cinguetta su Twitter ma i social media non vanno censurati ".

                                   Hamza Kashgari
Un ventitreenne saudita ha usato Twitter per esprimere le sue idee, come fanno moltissimi suoi coetanei nel mondo. Nel suo caso, però, riguardavano Maometto. E ora rischia la pena di morte. Hamza Kashgari, scrittore e giornalista, ha «twittato» rivolgendosi al Profeta: «Nel giorno della tua nascita, dirò che ho amato alcuni tuoi aspetti, ne ho odiati altri e diversi non li ho capiti». In poche ore, sui social media è esplosa la rabbia: accuse di blasfemia, minacce, taglie sulla sua testa, «fatwe» dei religiosi via Twitter e YouTube. Hamza è fuggito in Malesia ma è stato catturato, estradato, e sarà processato. Aveva creduto che il sito di micro-blogging gli potesse permettere una maggiore libertà di espressione rispetto ai giornali del Regno. Non ha funzionato. Come lui, diversi suoi amici, dopo l'episodio hanno cancellato il proprio profilo. Ma la colpa non è di Twitter. Né il caso dovrebbe alimentare idee di censura, come quelle di David Cameron dopo i disordini di Londra.
Il problema, come dice da anni lo studioso di new media Evgeny Morozov, sono le visioni rosee che ignorano gli aspetti negativi della Rete. Le visioni rosee spingono a commettere errori. Gli attivisti liberal non sono gli unici a usare le nuove tecnologie: ad esempio, in Arabia Saudita dopo la resistenza iniziale, i religiosi e i loro seguaci hanno abbracciato le chat e YouTube per fare proseliti e, su Twitter, secondo alcune stime, sono loro i più seguiti (anche se solo l'1% degli abitanti twitta). I conservatori monitorano i rivali, pronti a usare le loro stesse parole per colpirli, e lo fanno pure i governi autoritari che infiltrano questi spazi. Hamza era cresciuto in un ambiente conservatore e si era «aperto all'umanità» dopo aver abbracciato il web, dicono gli amici. L'apertura a volte spinge a dimenticare i tabù.
Resta il fatto che strumenti come Twitter sono vitali in Paesi dove lo Stato controlla i media: possono essere usati per ottenere e diffondere informazioni, creare rapporti, mobilitare la gente. Dare la colpa a Twitter vuol dire darla vinta proprio a chi cerca di scoraggiare l'uso di questi «spazi aperti».

mercoledì 8 febbraio 2012

Storia di un mito...DAGAN

Israele: Meir Dagan, la spia che venne dal freddo

    Meir Dagan, 65 anni, nato in Siberia, a capo del Mossad dal 2002 (Yonathan Weitzman/Reuters)
    Meir Dagan, 65 anni, nato in Siberia, a capo del Mossad dal 2002 (Yonathan Weitzman/Reuters)
    di Pino Buongiorno con Renato Coen - da Gerusalemme
    Da Tel Aviv, aeroporto Ben Gurion, a Roma Fiumicino con un volo El Al, classe economica. Da qui, dopo un’attesa passata a gironzolare fra i duty free shop e il bar-ristorante che prepara panini e pizze, a Dubai con un Boeing 777 della compagnia Emirates. Solo 19 ore all’appuntamento con la preda, fissato per le 20.30 del 19 gennaio, fuso orario degli Emirati Arabi Uniti.
    Sono passati dall’aeroporto Leonardo da Vinci tre membri del commando del Mossad, individuati dalla polizia di Dubai attraverso le telecamere a circuito chiuso dopo l’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh, 49 anni, originario del campo profughi di Jabalya, il principale procacciatore di razzi e missili del gruppo Hamas. La polizia italiana ha impiegato non più di mezz’ora per confermare alle autorità degli Emirati la notizia.
    Ma nessuno dei tre ha usato un passaporto italiano. Come pure nessuno degli altri 15 componenti, fra cui due donne, della squadra d’azione denominata Kidon (baionetta), appartenenti alla divisione operativa Cesarea, che, perfettamente truccati, hanno presentato ai servizi di frontiera passaporti britannici (otto), irlandesi, tedeschi e francesi. Al comando di un brigadiere generale del sesto dipartimento del Mossad (quello delle operazioni speciali), si sono divisi in quattro gruppi da quattro. Il primo incaricato di individuare l’obiettivo e di seguirlo passo passo.
    Il secondo di predisporre gli strumenti tecnologici necessari: dall’intercettazione delle telefonate alla copia della chiave elettronica della camera d’albergo. Il terzo delle comunicazioni con sim austriache e il quarto di organizzare la fuga dal luogo del delitto. I due rimanenti agenti della cellula Kidon si sono incaricati di iniettare un potente veleno che ha stroncato il cuore del comandante palestinese, da tempo nel mirino del Mossad per i suoi contatti con i pasdaran iraniani che gli vendevano armi.
    È stata un’esecuzione nello stile del Mossad, secondo gli esperti israeliani e internazionali, contro gli obiettivi di una lunga lista che si rinnova settimana dopo settimana: i capi palestinesi delle organizzazioni estremiste di Hamas e della Jihad islamica, i leader politici e militari del movimento libanese Hezbollah, gli scienziati nucleari iraniani e i generali dei pasdaran o del Mukhabarat siriano (il servizio segreto di Damasco). Mai alcuna ammissione di responsabilità, ma nemmeno un inverosimile diniego.
    Sempre e solo la formula classica: «Non ci sono prove che possano incolpare Israele» come ha ripetuto, un mese dopo l’omicidio, anche il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ai colleghi dell’Ue che lo hanno convocato a Bruxelles per protestare contro l’uso di passaporti europei con l’identità rubata a normali cittadini israeliani dalla doppia nazionalità.
    C’è chi crede che la missione a Dubai sia stata un mezzo fallimento perché gli agenti sono stati immortalati dalle telecamere, ma chi si nascondeva davvero dietro quei volti? Qualcuno potrà mai individuare i membri del commando? Nel frattempo, comunque, l’obiettivo è stato eliminato. E gli agenti sono tornati a casa sani e salvi. Ci sarebbe da festeggiare. Tuttavia, chiuso nel suo modesto ufficio nel quartier generale del Mossad, su un colle alla periferia nord di Tel Aviv, Meir Dagan, 65 anni, il decimo direttore nella storia del servizio segreto estero dello stato d’Israele (fondato nel 1948), non ha festeggiato il successo dell’operazione di Dubai. Com’è sua abitudine fin da quando fu nominato nell’agosto del 2002 dal suo mentore, l’ex premier Ariel Sharon.
    Pipa in mano, ha solo alzato lo sguardo verso una vecchia foto in bianco e nero che campeggia dietro la scrivania. È quella di suo nonno, ebreo russo, rinchiuso in un campo di concentramento, sotto la minaccia di un fucile puntato da un ufficiale delle Ss. «Dobbiamo essere forti, usare il cervello e difendere noi stessi in modo tale che l’Olocausto non si possa mai più ripetere» ha giurato per l’ennesima volta, secondo quello che riferiscono i collaboratori più fidati.
    In Israele, per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, Dagan, di cui si conoscono tre passioni (la cucina italiana, la pittura e la lotta mortale contro i terroristi), è un eroe: «l’uomo con il coltello fra i denti» secondo la definizione affibbiatagli dal suo ex compagno d’armi Sharon. Pochi osano criticarlo per i metodi brutali che continua a usare e che, di volta in volta, provocano contraccolpi diplomatici al governo di Gerusalemme. Ma nessuno dei primi ministri che si sono succeduti (da Sharon a Ehud Olmert, fino a Benjamin Netanyahu) lo ha mai contraddetto. Lo stesso Netanyahu ha avallato, secondo la prassi consolidata, la campagna di omicidi mirati rinnovando ancora l’incarico a Dagan, che si avvia a battere tutti i record di permanenza al vertice del Mossad.
    Chi lo conosce bene, come Yossi Melman, l’esperto di sicurezza nazionale del quotidiano Haaretz, tenta invece di sfatare il mito: «Dagan non è assolutamente un superman o un assassino impietoso» dichiara il giornalista israeliano a Panorama. «È un uomo assolutamente normale. Anzi, è alquanto banale e non è nemmeno un genio dei servizi segreti. È certamente vero che è un tipo duro e molto creativo. Ma non ha rivoluzionato il Mossad: ha impiegato ben tre anni per capire bene come dovesse agire e per abituarsi a comandare una macchina così imponente. Poi è riuscito a passare all’azione ottenendo anche ottimi risultati».
    È uno di quei boss che o si amano o si detestano. Sotto la sua direzione 200 fra alti funzionari (tra cui il numero due dell’agenzia spionistica) e semplici agenti operativi (katsas) si sono dimessi per incompatibilità di carattere. Di contro, tutti gli altri 1.200, di cui un terzo donne, alle sue dipendenze lo venerano pur sapendo di dover dare molto e pretendere assai poco. L’unico metro di giudizio è l’efficienza. «Da quando dirige l’istituzione, Dagan ha rinnovato l’aura che circonda il Mossad in tutto il Medio Oriente» ha detto di lui Alon Ben David, un ex analista dell’intelligence israeliana, commentando alla radio militare le ultime imprese.
    In questi ultimi otto anni non ci sono stati clamorosi fallimenti, come quello che provocò le dimissioni del maggiore generale Danny Yatom nel 1997 dopo il tentato omicidio di un altro obiettivo eccellente: il capo politico di Hamas, Khaled Meshaal, avvelenato ad Amman da due «baionette» israeliane, poi catturate dalla polizia giordana. In cambio della loro liberazione, una donna del Mossad volò nella capitale della Giordania per iniettare a Meshaal l’antidoto. Né c’è stato l’immobilismo operativo che ha caratterizzato la gestione del «British» Ephraim Halevy (1998-2002), il quale prediligeva l’intelligence alle operazioni sporche e i cocktail degli ambasciatori alle attività clandestine.
    Il siberiano Meir Dagan, nato nella glaciale Novosibirsk, ha cominciato a reclutare meno analisti e più uomini di mano, di diverse nazionalità, che sono stati infiltrati nei paesi più difficili, come la Siria, secondo il modello delle unità delle forze armate Duvdevanim (ciliegie), costituite su impulso anche di Dagan, 20 anni fa, quando era un generale dell’esercito.
    La sua prima operazione nota è quella che nel settembre 2007 portò alla distruzione del sito nucleare siriano di Deir al-Zour, sulla base di informazioni raccolte da infiltrati del Mossad. Quella più spettacolare è avvenuta nel febbraio 2008 con la decapitazione (nel senso letterale del termine) del comandante in capo dell’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, ucciso dall’esplosione del suo suv Pajero in piena Damasco, all’uscita dal quartier generale dei servizi segreti. Nemmeno sei mesi dopo, un’altra cellula Kidon, venuta dal mare, ha colpito al cuore l’establishment militare siriano.
    Il generale Mohammed Suleiman, considerato il punto di raccordo con il programma nucleare nordcoreano e siriano, si stava rilassando nel giardino della sua villa in riva al Mediterraneo quando è stato ammazzato da un cecchino a bordo di uno yacht che veleggiava di fronte alla residenza.
    Le missioni ad alto rischio non hanno mai scoraggiato Dagan. Da quando il governo israeliano gli ha dato come compito principale quello di ritardare la costruzione della bomba atomica dell’Iran i delitti misteriosi, i rapimenti, le fughe e i sabotaggi a Teheran si susseguono con micidiale determinazione. Nel febbraio 2007 è stato soffocato dal gas, mentre dormiva nel suo letto nella capitale iraniana, il fisico nucleare Ardeshire Hassanpour. Il 12 gennaio di quest’anno un altro scienziato atomico, Massoud Ali Mohammad, è saltato in aria davanti alla sua abitazione. Altri generali dei pasdaran sono morti in circostanze mai accertate a bordo di pulmini o di elicotteri esplosi.
    Non meno puntuali sono stati i colpi messi a segno in Svizzera e in Germania, dove gli 007 del Mossad, con la collaborazione della Cia, hanno agganciato trafficanti di armi e li hanno convinti a sabotare le spedizioni di materiali ultrasofisticati destinati ai progetti nucleari degli ayatollah. «Così gli iraniani hanno perso almeno un paio di anni nella costruzione della bomba» calcola un ispettore dell’agenzia atomica di Vienna.
    Per Dagan è ancora poco. Gli occhi impauriti del nonno che vigila alle sue spalle continuano a ricordargli un altro tipo di Olocausto e un’altra generazione di Adolf Hitler.
    • FONTE:Da un aricolo di Mercoledì 3 Marzo 2010http://blog.panorama.it/mondo/2010/03/03/israele-meir-dagan-la-spia-che-venne-dal-freddo/

    Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 08/02/2012, a pag. 1-4, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Mañana, la guerra fantasma di Israele ".
    L'articolo che segue è il secondo di una serie sull'Iran.
    Per leggere il primo, cliccare sul link sottostante
    http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=43251


    Giulio Meotti, la soluzione finale per Ahmadinejad

    Nella strada che costeggia il Mediterraneo, a pochi chilometri da Tel Aviv, c’è un insieme di edifici bianco-grigiastri al di là di una fila di eucaliptus. Lì sorge il monumento ai 400 israeliani caduti servendo nei servizi segreti. Alcuni di loro non hanno neppure una tomba in terra ebraica, sepolti senza nome in qualche sperduto camposanto arabo. Come Eli Cohen, lo 007 che garantì la vittoria nel 1967 e che faceva emozionare Yitzhak Rabin quando ne ricordava la figura: “Eli è un mito, ci siamo tramandati la sua storia da comandante a soldato, da padre in figlio”.
    Eli Kamal, come si faceva chiamare Cohen, divenne amico personale dei generali siriani, venne ammesso a visitare le postazioni sul Golan e dalle colline sul lago di Tiberiade prese nota dei bunker, dei carri armati e dei missili terra aria arrivati da Mosca. Scoperto, Cohen verrà giustiziato in diretta tv. “Morte al sionista”, grida la folla a Damasco mentre il boia gli stringe il cappio intorno al collo e la moglie, da Tel Aviv, assiste allo scempio del corpo del marito. Quando Meir Dagan ha lasciato la guida del Mossad, un anno fa, dopo aver abbracciato le storiche guardie del corpo, non si è portato via soltanto la celebre pipa, ma anche il suo più grande rimpianto, ovvero non aver saputo riportare in patria le spoglie di Cohen. Dopo Issa Harel “il piccolo”, che catturò il gerarca nazista Adolf Eichmann in Argentina, Dagan è stato il più ardito direttore del Mossad, il servizio segreto d’Israele. La sua ossessione, in questi otto anni, è stato il programma atomico dell’Iran, in un crescendo che adesso potrebbe avere come atto finale un blitz aereo.
    Ma a differenza del primo ministro Benjamin Netanyahu, Dagan è contrario allo strike. E’ “la nemesi di Netanyahu”. Un paradosso difficile da comprendere, perché in un paese di duri come Israele, Dagan è il più duro. Nel 1967 Dagan saltò su una mina egiziana e oggi cammina con fatica. Ma quella ferita, disse, “è la prova che ho una spina dorsale”. Quando trent’anni dopo emerse come uno dei possibili capi del Mossad, il Times lo chiamò “il cacciatore di arabi”. Nel 2002 l’allora primo ministro Ariel Sharon, che chiese a Dagan di risollevare un moribondo servizio segreto, disse che la specialità dello 007 consisteva nel “separare un arabo dalla propria testa”. Il “metodo Dagan” sull’Iran, come lo ha ribattezzato il quotidiano Yedioth Ahronoth, consiste nel rafforzamento delle sanzioni e nel fomentare le rivolte interne, ma soprattutto nell’assassinio di scienziati e nel sabotaggio del materiale atomico. Un metodo che va sotto la sigla di “mañana”.
    Si rimanda l’ora X della bomba atomica. Domani e domani e domani… Mañana, appunto. “Una tecnica dilatoria” dice Yaakov Katz, editor militare del Jerusalem Post che sta per pubblicare, assieme allo storico Yoaz Hendel, il libro “Israel versus Iran. The Shadow War”, la guerra fantasma. E’ la guerra di Dagan. La guerra che c’è ma non si vede e colpisce le centrifughe atomiche, i magazzini di fluoruro di uranio, gli scienziati e gli emissari stranieri. “Il piano Dagan è stato un grande successo”, dice al Foglio Ron Ben Yishai, il re dei corrispondenti militari israeliani per Yedioth Ahronoth, che nel 2007 riuscì a visitare, unico giornalista al mondo, il sito nucleare siriano bombardato dall’aviazone israeliana (uno dei successi di Dagan). “Si iniziò a parlare di Iran nel 2000 e si disse che avrebbe avuto la bomba atomica entro tre anni. Ancora non ce l’hanno. Grazie a Dagan.
    I sabotaggi e le uccisioni hanno funzionato. Adesso Dagan pensa che Israele debba procedere secondo l’orologio di Washington, mentre l’orologio di Netanyahu procede più spedito. Ma sia Dagan sia Netanyahu concordano che Israele non accetterà un Iran nucleare, lo stato ebraico sarebbe vittima di una lunga guerra di attrito fra i terroristi nella regione protetti dall’ombrello atomico di Teheran”. Meir Javedanfar, autore del libro sulla “Sfinge Iraniana” e docente a Herzliya, dice al Foglio: “La linea rossa per Dagan è la costruzione della bomba atomica. E’ come se oggi l’Iran avesse tutte le parti della bomba sul tavolo e dovesse ancora decidere di assemblarle. Se alla fine Israele riceverà la ‘luce verde’ dagli americani Netanyahu attaccherà l’Iran. Israele non può aspettare un test iraniano e ci sarà un attacco preventivo”. Sull’ultimo numero di Newsweek anche lo storico di Harvard Niall Ferguson, uno dei maggiori opinion maker al mondo, ha scritto che “Israele e Iran sono alla vigilia di una nuova guerra dei Sei giorni.
    La guerra preventiva è un male minore rispetto all’appeasement”. Dal 13 gennaio 2010, cinque scienziati nucleari iraniani, esperti missilistici e tecnici sono stati uccisi da una mano invisibile. Altri sono morti nei mesi precedenti. L’ultima vittima attribuita a Dagan si chiamava Mostafa Ahmadi Roshan, che dirigeva il nuovo centro a Qom per l’arricchimento dell’uranio. “Possiamo presumere che molti altri esperti dal basso profilo siano stati uccisi”, ci dice Ben Yishai. “E’ un ottimo deterrente per altri scienziati, compresi gli stranieri”. Alcuni giorni fa Dagan ha risposto con un sorrisetto malizioso quando gli è stato chiesto se era stato “Dio” a mettere a segno i sabotaggi in Iran. Il culmine della saga Dagan si celebrò due anni fa, a Dubai, dove una squadra di ventisette agenti del Mossad atterrò con voli di linea provenienti da Roma, Francoforte, Parigi e Zurigo. Erano lì per Mabhouh al Mabhouh, il leader di Hamas il cui nome in codice era “Plasma”. Il team è formato da membri della “Caesarea”, l’élite specializzata in omicidi e penetrazioni in strutture straniere. Non hanno un indirizzo di lavoro, non usano i propri nomi e persino le famiglie – tranne i parenti stretti – non sanno cosa fanno. Mabhouh era sulla lista dei “most wanted” fin dagli anni Novanta, quando uccise due soldati israeliani nel Negev. L’unico rimpianto, disse Mahbouh ad al Jazeera, fu di non aver sparato lui stesso in faccia agli israeliani.
    Pochi giorni prima che la squadra entrasse in azione, in un capannone alla periferia di Tel Aviv, la sede del Mossad nota come “Midrasha”, Netanyahu sarebbe arrivato con le sue Audi A6 per incontrare Dagan e gli uomini di Dubai. Il premier avrebbe ascoltato il piano e alla fine dato l’okay: “Il popolo d’Israele conta su di voi. Buona fortuna!”. Mabhouh stava andando a Bandar Abbas, il porto iraniano, per un carico d’armi. Era l’uomo di Hamas in Iran. Per questo nella mente di Dagan, ucciderlo valeva ogni costo, anche l’incredibile video che ha inchiodato gli israeliani.
     http://youtu.be/kzzzTtpo8AY
    E’ un’operazione rischiosa. Nel 1997 Netanyahu ordinò l’uccisione di un altro leader di Hamas, Khaled Meshaal, nelle vie di Damasco. Fu un disastro. Il Mossad gettò un veleno nel suo orecchio, ma senza ucciderlo. Gli agenti furono catturati e per liberarli Gerusalemme consegnò l’antidoto e liberò lo sceicco paralitico di Hamas, Ahmed Yassin. Due anni prima, a Malta, agenti israeliani su ordine di Shimon Peres avevano ucciso Fathi Shkaki, il capo del Jihad islamico, “il Dottore” che aveva inventato la guerra suicida sugli autobus. Mabhouh muore in un hotel a Dubai. Ma il Mossad viene scoperto. Pochi mesi dopo, Dagan è sostituito da Tamir Pardo. Il “siberiano”, come è noto Dagan per esser nato nella glaciale Novosibirsk, nella guerra all’Iran ha reclutato uomini d’azione di diverse nazionalità. Li ha infiltrati nei paesi più difficili, soprattutto in Siria.
    Forse anche in Iran. L’ex capo dell’Unità speciale Saieret Matkal, Amiram Levine, ha detto che Israele può facilmente infiltrare agenti speciali nella Repubblica Islamica: “L’Iran non è al di fuori della nostra portata: ho visto cose più complicate”. Nel settembre 2007 una soffiata di Dagan portò alla distruzione del sito nucleare di Deir al Zour. E’ l’Operazione frutteto. Decisiva sarebbe stata una fotografia che un agente del Mossad ha scattato al sito nucleare. Poi viene decapitato, letteralmente, il comandante dell’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, all’uscita dal quartier generale dei servizi segreti a Damasco. Sei mesi dopo è la volta del generale Mohammed Suleiman, il punto di raccordo con il programma nucleare nordcoreano e iraniano, assassinato mentre si stava rilassando nella sua villa in riva al Mediterraneo da un cecchino a bordo di uno yacht che veleggiava poco lontano. Dagan aveva un suo rito per motivare gli operativi. Li convocava nel proprio ufficio e mostrava loro una fotografia di un ebreo religioso avvolto nello scialle ebraico di preghiera, inginocchiato e con le braccia alzate. Al suo fianco ci sono ufficiali delle SS che gli puntano una pistola alla tempia: “Quest’uomo era mio nonno, Dov Ehrlich”, diceva Dagan. L’uomo verrà ucciso dai nazisti nella città polacca di Lukow. “Guardate questa fotografia”, diceva Dagan agli agenti.
    “Questo vi guidi nell’agire per lo stato d’Israele. Farò tutto ciò che devo per far sì che non accada mai più”. Teheran vuole morto il direttore del Mossad: tre anni fa in Iran sono apparsi manifesti che chiedevano la testa dell’ex direttore del Mossad. E’ la “taglia di Golia”. “La linea Dagan è più conveniente dello strike”, dice Avi Shavit di Haaretz. “La deadline viene posticipata, Israele non cura il cancro, ma ne rinvia l’eruzione. Dagan era come un gran sacerdote, si era arrivati a pensare che fosse onnipotente e che le manomissioni fossero la salvezza. Ma il rapporto dell’Aiea (che ha svelato al mondo l’atomica iraniana, ndr) ha dimostrato che era un’illusione. Dagan ha fatto cose grandiose, ma non ha completato la missione che gli diede Sharon dieci anni fa. Ovvero distruggere i piani nucleari iraniani”. Tutti all’“istituto”, come in Israele si chiama il Mossad, ricordano le parole con cui si presentò Dagan nel 2002: “Siamo come il dottore che inietta il veleno nella camera della morte. Le vostre azioni sono sostenute da tutto Israele. Per voi uccidere non è illegale. Eseguite una sentenza del primo ministro”. Secondo Gordon Thomas, autore di “Gideon’s Spies”, Dagan è l’uomo che conosce i paesi islamici meglio dei rispettivi autocrati. L’Operazione calamita di Dagan ha spazzato via metà dell’élite dei ricercatori nucleari. Di recente è arrivata una dichiarazione da brivido del capo di stato maggiore israeliano, il generale Benny Gantz: “L’Iran deve aspettarsi un numero maggiore di eventi innaturali nel 2012”.
    Dagan ha tratto ispirazione dall’operazione “Spada di Damocle”, con cui nel 1962 agenti del Mossad uccisero scienziati tedeschi che avevano lavorato nella base nazista di Peenemunde e che si erano messi al servizio dell’Egitto per sviluppare l’arsenale in grado di distruggere Israele. L’ex premier Yitzhak Shamir viene assunto dai servizi segreti per eliminare gli scienziati tedeschi. A Monaco sparisce Heinz Krug, che acquista in Europa le materie prime necessarie agli egiziani.
    Di lui non si avranno mai più notizie. Poi una lunga serie di lettere esplosive viene inviata a tecnici tedeschi ed egiziani. Qualcuno la ribattezza operazione “Post Mortem”. A “tagliare la testa del serpente”, il piano del Mossad per fermare gli scienziati iraniani, Dagan ha imparato al fianco di Ariel Sharon, quando assieme spianavano intere aree della Striscia di Gaza per sconfiggere il terrorismo arabo. Dagan, che il giornale egiziano al Ahram ha ribattezzato “Superman”, fondò proprio il reparto “Ciliegia”, Dudevan, il nome agreste per un’unità celeberrima perché composta da militari che si travestono da arabi e operano in profondità nei villaggi di Gaza e Cisgiordania. In ebraico si chiamano “mista’aravim”, ovvero “diventare come gli arabi”. L’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, condusse una simile operazione a Beirut, quando vestito da donna si infiltrò per eliminare un commando palestinese (l’operazione è immortalata nel film “Munich” di Steven Spielberg).
    Il motto dell’unità di Dagan era un celebre discorso che nel 1955 l’allora generale Moshe Dayan fece alle reclute: “Non possiamo proteggere tutti gli acquedotti, né impedire che gli alberi vengano sradicati, né che uccidano i nostri lavoratori nelle piantagioni, né le famiglie nei loro letti, ma possiamo pretendere un prezzo adeguato per il nostro sangue”. Come ha detto il giornalista Emanuel Rosen di Channel Two, “Dagan taglierebbe le gole dei terroristi anche con un apriscatole”. Il suo predecessore, Eprahim Halevy, nipote del filosofo Isaiah Berlin, veniva chiamato “Mr. Cocktail” per la linea di condotta più diplomatica e soft. Nato nel gennaio 1945 su un treno che viaggiava fra la Siberia e la Polonia, già a ventisei anni Dagan è comandante di un’unità militare celebre per “non fare prigionieri”. Dagan avrebbe fondato la politica di assassinio mirato dei terroristi.
    Prima degli iraniani nella “lista” di Dagan ci sono finiti lo sceicco Yassin e Abdel Rantisi, “il medico” capo di Hamas saltato in aria a Gaza, dove Dagan è chiamato “l’angelo della distruzione”. Il celebre 007 se ne andava in giro con in mano un elenco di ricercati e ne spuntava di volta in volta i nomi quando venivano catturati o uccisi. Quando l’allora premier Sharon assegnò a Dagan il dossier nucleare iraniano, il Mossad non doveva più soltanto sorvegliare i programmi atomici, come faceva con Halevy, ma uccidere gli scienziati impegnati nel progetto per la bomba e intervenire nei paesi sospettati di collaborare con l’Iran. Fra le azioni attribuite a Dagan c’è anche il virus Stuxnet, il programma che ha ritardato di due anni i piani iraniani. Esperti informatici di mezzo mondo dicono che c’è soltanto un possibile autore: la celeberrima unità israeliana “otto duecento”. Ne ha scritto Ronen Bergman nel libro “The Secret War with Iran”. L’unità impiega gli israeliani più dotati in matematica e criptoanalisi. Tra i successi dell’unità si ricordano le intercettazioni il primo giorno della guerra del 1967, il colloquio tra Yasser Arafat e i terroristi dell’Achille Lauro nel 1985 e la famosa cattura della Karin A, il mercantile carico di armi iraniane destinate ai palestinesi di Gaza. Di Dagan parliamo con Emily Landau, una delle massime esperte di Iran: “La domanda non è se le sanzioni avranno efficacia, ma se la pressione, fra le sanzioni e i sabotaggi di Dagan, costringerà l’Iran a fermare il nucleare.
    Israele deve far capire all’Iran che ci saranno conseguenze militari. Il regime iraniano è razionale. Ma razionalità non significa ragionevolezza. L’Iran ha scelto razionalmente di non andare ai negoziati perché vuole le armi nucleari. Non abbandonerà il progetto con facilità. La differenza fra Dagan e Netanyahu è sui mezzi per fermare l’Iran”. Secondo gli esperti di intelligence, grazie a Dagan oggi gli scienziati iraniani si sentono perennemente in pericolo. Molti di loro, infatti, vivono nella rete dei siti segreti e sotterranei per la fabbricazione di armi nucleari. Il fisico Ardeshir Hassanpour è ufficialmente morto in seguito ad avvelenamento causato dal guasto di una stufa. Majid Shahriari è saltato in aria con la sua auto, era l’esperto di reazioni nucleari a catena. Erano in cima alla lista del “programma decapitazione” di Dagan. Poi ci sono le esplosioni alle centrifughe.
    Mark Hibbs, esperto iraniano al Carnegie Endowment for international peace, dice che il sabotaggio è noto come “fratricidio”, contagia altre strutture in una spirale. Dice al Foglio Yoel Guzansky, uno dei maggiori analisti israeliani: “E’ possibile ora continuare a rimandare l’orologio nucleare iraniano senza una guerra su larga scala”. Il successore di Dagan, Tamir Pardo, può contare su agenti, per dirla con lo 007 siberiano, “di tale potenza da far maledire ai nemici il giorno in cui sono nati”. “Ma in Israele è in corso un dibattito sulle operazioni clandestine”, spiega Ronen Bergman, che sta scrivendo un libro sul Mossad. “C’è chi sostiene che in queste operazioni ci sia un momento culminante e che nel caso dell’Iran sia già stato superato. Il programma di Teheran è andato avanti e gli iraniani sono consapevoli degli sforzi stranieri per ostacolarlo. Il punto è quale obiettivo vogliamo raggiungere: vincere una battaglia o la guerra?”.
    Mentre scriviamo un sottomarino israeliano con missili Popeye Turbo a testata nucleare sarebbe già dislocato fra l’arcipelago di Dahlak, di fronte all’Eritrea, e le acque al largo dello Sri Lanka. Dalle pendici israeliane del Keren “Blue Eyes”, il più occhiuto sistema satellitare che spii gli ayatollah, con quindici minuti d’anticipo si accorge se qualcosa s’alza da qualsiasi angolo dell’Iran. Il giornale Yedioth Ahronoth racconta di un rifugio antiatomico alle porte di Gerusalemme, una cittadella sotterranea dove troverà rifugio, se arrivasse il fatidico giorno, chi governa il paese. Il tunnel, lungo due chilometri e alto una decina di metri, sfocia in un’enorme caverna. Il “day after” d’Israele è già iniziato.

    martedì 7 febbraio 2012


    Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 07/02/2012, a pag. 19, l'articolo di Luca Fazzo dal titolo "Terrorista arrestato dagli Usa, liberato dai nostri pm".

    Riad Nasri      Guantanamo

    E adesso ne manca uno solo. Poi i tre estremisti islamici consegnati all’Ita­lia dagli Stati Uniti nel novembre del 2009 saranno tutti liberi. Per primo era uscito Ben Mabrouk Adel, tunisino, già barbiere della moschea milanese di via­le Jenner, condannato dalla giustizia ita­liana per terrorismo internazionale ma ad una pena assai blanda, per ricompen­sarl­o in qualche modo del periodo passa­to a Guantanamo, e subito scarcerato. Ie­ri tocca a Riad Nasri, tunisino anche lui, e la cosa è ancora più notevole perché l’ultrà viene addirittura riabilitato: la Corte d’assise d’appello di Milano lo as­solve, annullando la condanna a sei an­ni che gli era stata inflitta in primo grado, e ordinando la sua immediata liberazio­ne. Se il verdetto dovesse venire confer­mato in Cassazione, per Nasri si aprireb­be anche la possibilità di chiedere allo Stato italiano il risarcimento dei danni per i tre anni passati ingiustamente nel­le celle italiane.
    La riconsegna dei tre fondamentalisti all’Italia era avvenuta all’interno della svolta garantista della presidenza Oba­ma: andato al potere promettendo tra l’altro la chiusura del carcere di Guanta­namo, il nuovo inquilino della Casa Bianca si era poi rimangiato la promes­sa, ma aveva comunque cercato di sfolti­re le celle del supercarcere smistando qua e là per il mondo una parte dei suoi inquilini. All’Italia ne erano stati conse­gnati tre: Ben Mabrouk Adel, Riad Nasri e Moez Fezzani. Gli americani li aveva­no scaricati una mattina di novembre da un volo militare sulla pista di Malpensa, senza fornire tante spiegazioni sulle cau­se e le modalità della loro cattura e della
    loro prigionia.
    I tre erano ricercati dalla Procura di Mi­lano per terrorismo internazionale,
    chia­mati in causa dal «pentito» Tilli Lazar co­me autorevoli esponenti del «Gruppo sa­­lafita per la predicazione ed il combatti­mento ». A nessuno dei tre venivano ad­debitati episodi di terrorismo program­mati in Italia.Ma tutti e tre, nella ricostru­zione della Procura milanese, facevano parte a pieno titolo della struttura logisti­ca della jihad internazionale, quella che aveva trasformato l’Italia - e soprattutto Milano- in una fertile riserva di uomini e di soldi per i campi di addestramento e di battaglia. Nella moschea milanese di viale Jenner, hanno accertato le indagi­ni, venivano indottrinati e reclutati i «dannati della terra» destinati a diventa­re mujaheddin.
    Dei tre, il miliziano prosciolto e scarce­rato ieri, Riad Nasri (che ha alle spalle an­che un ruolo di combattente in Bosnia), ricopriva la posizione preminente. Na­sri- secondo la sentenza che l’anno scor­so lo aveva condannato a sei anni di car­cere- era senza ombra di dubbio il gesto­re della «casa dei tunisini» in Afghani­stan, dove gli estremisti provenienti da Milano venivano addestrati e mandati a combattere contro le truppe dell’Allean­za occidentale (italiani compresi). Una volta consegnato all’Italia, Nasri aveva giurato di essere andato in Afghanistan solo per sposarsi. Era stato invece ampio e dettagliato- anche se con toni singolar­mente soft - invece, sul racconto delle torture che gli sarebbero state inflitte du­rante gli otto anni passati a Guantana­mo. I giudici di primo grado non si erano lasciati commuovere, e lo avevano con­dannato. Ieri, la Corte d’appello presie­duta da Luisa Dameno lo assolve e lo scarcera.

    Passeggiando A TOCQUEVILLE

    Se c’è una cosa con cui non si creano posti di lavoro sono le balle. E la politica economica ne ha raccontate a non finire. Ecco perché Mario Monti ha fatto bene, benissimo a spendere un po’ del suo consenso dicendo la verità: ragazzi scordatevi il posto fisso.
    Un altro professore, con un tono se vogliamo un po’ da maestrino, disse anni fa una cosa piuttosto simile: i trentenni che belli e pasciuti sono ancora a casa con i loro genitori sono dei bamboccioni.
    • Prima colossale balla: il lavoro è un diritto. Certo c’è la Costituzione, ci sono decenni di sociologia e di «buonismo alla cioè». Il lavoro è piuttosto un dovere. Un dovere che si conquista, che ci completa e che ci permette di vivere. Ma l’idea che il lavoro sia dovuto (e poi da chi?) è l’utopia di una società pianificata e dunque povera. Ci sono i diritti sul lavoro. È ovvio. Il lavoro non si crea dal nulla. Lo forniamo a delle imprese, che grazie al nostro lavoro prosperano. Se bastoniamo le imprese, il lavoro semplicemente scompare. In effetti esiste un lavoro che non è legato all’efficienza del mercato: è quello pubblico. Più di 3,5 milioni di dipendenti pubblici, anche se spesso lo dimenticano, sono al servizio dei contribuenti che li remunerano. Ma il rapporto tra committente (noi) e dipendenti (pubblici) si è talmente scollegato che non vi è più alcuna sana relazione tra i primi e i secondi. D’altronde essendo la remunerazione (non il posto in sé, che è fisso) legata a decisioni pubbliche e politiche diventa inevitabile la nostra irrilevanza come cittadini nel determinare l’efficienza della macchina lavorativa.
    • Seconda balla: senza posto fisso non esiste un futuro. È esatto il contrario. Da circa vent’anni l’impresa italiana è allergica al posto fisso. Per il semplice motivo che l’impresa italiana non ha essa stessa alcuna garanzia di poter continuare ad operare nel tempo. Le imprese non sono eterne. La capacità degli imprenditori che sono sul mercato non è solo quella di vendere prodotti apprezzati con guadagno, ma soprattutto quella di riuscire a farlo per un periodo lungo. Siamo sicuri che Apple tra vent’anni sarà di successo come oggi? Ce lo auguriamo, ma non è certo. Erano forse sicuri i finlandesi che la loro Nokia avrebbe continuato in eterno ad essere leader dei telefonini? Forse sì, ma avrebbero sbagliato. Per farla breve: le imprese nascono e muoiono, prosperano e vanno in crisi, a tassi molto più rapidi che nel passato. Immaginare di poter legare la propria fortuna lavorativa a una sola impresa è oggi materia per folli. Quando mio figlio scambiò un’impresa per la pubblica amministrazione, parafrasando Oliver Sacks. Trattasi di medesima malattia mentale che deforma le percezioni della realtà.
    • Terza balla: la mancanza di prospettiva lavorativa brucia la nostra gioventù. Siamo tutti preoccupati per i nostri figli senza lavoro. Trattasi, per carità, di un bel problema. Ma in Italia lavorano in pochi. Abbiamo il tasso di occupazione più basso d’Europa. Se dovessimo fare come gli altri, dovremmo avere la bellezza di sette milioni di occupati in più (su circa 23 che già lavorano). In Italia lavorano in pochi e si lavora poco. I giovani avranno i loro bei problemi. Ma i cinquantenni le cui imprese sono fallite? I cinque milioni di paria-subordinati che lo stato tassa come se fossero Rockerduck e che obbliga ad accantonare contributi per pensioni che non avranno mai? Insomma ci innamoriamo sempre di un’idea politicamente corretta: la donne che non lavorano, i giovani costretti a casa. Tutto vero. Ma in questo paese la fascia di coloro che non hanno un’occupazione è perfettamente trasversale. Se si utilizzassero le curve del benessere di Rawls (un pericoloso progressista) si potrebbe anzi dire che a soffrire maggiormente della mancanza di lavoro sono i maschi, in età adulta e capofamiglia: sono coloro che hanno più da perdere senza il lavoro.
    • Quarta balla, che piace molto al sindacato. Toccare l’articolo 18 et similia non migliora la situazione, abbassa per tutti l’asticella dei diritti. L’idea, di chi non ha mai lavorato, è che il lavoro e l’economia si reggano su decisioni pubbliche. Stabilisco che detta fabbrica (Termini Imerese per dirne una) debba continuare a produrre le auto nonostante l’azienda la voglia chiudere. Stabilisco che talaltro imprenditore non possa spostare la sua produzione in paesi confinanti con un decreto legge. L’idea, insomma, che lo Stato conservi i posti di lavoro per conto di terzi.
    Più che la via per la schiavitù, questa è la strada adottata negli ultimi cinquant’anni per portare sull’orlo del fallimento il nostro paese. La politica industriale, in poche parole, è una grande fregnaccia: è lo strumento con il quale la politica maschera la propria volontà di controllo sul mercato, attraverso una locuzione forbita. Sia chiaro lo Stato è indispensabile. Alcune scelte strategiche si debbono fare (mettersi nelle condizioni di avere energia a bassi prezzi è una di queste), ma ritenere che a Roma qualcuno possa azzeccare la futura evoluzione del mercato meglio degli imprenditori stessi è pura follia.
    Ha ragione Monti: il posto fisso è morto. Purtroppo non si può dire altrettanto della nostre politiche economiche che sono fisse da cinquant’anni.

     FONTE:http://blog.ilgiornale.it/porro/2012/02/03/quante-balle-sul-posto-fisso/

    Non riconoscere che una donna è un essere umano e che ha diritto al suo piacere.


    Fiamma Nirenstein - " Le mutilazioni genitali femminili sono un intervento barbarico "

    Fiamma Nirenstein

    “Oggi in tutto il mondo si celebra la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, un intervento barbarico cui si stima siano state sottoposte circa 140 milioni di donne e che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) investe 3 milioni di bambine e ragazze ogni anno.
    Si tratta di una pratica antica, violenta e traumatica che viene effettuata sulle bambine tra i 3 mesi e i 15 anni. Le conseguenze sono drammatiche. Oltre a provocare intenso dolore, produce emorragie ed infezioni che possono causare maggiore vulnerabilità ad AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue. L’Oms condanna questa pratica come grave violenza dell’integrità fisica, psichica e morale delle bambine, delle donne e del loro diritto alla salute.
    Non si tratta di un fenomeno confinato alla sponda meridionale del Mediterraneo: con l’emigrazione la pratica va diffondendosi in tutto il mondo. In Italia sono circa 40.000 le donne che hanno subito l'infibulazione. Il nostro paese è oggi la nazione europea che, per la particolare tipologia di flussi migratori risulta avere il più alto numero di donne infibulate. Già nel 2008 il Partito Radicale con Emma Bonino e il Ministero delle Pari Opportunità con Mara Carfagna avevano lanciato un’importante campagna di sensibilizzazione ed educazione. Mi auguro che presto il nostro Parlamento ratifichi la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne firmato a Istanbul lo scorso maggio da 10 Stati europei e per questo ho firamto con altre colleghe una richiesta al nostro governo.".
    www.fiammanirenstein.com

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